Un giorno, quando Sampat è ancora piccola e ha i piedi a mollo in una risaia, vede passare un gruppo di bambini. Ordinati e puliti, non sono certo diretti al lavoro nei campi. Vanno a scuola, le dice qualcuno. Sampat non sa bene cosa sia la scuola, ma sa che solo i ricchi ci vanno. Ai poveri, i figli servono nei campi. Sampat è più che povera, appartiene a una delle caste più basse dell’India, è quasi un’intoccabile, e vive in un poverissimo villaggio dell’Uttar Pradesh. Il suo destino sembra segnato.
Ma lei è una bambina sveglia e quel giorno decide di andare a scuola con gli altri. Ci andrà molte altre volte, all’inizio restando in disparte, dimostrando un’intelligenza pronta e un innato senso di giustizia.
Nulla può però contro le millenarie tradizioni del suo paese. Ha solo nove anni quando, come è consuetudine, viene data in sposa a un uomo ben più vecchio. Non conosce il marito, non sa nulla del matrimonio, non ha ancora raggiunto la pubertà. Non è che una bambina. Da quel momento la consuetudine vuole che lei sia silenziosa e si sottometta al marito, alla suocera e ai soprusi di chiunque appartenga a una casta più elevata. Perché così si deve fare. Perché quello, le dicono, è il suo destino.
Ma Sampat non sopporta le prevaricazioni, e non accetta di essere considerata inferiore a nessuno. Quando osa reagire all’ennesima angheria, la suocera la caccia di casa, insieme ai due figli che intanto sono nati. Potrebbe essere la fine, e invece è un nuovo inizio. In poco tempo, diventerà la paladina degli oppressi, soprattutto delle donne. Che in migliaia, da tutta l’India, si uniscono a lei per dare il via a una rivoluzione rosa, dal colore del sari che hanno scelto come divisa.
Sampat Pal Devi ha deciso di passare all’azione dopo aver saputo che sua sorella era stata trascinata dai capelli nel cortile di casa sua dal marito alcolista.
Volendo “dare una lezione agli uomini colpevoli”, ha radunato donne del suo quartiere; il gruppo armato di bastoni, sbarre di ferro e una mazza da cricket, è andato a trovare il cognato, l’ha inseguito fino al campo di canna da zucchero e riempito di botte.
Così è nata la Gulabi Gang, letteralmente la banda rosa, un gruppo di ragazze che, nell'Uttar Pradesh, uno degli Stati più poveri dell'India, si batte, anche con la forza fisica, contro mariti (o padroni, o poliziotti) violenti e sfruttatori.
Nel distretto di Banda, gli indicatori di sviluppo umano sono bassissimi. Il tasso di alfabetizzazione delle donne giunge solo il 23,9% contro 50,4% per gli uomini; la violenza coniugale è una strage, l’arretratezza delle donne è rinforzata dal peso del sistema delle caste e dalle tradizioni patriarcali.
“La società rurale in India è un peso sulle spalle delle donne - ha detto Devi in una recente intervista alla Bbc - È una società che si rifiuta di dar loro un’istruzione, che le sposa troppo giovani, che le scambia per denaro”.
Le storie delle ragazze della banda rosa si assomigliano molto. Ancora bambine vengono mandate a spaccarsi la schiena nei campi, tra sfruttamento e abusi sessuali, per poi essere date in sposa, sempre bambine, e vivere all’ombra di mariti spesso poveri e frustrati. O in molti casi violenti, specie quando si attaccano alla bottiglia e passano le nottate a massacrarle di botte. Nessuno le difende o le aiuta. Per quanto positive e utili, le organizzazioni non governative locali sono troppo piccole o deboli. Mentre la polizia, lontano dalle grandi città, è spesso brutale e corrotta.
A Banda e dintorni, le compagne di Sampat Devi sono ora le vigilantes della zona. Se qualcuno picchia la moglie e la caccia di casa, nel giro di poche ore si ritrova circondato da sari rosa, sguardi inquisitori e dita puntate contro. Lo stesso accade ai latifondisti o agli impresari sospettati di sfruttamento, o agli ufficiali corrotti o violenti.
Nel maggio 2008, circa 400 gulabi hanno assaltato l’ufficio della compagnia elettrica locale, colpevole di aver tagliato la luce alle loro abitazioni e di aver preteso bustarelle per riattivare la corrente. Non trovando il responsabile, le donne inferocite vi hanno chiuso a chiave i dipendenti.
