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La storia di Mehboba Adyar, unica atleta afghana alle Olimpiadi di Pechino

29 aprile 2008

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Inizia a correre dopo il crepuscolo. Intorno alle 20:30, quando la stragrande maggioranza dei suoi concittadini è incollata davanti alla puntata della soap opera più seguita nel Paese, lei sgattaiola fuori, in un sobborgo povero della città, e si allena per la strada. Il tempo della puntata. È l’unico momento in cui, da donna, può permettersi di correre per le vie senza rischiare di sentirsi insulti o minacce. Ma la posta in gioco è troppo alta per lei, che non mostra debolezze ed è decisa a combattere contro ogni ostacolo. Mehboba Adyar, timida ma forte diciannovenne di Kabul, è l’unica afghana che, insieme a tre connazionali maschi, rappresenterà il suo Paese ai Giochi Olimpici di Pechino in programma ad agosto. Specialità, mezzofondo. Il suo tempo non è dei migliori, anzi: 4 minuti e 50 secondi, più di un minuto oltre il record olimpico, sui 1500 metri. Ma lei è ottimista: “Gareggerò contro degli eroi – dice fiera –. Ci siamo allenati per tre anni: spero in una medaglia o almeno di migliorare il record nazionale”. Si allenava tre volte a settimana con il compagno “olimpico” Masood Azizi, 20enne velocista; allo stadio nazionale, dove i talebani eseguivano le esecuzioni pubbliche. Nei cinque mesi che mancano all’appuntamento cinese, però, è volata in Malaysia, dove potrà allenarsi tranquilla. Alla vigilia della partenza era eccitata e nervosa allo stesso tempo. “Non sono mai uscita dal mio Paese, tranne quando ero profuga in Pakistan”. Una corsa contro il tempo. Una corsa contro minacce, insulti di maschilisti, ex talebani e invidiosi. Poco importa che lei sia una musulmana convinta che corre con foulard, tuta e pantaloni lunghi (“Seguo la mia religione e se non mi faranno gareggiare così rinuncerò”). Ha dovuto cambiare numero di telefono perché le arrivavano messaggi di morte: “Mi dicevano che non mi avrebbero lasciato vivere” ha commentato con un’alzata di spalle. Il suo caso ha scatenato l’interesse dei giornalisti che la volevano intervistare: la polizia non si è fatta attendere. Nei mesi scorsi suo padre, che si arrabatta come falegname e vive con la famiglia in una casa di fango alla periferia di Kabul, è stato arrestato e poi rilasciato insieme a un giornalista francese e al suo interprete che in quel momento si trovavano in casa. Mehboba è stata additata dai vicini come una prostituta. Eppure non si è fermata, con il sostegno della sua famiglia. E pensare che non è la prima donna a gareggiare a livello internazionale. Questo primato spetta a Lima Azimi, che ai Mondiali di Parigi del 2003 corse i 100 metri. L’anno dopo, alle Olimpiadi di Atene, la velocista Robina Muqimyar e la judoka Friba Rezihi. Eppure Mehboba Adyar deve ancora correre. Contro il tempo e i pregiudizi.

 

L’articolo pubblicato sul Corriere della Sera
Un video di Mehboba Adyar sul sito de La Stampa (video)

Il sito di RAWA, la più importante organizzazione anti-fondamentalista delle donne afghane