Salute della donna. Perché?
Perché la salute della donna è un vero e proprio paradigma del livello di civiltà, democrazia e sviluppo di un Paese.
In altri termini, le donne, il loro mondo, la loro vita e la loro salute sono veri e propri “indicatori del benessere” di una società nel suo complesso.
Perché le donne si ammalano di più.
Perché dobbiamo sviluppare la ricerca di genere. E questo perché: le donne consumano più farmaci degli uomini, sono anche più soggette degli uomini alle reazioni avverse, perché le donne sono da sempre paradossalmente sottorappresentate nei trials clinici (sperimentazioni).
Livia Turco, ex Ministro della Salute, maggio 2007
Indice della sezione
La medicina ha sempre cercato di porsi, sia nella teoria che nella pratica, in modo neutrale rispetto al genere riconoscendo una specificità alle donne solo per quanto riguarda la riproduzione. Ed è proprio in relazione alla salute riproduttiva e alla sessualità che le donne hanno rivendicato e assunto un ruolo attivo, arrivando successivamente a mettere in discussione il monopolio maschile della medicina. E’ emerso così che tutta la storia della ricerca medica, gli argomenti scelti, i metodi utilizzati e la successiva analisi dei dati sono stati il frutto di un punto di vista maschile, che è stato arbitrariamente esteso all’universo femminile. In questo modo non si è indagata l’influenza sulla salute di fattori legati al genere, da quelli ormonali agli stili di vita, e non si sono fatte ricerche e sperimentazioni che tenessero conto delle differenze tra uomo e donna. Di conseguenza le differenze sia fisiologiche che sociali tra i generi non sono entrate nella pratica clinica.
La medicina di genere è quindi un approccio che riconosce e studia le differenze e le somiglianze tra uomo e donna, dal punto di vista biologico e funzionale, ma anche i comportamenti psicologici e culturali, che traggono le loro origini dalle tradizioni etniche, religiose, educative, sociali.
E’ un approccio che riconosce come le donne risultano ancora spesso svantaggiate rispetto agli uomini nella tutela della loro salute, e che quindi ha un immediato impatto sulle politiche sanitarie e su quelle per le pari opportunità.
I fattori di rischio legati alla salute femminile non riguardano tanto gli aspetti riproduttivi, quanto il ruolo sociale della donna, sempre più impegnata sul fronte familiare e lavorativo con inevitabili ripercussioni sulla propria salute. Tale approccio è importante anche per l’esistenza di patologie di genere, che riguardano le donne o perché relative a organi femminili, o perché ne soffrono più degli uomini.
Per questa serie di motivi la tutela della salute implica promozione di una cultura della salute di genere. Se l’appartenenza al sesso femminile o maschile influenza la salute e la sua percezione, le politiche di prevenzione devono considerare queste differenze per realizzare davvero i propri obiettivi di miglioramento del benessere dell’intera popolazione. E, come sempre, per prevenire e promuovere, è innanzitutto necessario conoscere il fenomeno.
La costruzione di una "medicina di genere" è iniziata meno di venti anni fa ed è ancora limitata ad esperienze esemplari, come la Columbia University di New York che dal 2002 ha attivato dapprima un corso universitario, poi un settore specializzato e una rivista intitolata appunto Gender Medicine. Ma le cose si stanno muovendo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS-WHO) ha inserito la tematica nel suo Equity Act e ha istituito al suo interno un dipartimento dedicato a genere, donne e salute, il Department of Gender, Women and Health. In Europa sono sorti centri universitari per la medicina di genere a Berlino, Monaco, Stoccolma.
In Italia, nel 1999 è stato costituito il primo gruppo di lavoro, Medicina Donna Salute, e nel 2003 un’equipe di specialisti è stata incaricata dal Ministero della Salute di formulare le linee-guida sulle sperimentazioni cliniche e farmacologiche che tengano conto della variabile uomo-donna. Nel novembre 2008 il Comitato Nazionale di Bioetica ha approvato il parere La sperimentazione farmacologica sulle donne, affermando il principio dell’equa considerazione della donna nella sperimentazione. L’Università di Sassari ha attivato il primo dottorato europeo di Farmacologia di genere e l’AIFA, Agenzia italiana del farmaco, ha deciso di istituire un Gruppo di lavoro su farmaci e genere primo organo regolatorio sui farmaci in Europa a dotarsi di questa struttura.
