29 aprile 2008
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Di sicuro, non ordinaria. Anzi, ribelle per quegli anni, anticonformista, dotata di gusto estetico e di forte carisma. Ereditiera di lusso, Peggy Guggenheim nasce a New York il 26 agosto 1898. Il padre; Benjamin, muore sul Titanic quando lei è ancora giovane. Lo zio, Solomon, è il proprietario del Guggenheim Musem di New York. Quando raggiunge la maggiore età, riceve la sua parte di eredità e inizia a lavorare in una libreria in città, a frequentare circoli e salotti dove incontra molti intellettuali dell’epoca.
Tra questi, Laurence Vail, pittore dadaista che sposa a Parigi nel 1922 e da cui ha due figli. Peggy entra così nel mondo artistico dell’avanguardia, di cui ben presto si appassiona. Le si dischiude una nuova realtà: il giovane e rivoluzionario fotografo Man Ray, Constantin Brancusi, e soprattutto Marcel Duchamp che diventerà suo caro amico e che nel 1941 produce la famosa “Boite en valise”. Un valigia di pelle che contiene i suoi 69 lavori precedenti in miniatura, che Peggy acquista con l’idea che “sarebbe stato molto divertente andare a trascorrere un fine settimana portandosi dietro quella valigia invece della solita borsa”. Già da questa dichiarazione, si capisce quanto fuori dagli schemi fosse.
Nel 1928, dopo il divorzio da Vail, l’ereditiera comincia a vagare con i figli in Europa, tra Parigi e Londra, dove nel 1938 inaugura la galleria Guggenheim Jeune: la prima di una lunga serie, che la renderanno negli anni la più importante sostenitrice dell’avanguardia europea. Il suo mondo è fatto di giovani intellettuali e brillanti sperimentatori che vedono nel sogno e nell’inconscio la via per andare oltre il visibile, per arrivare a una realtà superiore, una “sur-realtà”. Peggy si rispecchia in questa ribellione e diventa musa per eccellenza del Surrealismo, proprio negli anni in cui sta scoppiando il secondo conflitto mondiale.
Dal 1939, infatti, incurante della guerra, concepisce l’idea di trasformare la collezione londinese in museo permanente e compra opere di artisti del calibro di Dalì e Mondrian. Decide però di tornare a New York dove nel 1942 inaugura la galleria Art of This Century. Sposata e separata anche dal pittore surrealista Max Ernst, alla fine della guerra va a Venezia e qui espone la sua collezione alla Biennale del 1948. Acquista poi Palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande e qui apre al pubblico la sua esposizione. Nel 1969 le opere vengono esposte al Guggenheim Museum di New York e in seguito decide di vendere alla Fondazione Solomon Guggenheim sia il palazzo che l’intera collezione Muore a 81 anni, nel 1979, non prima di aver scritto la sua autobiografia.
Una donna ricca che ha deciso di usare il suo denaro per l’arte. Impavida e disinvolta nel muoversi nel mondo che amava. Sua nipote, Karole Vail, la descrive come “una gallerista, collezionista e mecenate senza pari nella storia dell’arte” ma anche una “personalità forte e a tratti aggressiva”. Una donna che ha riversato nell’arte tutta se stessa, a scapito del rapporto con i figli, di odio-amore. Ma per lei la ribellione era vissuta come una forma mentis: “Nonna – conclude Karole – è una protofemminista, una pioniera per eccellenza del movimento di liberazione della donna. Il suo spirito indipendente le ha impedito di finire come le sue coetanee di buona famiglia che passavano il tempo a pranzo con altre signore”.
Un’occasione per ricordarla è stata la mostra Peggy Guggenheim e l’immaginario surreale, a Vercelli nei mesi scorsi. 58 opere, provenienti in parte dalla collezione di Venezia e in parte dalla sede newyorchese del museo, sono state disposte in una particolare struttura, denominata “Arca”, un parallelepipedo di 29 metri per 7,5, progettato dall’architetto torinese Ferdinando Fagnola, semplicemente appoggiato al pavimento, nella navata centrale della chiesa quattrocentesca poi diventata mercato coperto, senza toccare né colonne né pareti: una struttura surreale come le opere amate da Peggy, l’omaggio di Vercelli a una corrente artistica ma anche a una donna-mecenate di classe.