Commissione Regionale di Pari Opportunitā

In quest'area del sito trovi informazioni sull'istituzione attiva in Piemonte dal 1986 per la promozione delle pari opportunità tra uomini e donne e la diffusione di una cultura di genere. È inoltre disponibile un archivio di notizie e contenuti relativi all'attività della CRPO


Consigliera di Paritā Regionale

Area dedicata alla Consigliera di Parità, una figura importante a tutela dei diritti di lavoratrici e lavoratori. Opera in Piemonte attraverso una rete di Consigliere a livello regionale e provinciale. È disponibile un'archivio di notizie e contenuti relativi all'attività della Consigliera.






Le donne di Teheran giocano a rugby

29 aprile 2008

Ti trovi nella sezione Le opinioni, i racconti, le storie.


È giovane e ha una sana vera passione per lo sport che pratica. Niente di strano, in apparenza: potrebbe essere la condizione di qualunque donna. Il fatto è che Elham Shahsavari ha 24 anni, crede di aver trovato la disciplina perfetta nel duro e fisico rugby ed è iraniana.
Rugby e donne: può sembrare una strana combinazione in un paese come l’Iran, eppure molte ragazze si sono buttate in questa disciplina tipicamente maschile con entusiasmo, ritenendo molto importante l’attività fisica. “La Rugby Union è la cosa giusta per me – spiega con gioia Elham, che ha un bel fisico solido -. Nel 2006 la Gorgan University mi consigliò di giocare e rugby per la mia potenza fisica”. All’epoca decise di provare, vincendo le obiezioni della sua famiglia, preoccupata del fatto che, per andare ad allenarsi, dovesse viaggiare partendo da un sobborgo di Teheran.
Qualcosa della cultura islamica, comunque, traspare dalla divisa delle rugbiste. Ogni volta che scendono in campo indossano il “maghnaeh”, un indumento che copre testa, collo e spalle, oltre ad una larga pettorina blu, una maglietta nera a maniche lunghe e pantaloni della tuta abbondanti. Non proprio il massimo del comfort, ma a loro non interessa, basta giocare e aver la possibilità di lasciarsi andare, di potersi sfogare quando di solito nella loro vita devono conciliare carriera e tempo libero con figli e attività domestica. “Io sono interessata al rugby e non importa cosa devo indossare –ribatte Sahar Azizi, 16enne che frequenta la scuola superiore – Non è scomodo”.

L’unica cosa importante è che questo sport offre quella sana eccitazione e attività fisica che manca altrove. “Passa la palla… placcala… prendi!” – si urlano le compagne, correndo e rotolandosi per il campo esattamente come i maschi. Anche l’associazione mentale “rugby=violenza” è ormai superata. “Questo – spiega il capitano della squadra di Teheran, Zahra Nouri, che studia meccanica alla Qazvin University – non è uno sport violento, a dispetto di cosa pensa la gente comune. Anche noi donne abbiamo bisogno di scaricare la nostra energia”.
Il che può anche essere salutare nella gestione dei rapporti con gli altri, come nel caso di Pouran Taherabadi, madre di Azadeh, 16 anni: È un bene per noi che lei abbia la possibilità di scaricare la sua energia positiva o tensione, per questo non abbiamo nulla in contrario”.

Chi l’avrebbe detto, fino a 25 anni fa. Quando negli anni della rivoluzione islamica del 1979 gli sport competitivi per donne erano fortemente scoraggiati.Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, anche se ci vuole ancora tempo perché le sportive diventino competitive a livello internazionale. Intanto però dagli anni ’90 sono stati fatti numerosi passi in avanti, e questo è il segnale che qualcosa si sta muovendo. All’inizio le donne potevano praticare sport statici come tiro con l’arco o al bersaglio, ora invece il bacino si è allargato fino a comprendere discipline agli antipodi come arti marziali, canottaggio e, appunto, il rugby.

 
Coach uomo per un team di donne

Come se non bastasse, il coach della squadra di Teheran è un uomo. Alireza Iraj ha 37 anni ed è consapevole di quanto sia delicato il suo ruolo, oltre che dei limiti per le sue atlete. “La loro divisa, dovuta al fatto che siamo in un paese islamiconon permette loro di competere con compagini occidentali: le maniche e gli indumenti larghi darebbero alle avversaie maggiori possibilità di fermarle durante il gioco”.
Isaj ha un’attenzione particolare nello svolgere il suo lavoro, dato che per la legge islamica vieta a donne e uomini di toccarsi se non sono sposati o parenti prossimi. Di conseguenza, quando spiega come placcare un’avversaria, si tiene a debita distanza e istruisce una delle sue giocatrici perché faccia la dimostrazione dei movimenti giusti da compiere. È molto critico su un sistema che prevede il rugby sotto la stessa Federazione di baseball e softball e si lamenta dello scarso supporto dato al nascente sport. Senza contare il clima non del tutto sereno: “Qualcuno all’interno della federazione percepisce il rugby come uno sport americano, ma non è assolutamente così. Alcuni hanno anche da ridire sul fatto che uo uomo sia il coach di una squadra di donne”.

Eppure continua per la sua strada. Come Elham, Sahar, Azadeh e tutte le altre. La squadra di Teheran è stata formata nel 2003 e un anno dopo ha vinto il campionato nazionale. Nel Paese le altre compagini sono di Golestan, Kerman, Kermanshah, Semnan, North Khorasan, Shiraz e Isafahan.

Piccoli passi, si diceva. Ma fondamentali. Ricordiamo che stiamo parlando di Iran, dove ancora recentemente alle donne è stato vietato andare in bici e i movimenti per l’affermazione dei loro diritti proliferano nel Paese come all’estero. E vedere un gruppo di donne contente di correre dietro la palla ovale anche se con il copricapo e indumenti che ne rallentano i movimenti vale più di tante parole.

 
Approfondimenti:

Un’immagine delle rugbiste iraniane in azione [JPEG, 49 KB]

L’associazione Donne Democratiche Iraniane in Italia

“Bicicletta vietata alle donne iraniane”. Articolo apparso su La Stampa l’8 agosto 2007

“Nabila, velo, volante e Corano”

“Iran: le donne si riuniscono per chiedere l’uguaglianza dei diritti”, da Il Paese delle donne del 19 giugno 2007

“Diario persiano”. Blog di una giovane donna iraniana che vive e lavora a Teheran e si firma con il nickname Anahita