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Medico di professione e per missione, congolese di nascita e italiana di adozione. Colette Kitoga Habanawema è arrivata nel nostro Paese quando aveva 14 anni, accompagnata da una suora missionaria, per mantenere la promessa fatta alla madre, dopo la morte di un fratello ed una sorella più piccoli per mancanza di cure e medicinali.
Colette ricorda ancora oggi quelle sue parole, pronunciate nella luce di un sole che lentamente si spegneva per lasciar posto alla notte: “Mamma, diventerò dottoressa ed aiuterò la nostra gente”.
Ha ottenuto la laurea in medicina all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e la specializzazione in sanità pubblica e sviluppo all’Università di Ginevra. Poi, ha approfondito studi di bioetica, medicina tropicale, psicoterapia femminile e giovanile. Nel 1987, mantiene la promessa e rientra in Kivu per occuparsi di maternità.
“Ero responsabile del reparto di ginecologia ed ostetricia di un piccolo ospedale statale della zona e di una piccola struttura ospedaliera di missionari protestanti – racconta - cercavo di fare del mio meglio per strappare le donne alla morte da parto. Sino a qualche anno fa nel mio paese la sopravvivenza delle donne incinte era molto precaria, ed il numero dei neonati orfani, soprattutto nelle zone rurali, enorme. E’ così che ho cominciato a pensare ad un centro medico dedicato a mamme e bambini. Ma con lo scoppio della guerra tutto ha avuto un corso diverso...”.
Aveva appena fondato il Centro Mater Misericordiae, pensato per accogliere i neonati orfani, quando nel 1996 scoppiò quella guerra di cui poco si sa fuori dal paese e che ancora, nella parte est, sta mietendo migliaia di vittime tra la popolazione, con stragi, violenze sessuali e persone sepolte vive. Il Centro cominciò così ad occuparsi delle vittime del conflitto, per l’85% bambini. Il bilancio di questa guerra infinita è di almeno 3.500.000 morti e 2.300.000 profughi.
Ben presto una parte dell'attività si è rivolta alle donne e ragazze stuprate e sottoposte a violenze di ogni tipo.
“Ci sono donne salvate dall’essere state sepolte vive, vedove sopravvissute al genocidio della famiglia, donne e ragazze stuprate, non solo dai soldati delle diverse fazioni, ma anche dai civili che approfittano della situazione di totale impunità verso questo crimine”.
In Congo, come in altre guerre, lo stupro è stato utilizzato come vera e propria arma da guerra, e addirittura come arma biologica perché chi stuprava era malato di Aids od era sieropositivo. E se prima del 1996 nelle zone rurali la sieropositività era pari a zero, con gli scontri il numero dei contagi è aumentato in maniera impressionante, superando anche quello che si registra nelle grandi città.
Non solo: le donne violentate o malate sono anche donne abbandonate, espulse dalla comunità per una colpa che non hanno commesso.
“Arrivano da noi, al Mater Misericordiae, spinte da altre donne che hanno beneficiato dei nostri servizi, il Centro è conosciuto nella zona. La difficoltà più grande è contattare i membri della famiglia del marito per cercare di far riaccettare la donna in casa. La violenza sessuale viene percepita dalle famiglie come un vergogna, a tal punto da spingere marito e figli a girarle le spalle, ad andarsene. Anche le famiglie d’origine sono restie a riprendersi le figlie in casa, visto che con il matrimonio e la dote le avevano date ad un altro.”.
“Le donne dei paesi coinvolti in questa guerra sono tutte vittime. Gli uomini ci fanno credere di essere nemiche, ci mettono le une contro le altre, ma noi ci sentiamo sorelle. Per questo ho un progetto di dialogo e di incontro tra le donne del Congo, Rwanda, Uganda e Burundi e le donne italiane. E’ la donna che può educare alla pace ed essere di esempio per i figli. Nella drammaticità della guerra la donna è anche l’unica che può lavorare. C’è un detto che dice che se un uomo sposa una donna pigra manderà in rovina tutta la famiglia, perché non ci si può aspettare nulla da una donna senza energia”.
Ma nonostante il suo ruolo vitale sia riconosciuto, prevale ancora la credenza tradizionale che colloca il femminile ad un gradino inferiore, mentre il maschio è l’essere superiore.
E così, accanto all'assistenza medica e psicologica, sono partiti progetti di promozione dell’occupazione femminile come quello avviato nel 2004, per liberare le donne dai duri lavori nelle miniere impegnandole nella coltivazione di ortaggi e legumi e nell’allevamento dei conigli.
Nel 2005, Colette ha ricevuto il Premio Unicef per la sua attività di missione.
Periodicamente torna in Italia per promuovere solidarietà verso la sua gente, sviluppare i progetti del Centro, e sostenere il diritto dei più deboli ad un futuro di pace.
In ogni intervista che rilascia non manca di richiamare gli africani alle loro responsabilità, ma lancia anche un appello a tutte le persone che possono ascoltarla: “Noi abbiamo urlato e nessuno ci ha sentito. Adesso siamo stanchi e non abbiamo più la forza di gridare. Voi che leggete, siate la nostra voce, la voce dei senza voce. Gridate al posto nostro perché siamo stanchi della guerra. Vogliamo la pace!”.
E nonostante tutto, lancia messaggi di ottimismo: “Credo che un giorno le cose cambieranno, le donne ritorneranno ad essere mamme, donne, sorelle. E avremo la pace”.