Storia e prospettive della medicina di genere
Il genere della salute. Dialogo tra il medico Carlo Vergani e la filosofa Nicla Vassallo
Guida alla salute delle donne, a cura di Elvira Reale, pubblicato nel 2003 dalla Commissione Pari Opportunità
Associazione Italiana Donne Medico
Dipartimento Genere, Donne e Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (in inglese)
Gruppo Medicina di Genere presso la Columbia University di New York (in inglese)
Associazione Internazionale Donne Medico (in inglese)
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Il Ministero della Salute è divenuto maggiormente sensibile e attento alla tematica del genere, soprattutto a partire dalla scorsa legislatura in cui la ministra Livia Turco ha avviato un programma organico di azioni e iniziative. Nel governo attualmente in carica, una donna, Francesca Martini, è sottosegretaria del ministro Ferruccio Fazio, con delega al Fondo Sanitario Nazionale e ai Rapporti con le Regioni.
Il sito Salute delle donne, sul portale del Ministero
Progetti del CCM – Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie
In occasione del trentennale del Servizio Sanitario Nazionale, il 7 maggio 2008, è stata presentata un’ampia pubblicazione dal titolo La salute delle donne – Un diritto in costruzione (PDF 7,22 MB).
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In occasione dell’otto marzo 2008, la Commissione salute delle donne ha presentato il primo Rapporto sullo stato di salute delle donne in Italia, un ampio documento che fornisce il profilo delle condizioni di salute delle donne secondo i più aggiornati dati forniti dalle fonti istituzionali e dalle banche dati internazionali, con indicazioni e proposte operative. Ecco una sintesi dei temi principali.
Trend sociali e demografici della popolazione femminile italiana
Le donne italiane al 1 gennaio 2007 sono 30 milioni (il 51,4% della popolazione); le donne straniere sono il 4,4% della popolazione femminile. Negli ultimi dieci anni il tasso di nuzialità è diminuito dal 4,8 al 4,2 per mille; il numero medio di figli per donna è rimasto stabile (pari a 1,2-1,3), così come l’età media del parto (30-31 anni).
Le donne nel mondo del lavoro
In generale, nonostante il livello di scolarizzazione elevato (percentuale di laureate praticamente pari a quello degli uomini, mentre dieci anni fa era inferiore di un terzo), le donne sono soprattutto impiegate nel lavoro dipendente e in ruoli subordinati.
Nel Servizio Sanitario Nazionale la presenza femminile è alta (60,9% del totale); tuttavia, nella distribuzione dei ruoli le donne costituiscono il 32,2% dei medici mentre sono il 75,5% del personale infermieristico. Le donne sono ben rappresentate nei livelli intermedi e nella direzione di strutture semplici, ma non nelle posizioni di maggior rilievo (appena l’11% dei primari).
Per quanto riguarda la salute sul lavoro, le donne denunciano circa il 27% degli infortuni e il 22% delle malattie professionali. Il tasso d’incidenza femminile è meno della metà di quello maschile, tuttavia, in agricoltura è superiore a quello degli uomini, mentre scende nell’industria e nei servizi. La maggior parte delle lavoratrici lamenta lo stress come primo problema lavorativo e, pertanto, i livelli di malattie correlate allo stress sono circa il doppio per le donne rispetto agli uomini: si tratta, peraltro, di diversi tipi di stress da fronteggiare rispetto agli uomini, non ultimo le molestie sessuali e le discriminazioni legate al genere nonché la difficoltà a equilibrare lavoro e famiglia. Le malattie più frequenti tra le donne sono le tendiniti e la sindrome del tunnel carpale.
Indicatori sanitari specifici
Nelle ultime decadi l’aspettativa di vita delle donne in Italia è continuamente cresciuta ed ha raggiunto 84 anni, ben 6 anni in più rispetto agli uomini. La mortalità infantile negli ultimi 15 anni è diminuita del 52% passando da 7,2 a 3,4 bambine decedute nel primo anno di vita su 1000 nate vive (inferiore dello 0,5 a quella maschile).
In Italia il 53% delle donne dichiara di sentirsi “bene” o “molto bene”, contro il 67% degli uomini. Tra le ultra65enni la percentuale scende al 20%.
