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La sua semplicità stupisce. E fa paura. Perché siamo a Cuba, e perché lei è una donna considerata una dissidente, una che “mina le fondamenta della Rivoluzione”. Parola di Fidel Castro, che nel suo ultimo libro (Fidel, Bolivia y algo mas) dice che “alcuni giovani cubani sono inviati speciali per realizzare manovre sotterranee e produrre stampa neocolonialista per conto dell’antica metropoli spagnola che li premia”.
Tra quei giovani c’è anche Yoani Sánchez: diciamo pure che il Lider Maximo si riferiva in larga parte a lei, anche se il nuovo leader, Raul, non può permettersi di farla arrestare, con il credito internazionale che sta guadagnano grazie a una serie di riforme e considerando anche la popolarità della “nemica”.
Poco più che trentenne, un marito e un figlio, magrolina, nell’aprile di un anno fa matura quella che lei stessa definisce “l’idea più pericolosa che mi sia venuta in mente”. Yoani prende solo il suo vecchio computer portatile, in verità, ma fa qualcosa che a Cuba è potenzialmente molto forte: “Comincio qualcosa a metà strada tra il grido e la domanda, senza sapere che quello sarà il mio primo post, capostipite di un blog”. Un blog, già, dove non compare la politica: “La scena è semplice: una donna stanca e senza sogni smette di guardare e comincia a descrivere quello che non trova nella noiosa televisione e nei giornali nazionali”. Ovvero, tantissimo: la realtà che ne emerge non verrebbe mai diffusa dai corrispondenti esteri lì, perché perderebbero il permesso di risiedere nell’isola.
Battezza la sua creatura Generación Y. Nella home page si presenta con la copia del suo documento d’identità e spiega il perché di questo nome: “Un blog ispirato a quelli come me, nati nella Cuba degli anni Settanta e Ottanta, quella delle colonie estive, delle bambole russe, delle uscite illegali, ma soprattutto dei nomi con la i greca”. Perché in quegli anni di rigida chiusura, “l’unica libertà concessa ai cubani” era decidere come chiamare i figli, e allora “si sbizzarrirono ad affibbiarci nomi esotici”. Una generazione tenuta insieme da “una corda di cinismo: quanto ne serve per vivere in una società sopravvissuta ai suoi stessi sogni”, una generazione “di piante tranciate, senza utopie a cui aggrapparsi e vaccinata in anticipo contro i sogni di emancipazione sociale”.
Tra mille difficoltà, Yoani Sánchez, laureata in filologia nel 2000, emigrata in Svizzera nel 2002 e rientrata nel suo Paese due anni dopo, mette su una sorta di diario virtuale, preferisce le parole attraverso la tastiera di un pc al mutismo di milioni di cubani: “Esprimere opinioni equivale a uscire allo scoperto”.
Ostacoli, prima di tutto tecnologici. I primi post vengono pubblicati negli alberghi, dove per legge, all’epoca, i cubani non potevano entrare, mentre ora “l’apartheid è finito”. Si fingeva straniera, entrava, e in pochissimi muniti visto l’elevato costo della connessione, estraeva la sua pennetta con i post e li metteva in rete. Solo a novembre, dopo che la Reuters ha parlato di lei, Yoani entra in possesso di un software per gestire il suo blog. Già solo il fatto che lei avesse un computer quando era vietato ha creato stupore tra molti suoi compaesani.
Yoani è una fuorilegge fin dall’inizio, e non solo per questo: da sette anni si guadagna da vivere come insegnante di spagnolo e guida turistica della città, senza averne l’autorizzazione. Ha ricevuto aiuti dai suoi amici all’estero, viste le difficoltà per connettersi. All’inizio, il governo non l’ha presa sul serio, pensava smettesse.
Fino a quando Time la sceglie tra le cento persone più influenti del mondo. Lì arriva il primo attacco di Fidel Castro, a cui lei replica con indifferenza, e poi la censura. “Quando nei server degli hotel e degli internet point hanno bloccato l’accesso al mio sito, ho dovuto inventarmi un sistema alternativo per pubblicare i miei post. E sono state le mani amiche virtuali (“persone che un bel giorno mi hanno scritto un’email con la disinvolta semplicità che ci consente di fidarci di un’altra persona anche quando non l’abbiamo mai vista”) ad aiutarmi a mantenere in vita il mio spazio. Mi sono trasformata in una blogger cieca, ma proprio il fatto che non potevo amministrare il mio sito è stato uno stimolo per continuare a scrivere”. Ed è sbarcata i numerosi Paesi occidentali: in Italia cura una rubrica sul settimanale Internazionale, e collabora con il quotidiano La Stampa. Il 15 aprile scorso è uscito il suo primo libro, Cuba Libre, edito da Rizzoli, e ora sta lavorando ad altri due.
Oltre alla censura, non le viene concesso il visto per lasciare l’isola, e così non può partecipare all’ultima Fiera del Libro di Torino né ritirare il Premio Ortega y Gasset per il giornalismo digitale 2008 del quotidiano El Pais. In più, la televisione tedesca Deutsche Welle le ha assegnato il premio come migliore Weblog internazionale. Eppure, lei continua, imperterrita, sostenuta dal marito Reinaldo, giornalista espulso da Juventud Rebelde per le sue idee non allineate, che dice di provare “pura invidia, perché se fossi orgoglioso potrebbe sembrare che stia rivendicando qualche merito, ma non è così”. Anche i cubani che vogliono la leggono, grazie a un giro di chiavette USB con cui si copiano e passano i post.
Ovviamente non mancano le critiche, gli attacchi, le calunnie, da parte di quelle che lei definisce “Brigate di risposta cibernetica”: persone che svolgono in rete “lo stesso compito che le Brigate di risposta rapida svolgono per le strade di Cuba con l’aiuto di pietre e bastoni: Si tratta di persone mascherate da ‘popolo entusiasta’, che seguono le indicazioni provenienti dall’alto e spaventano chi la pensa in modo diverso”.
Tanti troll, cioè quelli “che hanno scelto il mio blog per esprimersi”, amano molto, tra le altre cose, speculare sul ritorno di Yoani a Cuba. “Non so cosa mi abbia spinto a fare la valigia. È stata una decisione incomprensibile almeno quanto quella di scrivere Generación Y”. Viene dipinta anche come un’agente della Cia, e al riguardo lei non può che sorridere, altro che arrabbiarsi. Non cerca rivendicazioni, il blog per lei è un’esorcismo contro i demoni, anche se “fin dai primi post mi rendo conto che i demoni contro cui mi batto sono molti e non vogliono andarsene”. Il più potente è l’apatia, propria di chi le dice “Perché lo fai?”, degli amici in carne e ossa che col tempo sono spariti, nella stessa misura in cui aumentavano quelli vituali.
Si è trasformata in una “cubana sopra una zattera virtuale” che fa domande. Per ora non si ferma, anche perché “non è ancora stata fatta una legge che vieta a un cittadino cubano di esprimere opinioni in rete”. E, se avvenisse, potrebbe sempre trovare un altro mezzo, tipo “i segnali di fumo”.
Le parole che Yoani Sánchez pubblica “non sono la pesante testimonianza di chi è stato vittima o carnefice, ma semplicemente i demoni liberati di qualcuno che si sente ‘responsabile’”. Anche se non può togliersi di dosso questa etichetta, non si sente nemica del governo cubano, ma “solo una cittadina. Tutti i kilobyte usati in questi anni mi hanno fatto capire che non sono io, non siamo noi che ci opponiamo a qualcosa. I miei post sono la dimostrazione che la realtà cubana è profondamente contestataria”.