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Lucy Aharish, l’araboisraeliana che sfida il razzismo

26 ottobre 2009

Ti trovi nella sezione Le opinioni, i racconti, le storie.

 

 

È stata la prima conduttrice di telegiornali di origine araba a lavorare in un’emittente commerciale israeliana. E ora, da “semplice ragazza araba di Gerusalemme che lavorava in un ristorante”, deve destreggiarsi tra le critiche che le arrivano sia dalla parte araba della società, sia da quella ebraica. E pensare che Lucy Aharish, 28 anni, parla un ebraico perfetto, a tal punto da lasciare senza parole i tassisti di Tel Aviv: spesso, scoprono che è musulmana nel bel mezzo di una critica contro gli arabi.

 
Il mistero è presto svelato: lei rientra nel ristretto gruppo di giovani araboisraeliani che hanno raggiunto il successo in Israele grazie a tv, riviste e cinema. Fa parte di quell'oltre 20% della popolazione che vive nello Stato ebraico. Essere cittadina israeliana, però, non basta ad avere gli stessi diritti.
Pur essendo nata a Dimona, in Israele, avendo frequentato una scuola ebraica e vivendo oggi a Tel Aviv, gli altri abitanti, che nel sangue ritengono di non avere nessun gene arabo, spesso la considerano ancora una sorta di nemica.
“Erano tutte bionde con gli occhi azzurri, come le altre annunciatrici del canale” racconta Aharish ricordando l’audizione per un posto da conduttrice del telegiornale nella tv israeliana Channel 10, “la prima cosa che ho pensato è che non mi avrebbero mai preso. Ma ho voluto provarci lo stesso”. E ci è riuscita: assunta come speaker e corrispondente in Cisgiordania. Questo, due anni fa. Oggi, invece, collabora, sempre a Tel Aviv, a un programma del mattino su Radio 99, al telegiornale per i giovani sulla tv pubblica Channel 1 e a una rubrica dedicata all’industria dell’intrattenimento sulla tv via cavo Hot 3.

 
A Dimona, una cittadina nel deserto del Negev profondamente conservatrice e nazionalista, la sua famiglia si trasferì da Nazareth in cerca di un lavoro migliore. Era l’unica famiglia araba lì. “Ero iscritta a una scuola ebraica – ricorda –. A casa ero immersa in una cultura musulmana e araba. Fuori, invece, celebravo tutte le feste ebraiche”. Sottolinea gli elementi positivi di questa doppia vita, anche se “alle superiori mi punzecchiavano sempre, a volte mi picchiavano, e sui muri del bagno comparivano ogni giorno scritte antiarabe. Ha deciso di tenere duro.
E di pensare con la sua testa. Facendo anche i conti con la sua vita e con l’ostilità dei palestinesi fin da piccola: aveva solo sei anni quando la sua famiglia fu vittima di un attentato terroristico a Gaza, quando le frontiere erano aperte e gli israeliani andavano spesso a fare spese: “Ci andavamo tutti i venerdì. Un giorno tirarono una bomba vicino alla nostra auto perché pensavano che fossimo ebrei”.

 
Difficile non farsi condizionare da questa esperienza, non crearsi un'immagine negativa dei palestinesi. Eppure, all’università, Aharish ha potuto approfondire le sue conoscenze sul conflitto e ha via via sfumato il suo giudizio. Giudizio che si è portata a Channel 10, scatenando le ire di tanti araboisraeliani: email infuocate, lamentele, spettatori che l’accusavano e contestavano. Lei si difende, perché la sua etica professionale causava vere e proprie battaglie redazionali prima della messa in onda: “Ogni giorno ci arrivavano dei comunicati dell’esercito israeliano sulle attività notturne in Cisgiordania. Parlavano di decine di ‘presunti terroristi’ che erano stati fermati nella notte. Ma per me questa è propaganda. Se ne parli al telegiornale, è come se stessi dicendo che ogni notte decine di palestinesi vogliono uccidere gli ebrei. E se questo succede ogni notte, è come dire che l’intera popolazione palestinese della Cisgiordania vuole uccidere gli ebrei”. E Lucy si è rifiutata di leggere questi comunicati propagandistici.

 
Lucy Aharish non è l’unica a ricevere critiche. A essere malvista è un po’ la sua categoria, quella dei giovani araboisraeliani che hanno successo in Israele, come gli attori Yousef Sweid, Clara Khoury e Kais Nashef. Per alcuni, la loro fama si basa sulla cancellazione dell’identità araba.
Niente di più sbagliato, secondo Lucy, che si pone in una continua sfida a certi stereotipi. “Viviamo in una società razzista, ma non sono disposta a cedere”. Ricorda le tre settimane dell’offensiva israeliana a Gaza, all’inizio del 2009: “Tutti i giorni in casa piangevo per quello che vedevo su Al Jazeera e Al Arabiya. Andava oltre gli israeliani, i palestinesi, il conflitto. Le persone hanno perso la loro umanità”. Nel 2008 ha dovuto lasciare Channel 10 per incompatibilità di carattere con i capi, ma, anche senza dirlo apertamente, non esclude che a pesare possa essere stato anche una sorta di fattore etnico.

 
La sua sfida agli stereotipi, però, continua. Spera di poterla allargare presto a quelli sulle donne arabe presenti negli Stati Uniti: vorrebbe diventare giornalista della CNN. Ammirevole il coraggio di portare avanti le proprie idee, in una realtà non facile, ma la scelta di questa carriera ha avuto qualche conseguenza negativa? “Né io né le mie sorelle siamo sposate. Siamo cresciute per essere forti e indipendenti, e per gli uomini arabi è difficile accettarci. Questione di stereotipi, anche qui.