Cause di mortalità tra le donne
Le cause di morte più frequenti sono le malattie dell’apparato cardiocircolatorio (46,8%) e il cancro (23,8%); le malattie dell’apparato respiratorio sono responsabili del 5,5% dei decessi e le cause violente del 3,7%. Il restante 20% circa è dovuto ad altre cause. Il cancro alla mammella causa il 17,1% della mortalità per tutti i tumori, con un tasso standardizzato di mortalità di circa 38 su 100.000, mentre il cancro alla cervice è responsabile dell’1,6% di tutti i tumori femminili e rappresenta lo 0,6% dei decessi per neoplasia.
La salute riproduttiva
Nel 2005, il 13,8% dei parti è relativo a madri di cittadinanza non italiana (al Centro-nord quasi il 20%). L’età media della madre al parto è 31,9 anni per le italiane; 28,6 anni per le cittadine straniere. Il 40,9% delle madri ha una scolarità medio alta, il 41,5% medio bassa e il 17,6% ha conseguito la laurea. Il 50,4% delle madri ha un’occupazione lavorativa, il 39,1% sono casalinghe e il 10,5% sono disoccupate o in cerca di prima occupazione.
Oltre l’ 88% dei parti avviene negli Istituti di cura pubblici, l’11,6% nelle case di cura e lo 0,18% a domicilio. L’incidenza dei tagli cesarei è 38,2% del 2005 (l’Italia è ai primi posti in Europa e nel mondo).
Per quanto riguarda i metodi contraccettivi, un rapporto del CENSIS (2000) indica che, nelle coppie italiane i metodi contraccettivi maggiormente impiegati sono il coito interrotto (31,6%), il condom (28,4%), seguiti dalla “pillola” (20,9%) dai metodi naturali (4,2%), dai dispositivi intrauterini (3,2%), dal diaframma (1,3%) mentre “nessun metodo” risultava adottato nel 10,4% delle coppie.
Nel corso degli anni in Italia è notevolmente diminuito il ricorso all'aborto: da oltre 200.000 all’anno negli anni ottanta a circa 130.000 nel 2006. Il tasso di abortività (numero di interruzioni su 1000 donne in età 15-49 anni), è diminuito da 17 nel 1982 a 9,4 nel 2006.
Nel 1995 il 7% delle interruzioni di gravidanza risultava essere effettuata da cittadine straniere, nel 2005 è il 30%. Il tasso di abortività delle donne straniere (soprattutto molto giovani e nubili) risulta quattro volte superiore a quello delle donne italiane.
Morbilità e altri indicatori sanitari
Vengono analizzati dal punto di vista di genere i dati relativi a morbilità, morbosità, disabilità, ospedalizzazione, ricorso ai servizi sanitari, e quelli su violenza e maltrattamenti, per evidenziare alcune specificità e tendenze evolutive.
Risulta che l’8,3% delle donne italiane denuncia un cattivo stato di salute contro il 5,3% degli uomini. Le malattie per le quali le donne presentano una maggiore prevalenza rispetto agli uomini sono: le allergie (+ 8%), il diabete (+ 9%), la cataratta (+ 80%), l’ipertensione arteriosa (+ 30%), alcune malattie cardiache (+ 5%), tiroide (+ 500%), artrosi e artrite (+ 49%), osteoporosi (+ 736%), calcolosi (+ 31%), cefalea ed emicrania (+ 123%), depressione e ansià (+ 138%), morbo di Alzheimer (+ 100%). Il tasso di disabilità femminile è circa il doppio di quello maschile (6,12% contro 3,32%).
Stili di vita e fattori di rischio per la salute
Le due maggiori cause di morte (malattie cardiache e tumori) sono prevenibili con la prevenzione primaria (stili di vita più salutari) o secondaria (diagnosi precoce, ad esempio attraverso gli screening). I maggiori fattori di rischio, associati alla mortalità prematura (prima dei 65 anni) sono: fumo, eccessivo consumo di alcool, dieta non salutare e assenza di attività fisica.
Il ricorso agli screening tumorali è molto frequente nelle donne italiane, anche se negli ultimi anni si è stabilizzato e presenta forti differenze tra Centro-Nord e Sud.