Camionisti colti in flagrante mentre trasportavano carichi rubati di provviste destinate ai poveri, sono stati fermati e costretti a fare marcia indietro. Ufficiali di polizia prepotenti o corrotti sono stati presi a schiaffi. Gli adulti a caccia di bambine da sposare fanno la stessa fine, se non peggio. E’ una giustizia dal basso, certo discutibile ai nostri occhi, ma probabilmente più efficace di quella latitante dello Stato.
“È vero, a volte reagiamo con la violenza alla violenza, ma per lo più siamo estremamente civili. Sappiamo che ci sono anche altri modi per aumentare il potere delle donne. E infatti noi abbiamo scuole, centri che le assistono economicamente. La nostra banda è una lezione per il governo. L'India è un Paese in continuo progresso. L' economia cresce, arrivano gli investimenti. Perché non dovremmo farci carico dei problemi dei più poveri, supportare le donne e fare in modo che per loro ci sia una vera giustizia?”.
La violenza è l’ultima scelta, dopo aver tentato con la persuasione. “In casodi violenza domestica, andiamo a parlare al marito per spiegargli che ha torto. Se rifiuta di ascoltare, facciamo uscire la moglie e picchiamo lui. Se necessario, lo picchiamo in pubblico per farlo vergognare. Gli uomini sono abituati a credere che le leggi si applicano solo a loro, ma noi usiamo la forza per farsi che questo cambi totalmente. Siamo una gang per la giustizia. Indossiamo il rosa perché è il colore della vita.”
Orgogliosissima del suo lavoro, dice: “Abbiamo impedito che le donne vengano violentate e abbiamo mandato le ragazze a scuola. La violenza contro le donne e lo stupro sono molto comuni qui. Allora proviamo ad educarle perché conoscano i loro diritti”.
Tra i suoi successi, il gruppo è riuscito a riportare a casa dei propri mariti undici ragazze che erano state buttate fuori di casa dalla suocera per dote non sufficiente. Si batte per impedire i matrimoni con le bambine, ma non si oppone a quelli combinati tra le famiglie, troppo radicati nella tradizione e nella situazione economica dell’India rurale. Ha creato scuole di alfabetizzazione e di cucito, per dare un mestiere alle ragazze più povere. E il movimento si è esteso, creando una rete di oltre 100.000 persone in tutto il paese.
Aarti Devi, gulabi di 25 anni, dice: “Da sola non ho nessun diritto, ma insieme, come gruppo di Gulabi, abbiamo potere. Quando vado a prendere l’acqua, quelli delle caste superiori mi picchiano, mi dicono che non ho il diritto di bere la stessa acqua. Ma quando siamo in banda, ci temono e ci lasciano tranquille.”
La gang riceve sempre più sostegno dagli uomini. “Mio padre è un membro della banda di Gulabi” dice Aarti. “Non siamo contro gli uomini. Siamo per l’uguaglianza dei diritti per tutti e contro chi non la accetta.”
Su questa eccezionale storia di coraggio e determinazione al femminile, escono in contemporanea un libro e un film, entrambi presentati al recente Salone del Libro di Torino.
Con il sari rosa è il racconto in prima persona di Sampat Pal Devi, già diventato un bestseller in Francia e ora uscito in Italia edito da Piemme.
Il docu-film Pink Gang, del torinese Enrico Bisi è prodotto da La Sarraz Pictures, con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte.
Racconta il regista Bisi: “La storia è quella di una donna analfabeta che riunisce sotto la sua guida un migliaio di donne per combattere. Dichiarano di lottare contro l’ingiustizia, di per sé nulla di originale. Le incontro, le conosco, cerco di capirle. E con la troupe inizio le riprese. Sfilano per le strade sconnesse polverose dei villaggi indiani tutte con un sari rosa. Guardano chiunque dritto negli occhi e, quando le parole non bastano, minacciano poliziotti e bramini con un bastone. Cercano di far capire alle altre donne che la sottomissione non è una condizione naturale dell’essere umano. E in più costruiscono scuole per i bambini e insegnano un mestiere alle ragazzine. Sembra esserci qualcosa di mitico, come spesso accade nei racconti indiani. Di fatto, però, c’è un’utopia che è già realtà”.