Le molestie sono un danno per la collettivitą

22 aprile 2009

La Cassazione afferma il diritto della Consigliera di Parità a costituirsi parte civile e ottenere un risarcimento nei processi per molestie sessuali sul luogo di lavoro. Dal Piemonte un importante passo in avanti per la difesa delle lavoratrici e il riconoscimento degli organismi di tutela.

 

La sesta sezione della Corte di Cassazione, con sentenza del 16 aprile 2009, ha affermato un importante precedente, destinato ad affidare un ruolo sempre più di primo piano alla figura della Consigliera di Parità nella tutela delle lavoratrici: la Consigliera di Parità ha titolo per presentarsi come parte civile in un processo penale per molestie sul lavoro in qualità di soggetto danneggiato e come tale può avere diritto a un risarcimento da parte del colpevole. Inoltre, viene confermato il principio che le molestie sessuali, in assenza di un reato specifico nel nostro Codice Penale, possono dar luogo a una condanna per maltrattamenti.

Questo risultato è frutto dell’azione della Consigliera di Parità del Piemonte, Alida Vitale, che nel 2007 si era costituita parte civile nell’udienza preliminare, in appoggio ad alcune lavoratrici dell’azienda torinese Sagat in servizio presso l'aeroporto di Caselle di Torino, affermando che il Codice di Pari opportunità adottato nel 2006 ha inserito le molestie, anche quelle sessuali, tra le discriminazioni, quindi entro il campo di intervento delle Consigliere di Parità. Il Tribunale torinese, per la prima volta in Italia almeno in un procedimento penale, aveva accolto la sua tesi. Il processo riguardava tre coordinatori del personale, autori di minacce, insulti e ricatti sessuali ripetuti nei confronti di cinque hostess a terra dello scalo torinese. Due dei tre imputati si erano riconosciuti colpevoli, patteggiando la pena, mentre il terzo, condannato, aveva fatto ricorso, contestando proprio la presenza in giudizio della Consigliera. Che oggi viene pienamente e definitivamente legittimata da questa sentenza.

Le Consigliere di parità, sottolinea la Suprema Corte, sono legittimate a costituirsi parte civile, non solo come ente rappresentativo di interessi diffusi ma come soggetto “danneggiato" dal reato di maltrattamenti commessi nei confronti di più lavoratori, per il risarcimento del danno non patrimoniale subito. "Non c'è dubbio – afferma la sentenza - che i comportamenti di Claudio A. abbiamo concretizzato il delitto di maltrattamenti rispetto al quale si configura una posizione soggettiva giuridicamente tutelata della Consigliera di Parità, quale soggetto danneggiato dal reato".
La legittimazione processuale si giustifica in ragione degli scopi istituzionali di intervento riconosciuti alla Consigliera in quanto titolare dell’interesse pubblico al divieto di discriminazione sul luogo di lavoro: il nuovo contesto normativo "riconosce alla Consigliera di Parità un rafforzamento di strumenti per realizzare la pari dignità dei lavoratori negli ambienti di lavoro ed impedire che si crei un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante e offensivo".
Alle medesime conclusioni la Cassazione giunge per le organizzazioni sindacali rappresentative degli iscritti, in questo caso la FILT-CGIL.

Unanimemente positivi i commenti alla sentenza. “Le molestie contro le donne sul luogo di lavoro non sono soltanto un reato contro la persona, ma anche un danno alla collettività che, di conseguenza, deve essere risarcita: questo insegna l’importantissima sentenza pronunciata dalla Cassazione” commenta il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, mentre la Consigliera Nazionale di Parità, Alessandra Servidori, sottolinea il riconoscimento di un ruolo spesso misconosciuto: “La sentenza della Suprema Corte che riafferma il diritto a costituirci parte civile, ci invita a proseguire con determinazione sulla strada intrapresa per dare piena attuazione alla conciliazione dei tempi e modi di lavoro delle lavoratrici. Per questo motivo – ha proseguito Servidori – il lavoro della Rete delle Consigliere di Parità prosegue con maggiore incisività e con l’ottimo esempio del successo conseguito dalla Consigliera del Piemonte, nella consapevolezza grazie anche a questa sentenza che ci riconosce il ruolo fondamentale di Pubblico Ufficiale a tutela delle lavoratrici sui luoghi di lavoro, della scelta primaria di ricercare e sviluppare azioni di conciliazione, e se non ci sono risultati, procedere costituendosi parte in giudizio”.
''La Rete delle Consigliere di Parità - concorda Vittoria Franco responsabile nazionale Pari Opportunità del Partito Democratico - svolge un grande lavoro sul territorio per il rispetto dei diritti delle persone. Nel tempo ha saputo costruire una grande forza in difesa delle donne. Noi siamo molto soddisfatte da questa sentenza che aiuterà anche altre donne a non subire trattamenti vessatori sui luoghi di lavoro, in favore della pari dignità e del rispetto''.

Il testo della sentenza: images/files/parte_civile_consigliera(2).pdf