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L’OMS definisce la salute sessuale e riproduttiva come lo stato di benessere fisico, mentale e sociale, correlato al sistema riproduttivo e alle sue funzioni. Le donne e gli uomini devono essere in grado di condurre una vita sessuale responsabile, soddisfacente e sicura, avere la capacità di riprodursi e la libertà di decidere se, quando e quanto possono farlo.
Il sito del Ministero offre una sintesi dei principali argomenti correlati, suddivisi per categoria.
Malattie sessualmente trasmissibili
Interruzione volontaria di gravidanza
Dopo l’entrata in vigore della legge 194/1978, che ha consentito l’aborto nelle strutture pubbliche fino al novantesimo giorno di gravidanza e successivamente in caso di grave pericolo per la salute della donna, il fenomeno ha conosciuto in Italia un calo costante, riducendosi del 50% in ventotto anni. Nel 2009 le interruzioni legali sono state 117.000 e quelle clandestine sono stimate intorno a 15.000. In controtendenza purtroppo sono le donne straniere, che oggi rappresentano quasi un terzo di coloro che vi ricorrono e la quasi totalità di quelle che lo fanno in modo sommerso o illegale.
Non ci sono dubbi che la legge, approvata e poi confermata da un referendum popolare dopo anni di lotte dei movimenti femminili e di drammatici confronti politico-culturali, ha raggiunto almeno in parte il proprio obiettivo di garantire una procreazione cosciente e responsabile con mezzi alternativi all’aborto, e che il tema di una sua piena applicazione e di eventuali miglioramenti operativi o di aggiornamenti tecnico-scientifici (richiesti in primo luogo dalle donne, come l’uso dei mezzi meno invasivi resi disponibili dalla ricerca medica, incluso quello farmacologico già sperimentato in alcuni ospedali italiani dal 2005), non dovrebbe metterne in discussione i principi di base.
Tuttavia, si verifica in modo ricorrente il tentativo, a volte dichiarato a volte indiretto, di modificarne aspetti non secondari in senso restrittivo.
Sul piano dei principi, è noto che la legge sulla procreazione assistita, criticabile sotto molti aspetti, ha affermato una sorta di primato dei diritti del nascituro su quelli della madre, in aperto contrasto con la 194.
Sul piano pratico, è soprattutto l’incremento dell’obiezione di coscienza, che ha raggiunto nel 2008 il 71,5% tra i ginecologi e il 53% tra gli anestesisti, che sta compromettendo in modo serio il funzionamento dei servizi pubblici soprattutto in alcune regioni (Campania, Lazio, Sicilia, Veneto), innescando una sorta di migrazione interna e rischiando in prospettiva di riconsegnare le donne, soprattutto quelle più deboli, alla piaga della clandestinità.
Anche l’introduzione del cosiddetto aborto farmacologico, la pillola RU 486, avvenuta sperimentalmente in poche regioni dal 2005 e ufficialmente a livello nazionale del 2009, con quasi venti anni di ritardo rispetto agli altri paesi europei, ha innescato una serie di polemiche spesso pretestuose. Di fatto, l’obbligo di ricovero ospedaliero, imposto dalle Linee Guida nazionali anche se non applicato in alcune regioni, rallenta per ora la diffusione di questo metodo, considerato meno invasivo per la salute delle donne.
I dati 2009 sull’interruzione di gravidanza
Procreazione medicalmente assistita – PMA
Le tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) sono tutti quei procedimenti che comportano il trattamento di ovociti umani, di spermatozoi o embrioni nell'ambito di un progetto finalizzato a realizzare una gravidanza. Si tratta di mezzi che la scienza medica ha messo a punto per ovviare ai casi di infertilità e di sterilità dell’uomo o della donna, che riguardano circa il 30% delle coppie nei paesi europei. Questi procedimenti includono: la inseminazione omologa, la fecondazione in vitro ed il trasferimento embrionale, il trasferimento intratubarico dei gameti, il trasferimento intratubarico degli zigoti, il trasferimento intratubarico degli embrioni, la crioconservazione dei gameti e degli embrioni. La materia è regolamentata dalla legge 19 febbraio 2004, n. 40 (PDF, 145 KB), che ammette il ricorso alla procreazione medicalmente assistita quando non vi siano altri metodi terapeutici efficaci per risolvere le cause di sterilità o infertilità, ma stabilisce pesanti e discutibili limitazioni che ne hanno di fatto ridotto le possibilità di applicazione. Una sentenza della Corte Costituzionale nell’aprile 2009 ha di fatto modificato la legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita, consentendo la flessibilità del numero di embrioni impiantabili e la crioconservazione di quelli prodotti in eccesso, mentre altri ricorsi pendenti riguardano il divieto di fecondazione eterologa (con ovuli o seme donati da persone esterne alla coppia). Già i mutamenti indotti dalla sentenza hanno avuto effetti positivi sul numero e sull’efficacia degli interventi.
