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La tenente con il velo e lo zafferano delle donne afghane

12 novembre 2010

 

Mentre in Europa il velo è fonte di polemica e di battaglie legali, in altri paesi può essere un mezzo per favorire la comunicazione e il dialogo tra appartenenti a culture diverse.
Una donna soldato italiana ha infatti capito che per una "straniera" in cerca di un contatto diverso la comunità, indossare il velo poteva essere il mezzo per abbattere la barriera delle differenze e muovere un primo passo verso l'integrazione nella comunità.

E' quanto si è verificato ad Herat, in Afghanistan, nella zona di controllo dell'esercito italiano, dove la tenente degli Alpini Silvia Guberti, 28 anni, ha scelto di mettere il velo per facilitare il suo lavoro a contatto con le donne del luogo. Guberti, componente di un team che porta avanti azioni rivolte alle donne afgane, insieme alla caporalmaggiore Laura Fortunato, 23 anni, e ad un'interprete afgana, Suraya Hashemi, 24 anni, di Herat, ha dato vita ad un riuscito esperimento. "Ho preso questa decisione appena arrivata qui ad aprile - spiega Guberti - dopo le prime uscite tra la gente. In molti casi mi sono accorta che erano le stesse donne ad avere difficoltà ad approcciarsi a me. Usando il velo le cose sono cambiate. Paradossalmente abbiamo minori difficoltà sia con le donne che con gli uomini, che ci vedono con meno sospetto quando parliamo con le loro donne".

La squadra si è dimostrata vincente e in pochi mesi ha portato avanti diverse iniziative all'avanguardia per la società afghana. Un risultato importante è stato quello di consentire alle donne di entrare nel mercatino settimanale, trovando così un’importante fonte di reddito: per rompere il monopolio maschile del mercato, è stata necessaria una lunga azione diplomatica con i capivillaggio.
Ma la sintesi di tutte le iniziative che il team ha portato avanti è la realizzazione di un centro sociale per le donne: quattro piani con 36 spazi da destinare ad attività commerciali e culturali, palestra, sala per incontri e consultorio con la presenza di avvocati e psicologi. Lo hanno progettato donne dell’esercito come l’architetta e capitana Oriana Papais e la sottotenente psicologa Samantha Barna. Il centro è stato inaugurato il 6 ottobre alla presenza delle autorità locali e di associazioni femminili; una di queste, Voice of Women è nata ad Herat nel 1998, quando i talebani erano ancora al potere, e ha operato per anni in segreto, insegnando alle bambine e alle giovani donne a leggere e scrivere dietro porte chiuse, come ha raccontato la fondatrice, Suraya Pakzad.

La filosofia di questo team è “portare avanti idee non imposte da noi, ma concordate con la popolazione locale, ascoltando le loro esigenze”.
E in questo solco si è inserito il progetto zafferano che ha coinvolto 480 donne, riunite in cooperativa, in un’iniziativa di riconversione delle coltivazioni di papavero da oppio. Sono state distribuite 60 tonnellate di preziosissimi bulbi di zafferano che quando fioriscono colorano di viola i campi, e dai cui pistilli si ricava la polvere usata non solo in cucina, ma anche in cosmesi e medicina naturale. E’ un prodotto tipico afghano che finora non aveva mai trovato le vie dell’export internazionale.
Come ricorda Paola Bonajuto, caporale e componente del team: ”Per queste donne è importante poter coltivare lo zafferano perché la resa è più del doppio rispetto a quella del papavero da oppio. Ma è necessario che ci sia una vigilanza da parte di noi militari per proteggere i campi e le contadine che stanno seguendo anche corsi professionali”.

Dopo sei mesi di missione, Silvia Guberti e le altre alpine sono tornate in Italia, nella brigata Taurinense, di base a Fossano in provincia di Cuneo. In tempo per partecipare al Salone Internazionale del Gusto di Torino con lo zafferano prodotto dalle donne afghane. Che è stato venduto tutto in pochi giorni.
Durante la rassegna, è giunta anche una telefonata di complimenti da parte di Staffan De Mistura, rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite a Kabul.
“L’interesse che la nostra iniziativa ha suscitato al Salone del Gusto e i riconoscimenti avuti – racconta Silvia Guberti – sono il segno dell’attenzione al nostro operato da parte del mondo civile, non militare, che per il progetto è fondamentale. Le donne afghane se lo meritano”.
E il ricordo di questa esperienza è commovente. “Quello della mia partenza per l’Italia è stato insieme il momento più brutto e più bello: le donne con cui lavoravo mi hanno detto che in Italia avranno non solo un’amica, ma una sorella”.

Un articolo del Notiziario ANSA sulla “tenente col velo”