Il sito del registro dei centri autorizzati alla PMA, a cura dell’Istituto Superiore di Sanità
Endometriosi.
E’ una malattia tipicamente femminile che, secondo stime ONU, colpisce 150 milioni di donne nel mondo, di cui 14 milioni in Europa e oltre 3 milioni in Italia. Si tratta una malattia progressiva, in cui cellule della mucosa uterina (endometrio) si impiantano fuori dall’utero, creando focolai nel basso ventre (ovaie, intestino o vescica), più raramente in altri organi, che reagiscono alla stimolazione ormonale del ciclo. L’endometriosi è una patologia poco conosciuta, ma di grande impatto sociale, anche perché è un serio ostacolo alla gravidanza. Il 2 aprile 2008, giornata nazionale per l’endometriosi,è stata lanciata una campagna di informazione sul tema a cura dell’AIE – Associazione Italiana Endometriosi. Un libro toccante di Veronica Prampolini racconta una storia personale di rapporto con questa malattia, paragonata nel titolo a un girone infernale: Canto XXXV - Inferno. Donne affette da Endometriosi.
Mutilazioni genitali femminili
Le mutilazioni genitali femminili (MGF) sono modificazioni indotte agli organi genitali femminili, effettuate per ragioni culturali o altre ragioni non terapeutiche.
Si conoscono vari tipi di mutilazioni genitali femminili con diversi livelli di gravità, di cui la più radicale è comunemente chiamata infibulazione, che provoca dolori, rischi di infezioni e complicanze anche gravi, perdita del piacere sessuale e difficoltà nella gravidanza. E’ una pratica di origini antiche, ancora molto diffusa nell’Africa Subsahariana nonostante alcuni stati l’abbiano formalmente proibita, che in seguito all’immigrazione da quei paesi viene praticata illegalmente anche in Europa e in Italia.
Il 25 marzo 2008 sono state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale le linee guida rivolte alle figure professionali che operano a contatto con le donne che provengono da paesi in cui vengono effettuate tali pratiche.
La giornata mondiale contro le MGF
Un’analisi antropologica del fenomeno
Percorso nascita
Si tratta dell’insieme degli interventi sanitari, educativi e sociali che devono essere garantiti, nell’intero periodo di gravidanza, durante il parto e nel periodo immediatamente successivo, a tutte le donne e ai loro bambini. Secondo l’OMS, obiettivo del percorso è garantire la perfetta salute della mamma e del nascituro/neonato con il minimo possibile di interventi sanitari, compatibilmente con la sicurezza e con l’insorgere di eventuali patologie. Infatti, dovrebbe essere ormai acquisito che il parto è un evento fisiologico nella generalità dei casi e che la donna possiede di norma la piena competenza per gestirlo. Viceversa si è assistito negli ultimi anni a un eccesso di medicalizzazione, con incremento di pratiche diagnostiche e terapeutiche invasive, e a una tendenza a espropriare la donna del diritto di scegliere. Per questo si parla oggi del passaggio dal modello biomedico a quello sociale, e in parallelo il concetto di assistenza pre/perinatale si è evoluto in quello di percorso nascita, in cui la regia e le scelte fondamentali spettano alla mamma, possibilmente assieme al padre e, solo in seconda battuta o in caso di difficoltà specifiche, alle strutture sanitarie e sociali.
Il Progetto Obiettivo Materno Infantile (POMI) adottato con Decreto Ministeriale 24 aprile 2000 (PDF, 253 KB), mira a promuovere unità, efficienza e coerenza negli interventi dell’area materno-infantile, sinergizzando le attività delle strutture territoriali con quelle ospedaliere e valorizzando le interdipendenze esistenti fra le strutture operative.
Alla fine del 2010 il Ministero della Salute ha emanato due importanti direttive:
- la Linea guida sulla gravidanza fisiologica un documento per l’aggiornamento dei professionisti e la predisposizione di protocolli operativi dei differenti punti nascita, corredato dall’Agenda della gravidanza;
- le Linee di indirizzo per la promozione ed il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell'appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e per la riduzione del taglio cesareo un programma, articolato in 10 linee di azione condivise con le Regioni, finalizzato a limitare l’eccessivo ricorso al parto chirurgico e a diffondere l’utilizzo di procedure di controllo del dolore.
Depressione post partum
Che le donne siano più vulnerabili agli sbalzi di umore durante la gravidanza e subito dopo il parto è un dato conosciuto da sempre: un periodo che già i Romani definivano "il tempo delle lacrime". Tuttavia questo stato d’animo transitorio, che lo psicologo inglese Winnicott ha definito baby blues (malinconia da bebé), può evolvere in una serie di disturbi di cui la depressione post-partum è il più grave e comune, dato che interessa fra il 10 e il 20% delle madri di tutto il mondo. Le cause sono di natura sia ormonale che psicosociale, gli effetti possono essere devastanti e irreversibili se non viene riconosciuta come una vera patologia e affrontata adeguatamente. Ma per questo occorre combattere tabù e pregiudizi: le donne che ne soffrono spesso “non si sentono malate ma cattive madri. Molte dissimulano, negano e sono condizionate dal senso comune. Nella nostra società infatti – secondo il ginecologo Giorgio Vittori – c'è la convinzione che una nascita sia un evento meraviglioso e che la donna non abbia diritto a non provare felicità".
Un opuscolo informativo della SIGO-Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (PDF, 1,22 MB)
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Dopo le malattie cardiovascolari, i tumori rappresentano la principale causa di morte.
Secondo I Tumori nelle donne – Rapporto 2008 dell’AIRTUM- Associazione Italiana Registro Tumori (PDF 244 KB), i tumori provocano ogni anno il decesso di 119 donne ogni 10.000 sopra i 75 anni, e di 38 dai 55 ai 74 anni. In Italia sono stimati circa 120.000 casi all’anno di tumori maligni su tutta la popolazione femminile in età 0-84 anni, circa 38.000 dei quali sono tumori della mammella; una donna ogni 4 ha la probabilità teorica di ammalarsi di tumore nel corso della vita, considerata come il periodo che va dalla nascita ai 74 anni, mentre la probabilità di morire a causa di un tumore nello stesso arco temporale riguarda una donna ogni 11. Questo rischio (detto rischio cumulativo) aumenta al crescere dell’età: tra le donne in età giovanile-adulta (0-44 anni) è diagnosticato solo il 9% del totale dei tumori, tra quelle in età adulta (45-64 anni) il 30% e il rimanente 60% tra le ultrasessantacinquenni. Tra i tumori più frequenti nel sesso femminile al primo posto si colloca quello della mammella che costituisce quasi il 30% di tutte le diagnosi tumorali; al secondo posto c’è il tumore del colon-retto, seguito da quelli del polmone, dello stomaco e del corpo dell’utero. Il tumore della mammella rappresenta da solo quasi un terzo di tutti i tumori diagnosticati, che ogni anno in Italia ammontano a circa 38.000 tra 0 e 84 anni, mentre si verificano circa 11.000 decessi a causa di questa patologia (9.000 tra 0 e 84 anni). Il numero dei nuovi casi diagnosticati nel sesso femminile è in aumento. Poiché l’incidenza dei tumori aumenta con l’età, il continuo invecchiamento della popolazione causa di per sé un incremento nel numero totale delle diagnosi. Questo fenomeno è più evidente nella popolazione femminile, in generale più anziana di quella maschile: in Italia il 22% degli uomini ha almeno 60 anni, contro quasi il 30% delle donne. La sopravvivenza per tumori nel sesso femminile è però in costante aumento, con valori più elevati rispetto a quello maschile: nel complesso, sopravvive almeno il 60% delle donne con diagnosi nel periodo 95-99 ed è ancora vivo a 5 anni dalla diagnosi. La differenza fra sessi è dovuta, da un lato, alla diversa prevalenza e prognosi di neoplasie diagnosticate nei due sessi; dall’altro, al diverso stadio della stessa patologia tumorale al momento della diagnosi.
Questi numeri spiegano la crescente diffusione dei programmi di screening oncologici e il fatto che rappresentino una delle priorità del Piano Nazionale della Prevenzione. Nel novembre 2006 il Ministero della Salute ha emanato le Raccomandazioni per la pianificazione e l’esecuzione degli screening di popolazione per la prevenzione del cancro della mammella, del cancro della cervice uterina e del cancro del colon retto (PDF 1 MB), che prevedono la diagnosi precoce di: cervicocarcinoma mediante Pap-test, per donne tra i 25 e i 64 anni; tumore mammario mediante screening mammografico, per donne tra i 50 e i 69 anni; tumore del colon-retto.
Dal 2001 esiste infine l’Osservatorio Nazionale Screening – ONS, che si occupa di formazione specifica per le attività di screening, promozione della ricerca, linee guida per la certificazione dei programmi, monitoraggio e valutazione della qualità dei programmi attivati a livello regionale.
In questa ottica rientra anche la campagna per la vaccinazione contro il papillomavirus, gratuita e a tappeto, per le ragazze sotto i 12 anni, e che la Regione Piemonte ha deciso di estendere alle sedicenni, avviata in Italia nel marzo 2008.
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L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la violenza contro le donne come “l’uso intenzionale della forza fisica o del potere, o della minaccia di tale uso, rivolto contro se stessi, contro un’altra persona… che produca o sia molto probabile che possa produrre lesioni fisiche, morte, danni psicologici, danni allo sviluppo, privazioni”.
L’ormai celebre indagine Istat La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia, presentata nel 2007 e riferita al 2006, stima in quasi sette milioni le donne vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita, praticamente una donna su tre nella fascia da 16 a 70 anni. Di queste, cinque milioni di donne hanno subìto violenze sessuali (23,7%), 3 milioni 961 mila violenze fisiche, mentre circa 1 milione è stato vittima di stupri o tentati stupri (4,8%). Il 14,3% delle donne con un rapporto di coppia attuale o precedente ha subito almeno una violenza fisica o sessuale dal partner, se si considerano solo le donne con un ex partner la percentuale arriva al 17,3%. Il 24,7% delle donne ha subito violenze da un altro uomo.
Nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate. Il sommerso è elevatissimo e raggiunge circa il 96% delle violenze da un non-partner e il 93% di quelle da partner. Anche nel caso degli stupri la quasi totalità non è denunciata (91,6%). È consistente la quota di donne che non parla con nessuno delle violenze subite (33,9% per quelle subite dal partner e 24% per quelle da non partner).
Dalla ricerca Istat si evidenzia che, tra i fattori determinanti una maggiore predisposizione a divenire un partner violento, appare maggiormente significativo avere avuto un padre che picchiava la propria madre o che è stato maltrattato dai genitori. Infatti, la quota di violenti con la propria partner è pari al 30% fra coloro che hanno assistito a violenze nella propria famiglia di origine, al 34,8% fra coloro che l’hanno subita dal padre, al 42,4% tra chi l’ha subita dalla madre, mentre è limitata al 6% tra coloro che non hanno subito o assistito a violenze nella famiglia di origine. Studi epidemiologici internazionali hanno dimostrato conseguenze fisiche, psicologiche e sociali della violenza, che oltre ad essere un grave evento traumatico e un’esperienza intollerabile che annienta il senso di integrità personale, provoca danni di lungo periodo ed è anche fattore eziologico in una serie di patologie rilevanti per la popolazione femminile. Sono stati condotti studi sulle patologie ginecologiche, gastroenterologiche, sui disturbi alimentari, disturbi d’ansia e attacchi di panico. Particolare attenzione è stata data dall’OMS alle patologie mentali e alla depressione. Fra le donne che hanno subito violenza si riscontra anche una maggiore frequenza di suicidi.
All’interno di questo quadro, un fenomeno sempre più allarmante anche perché fino a poco tempo fa ignorato o sottovalutato è il cosiddetto stalking, ovvero molestie insistenti e persecutorie, attuate con vari mezzi (appostamenti sotto casa o davanti al luogo di lavoro, pedinamenti, telefonate, sms, e-mail sgradite e ripetute ossessivamente), messe in atto il più delle volte da ex partner o da aspiranti tali. Questi comportamenti provocano danni seri alla vittima, e spesso si manifestano in un crescendo che può portare anche a conseguenze estreme: molti casi di violenza sessuale e persino di omicidio o suicidio si verificano al termine di una lunga serie di atti persecutori, contro i quali l’intervento delle autorità risulta spesso insufficiente o inefficace. Nell'aprile 2009 lo stalking è divenuto anche in Italia un reato perseguito dal Codice Penale.
Per combattere il fenomeno della violenza e aiutare le donne a denunciare gli abusi che sono costrette a subire, il Dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 2005 ha varato il progetto Arianna, gestito da tre società che da anni si occupano di violenza di genere, finanziato fino a tutto il 2009. Il termine Arianna è un acronimo che sta per Attivazione Rete nazIonAle aNtivioleNza e fin dalla sua nascita si configura come un’azione di sistema che coinvolge Enti Locali, servizi sanitari, Ministeri, Forze dell’Ordine e soggetti del privato-sociale, volta ad attivare una sperimentazione sul territorio nazionale, a migliorare e mettere in rete gli interventi locali, e a supportare la una programmazione più efficace di politiche e strategie.
Il progetto ha attivato un servizio nazionale di accoglienza telefonica attraverso il numero verde gratuito 1522 attivo 24 ore al giorno per tutto l’anno, con personale esclusivamente femminile e specificatamente formato, in più lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo, russo), accessibile dall’intero territorio nazionale, che fornisce una prima risposta alle vittime e l’eventuale attivazione di servizi di aiuto, con l'assoluta garanzia dell'anonimato.
Lo stesso portale on line costituisce un’area di scambio e di confronto, oltre a fornire materiali, studi, contatti e informazioni. All’interno sono infatti presenti:
- elementi per conoscere meglio il fenomeno della violenza contro le donne
- una sezione di approfondimento dedicata alle donne che subiscono violenza
- i modi con cui si può aiutare chi subisce forme di violenza
- buone prassi ed esperienze segnalate
- spazio dedicato ai territori pilota in cui è stata avviata la sperimentazione
- i link ai principali siti dei Centri antiviolenza in Italia.
Indagine Istat 2006 su violenza e maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia.
“Il silenzio e le parole”. Rapporto nazionale rete antiviolenza Urban su 25 città italiane [PDF, 897 KB]
Rapporto ONU "In-depth study on all forms of violence against women" (in inglese) ( PDF 501 KB)
Quadro conoscitivo del fenomeno, da Arianna – Rete Nazionale Antiviolenza
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Nato nel 2005, si occupa di studiare le principali patologie che colpiscono l’universo femminile e di proporre strategie di prevenzione primarie e secondarie, promuovendo una cultura della salute di genere. O.N.Da sostiene ricerche di base e cliniche sulle principali patologie, ne valuta l'impatto sociale ed economico e informa le istituzioni, i medici e il pubblico. Numerosi sono i progetti e le attività a cui lavora l’osservatorio. Tra di essi, ne menzioniamo tre:
- Libro bianco sulla salute della donna: presentato la prima volta nel 2007 e successivamente replicato nel 2009, ha come obiettivo quello di offrire un quadro annuale sulla stato di salute e di assistenza delle donne nelle regioni italiane.
- Libro verde sulla salute delle donne in Italia: uscito nel 2008, sulla base delle indicazioni del primo Libro bianco, contiene una serie di proposte operative per il miglioramento della condizione di salute delle donne nelle varie Regioni italiane, affrontando le problematiche di salute che riguardano prevalentemente le donne.
- Progetto Ospedaledonna: il progetto è volto a identificare delle realtà clinico e/o scientifiche fortemente all’avanguardia nel panorama sanitario italiano al fine di facilitare la scelta del luogo di cura da parte delle donne. Alle strutture ospedaliere che possiedono i requisiti identificati dall’Osservatorio vengono annualmente assegnati dei bollini rosa che attestano il loro impegno nei confronti delle malattie femminili. L’obiettivo di questa iniziativa è premiare le strutture che già possiedono caratteristiche a misura di donna e incentivare le altre ad adeguarsi nel tempo ai parametri definiti dall’Osservatorio.
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