Il 16 ottobre, nell’incontro nazionale La violenza sulle donne: una rete per fermarla, organizzato dalla Consulta delle Elette del Piemonte, una trentina di consigliere regionali di tutta Italia ha firmato una risoluzione che le impegna a contrastare il fenomeno attraverso iniziative comuni.
Creare un fronte comune, perché solo attraverso la comunanza di idee e progetti si può fermare un fenomeno di proporzioni ancora troppo vaste, e ancora difficile da fermare perché spesso sommerso, come la violenza sulle donne. Questo il senso dell’incontro nazionale La violenza sulle donne: una rete per fermarla (nella foto, un momento del convegno), organizzato dalla Consulta delle Elette del Piemonte e svoltosi nella sede del Consiglio regionale a Torino il 16 ottobre.
All’evento ha partecipato una trentina di consigliere regionali, provenienti da tutta Italia, che al termine hanno approvato una risoluzione comune in cui s’impegnano a “un confronto permanente e allo scambio delle esperienze di contrasto alla violenza realizzate a livello locale; promuovere iniziative comuni di informazione, sensibilizzazione e partecipazione contro la violenza e contro ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne e dei minori; sostenere le iniziative degli Enti locali; sollecitare la Conferenza Stato-Regioni per dar vita a politiche, nazionali e regionali, condivise, per contrastare più efficacemente ogni forma di discriminazione”.
Il documento contiene anche due inviti: uno al governo, “ad agevolare il lavoro delle amministrazioni locali attraverso l’elaborazione di statistiche non generalizzate, ma documentate su base regionale e locale, con dati disaggregati, utili a una più approfondita conoscenza del fenomeno” e a “promuovere, attraverso le prefetture, azioni di coordinamento tra forze dell’ordine, istituzioni locali e presidi sanitari al fine di consentire omogenei metodi di rilevazione dei dati e messa in comune degli stessi”; l’altro, rivolto al parlamento, “ad approvare in tempi brevi una legge nazionale di prevenzione e contrasto del fenomeno della violenza contro le donne”.
Una serie di sollecitazioni non dissimili da quelle lanciate dal
progetto “Ti amo… da morire?”, promosso dalla Consulta regionale delle Elette in Piemonte in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti: un lavoro di ricerca, durato più di un anno e svolta da nove giornalisti di tutte le province piemontesi, che si è proposto di colmare una lacuna sul piano quantitativo, dovuta alla
mancanza di dati regionali sul tema, e un’altra sul piano qualitativo, per
capire come alcune testate giornalistiche nazionali e locali diffuse sul territorio
trattino i casi di violenza, sotto il profilo del contenuto e del linguaggio.
L’indagine è stata citata in avvio di lavori come esempio che dovrebbe essere esteso ad altre Regioni dal sottosegretario agli Interni Michelino Davico, che ha confermato l’impegno del governo per arrivare a una sorta di “federalismo statistico” che consenta di raccogliere i dati sulla violenza in modo omogeneo e disaggregato, così da poter meglio conoscere la situazione e attivare opportuni interventi di contrasto.
La presidente della Consulta delle Elette Mariangela Cotto ha sottolineato come
risultato comune delle donne, trasversale rispetto alle diverse appartenenze politiche, le due recenti leggi regionali: la
n. 11/2008 per la tutela legale delle donne vittime di violenza (una legge simile c’è solo in Basilicata e c’è un progetto di legge a livello nazionale) e la
n. 16/2009, d’iniziativa popolare e fortemente sostenuta dalle consigliere regionali, per l’istituzione di
case rifugio (in questa materia non ci sono leggi nazionali, ma ci sono altre sei leggi regionali: Lazio, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Campania, Liguria e Sardegna) e ha ricordato che
“dalla nostra ricerca in Piemonte nel periodo 2005-2007 sono emersi 20mila casi di violenza sulle donne all’anno, anche se sono soltanto 7mila le denunce”.
Due giornaliste del gruppo di lavoro, Luigina Ambrogio e Barbara Sessini, hanno illustrato più nel dettaglio la ricerca, che si è articolata in due parti. Dalla prima, di carattere quantitativo, è emerso, oltre ai numeri ottenuti non senza difficoltà, che chi commette violenza è soprattutto un familiare o conoscente, nella maggior parte dei casi italiano. La seconda ha invece cercato di fotografare il vasto fenomeno del sommerso, attraverso una serie di interviste, condotte sul territorio, a chi si occupa tutti i giorni, sul campo, di aiutare le donne alle prese con queste difficoltà. Non meno importante l’analisi dei giornali:
“È innegabile – ha spiegato Barbara Sessini –
che quando la violenza è compiuta da un estraneo, spesso se appartenente a una ‘fascia debole’, al caso viene dato maggiore risalto con grande indignazione, coltivando l’errato luogo comune che il fenomeno esista solo in realtà marginali o quando la donna non è al riparo delle mura domestiche. La cronaca sulla violenza domestica si scontra invece col silenzio in cui spesso si consumano queste violenze, che a volte non escono dalle mura di casa, a volte per paura di parlare e anche di accettare un fenomeno diffuso, che chiama in causa questioni complesse. Il silenzio però non si deve trasformare in solitudine: è necessario fare un ulteriore sforzo, che non può solo essere affidato alla sensibilità del singolo professionista, ma a una riflessione condivisa della categoria, per lavorare rispettando il diritto alla riservatezza delle singole donne senza che questo si trasformi nel nascondere la testa sotto la sabbia davanti a questo tipo di problemi”.
Un problema complicato, che dovrebbe diventare una priorità a livello istituzionale. Il Piemonte ha attivato una serie di iniziative, illustrate dall’Assessora alle Pari Opportunità Giuliana Manica, che ha sottolineato il raggiungimento degli obiettivi 2009 del Piano regionale, con l’insediamento del centro di coordinamento all’Ires, l’apertura di sportelli provinciali nelle aree sprovviste e recentemente l’approvazione della
rete sanitaria. L’Assessora ha annunciato per novembre il
Forum sulla violenza e
un convegno con gli avvocati convenzionati, in applicazione della legge regionale, per assistere gratuitamente le donne non abbienti nella denuncia delle violenze.
La Consigliera di parità Regionale del Piemonte Alida Vitale ha posto l’accento su una precisa forma di violenza, le molestie sessuali, “di cui noi Consigliere ci occupiamo in relazione a ciò che succede nei posti di lavoro. Si tratta di discriminazioni di genere, come le definisce il codice per le pari opportunità. Recentemente, negli sviluppi di un caso da me seguito, la Cassazione ha affermato con una sentenza (http://www.kila.it/archivio-consigliera-di-parit-regionale-/le-molestie-sono-un-danno-per-la-collettivit-3.html) il diritto della Consigliera di Parità a costituirsi parte civile e ottenere un risarcimento nei processi penali per molestie sessuali sul luogo di lavoro, riconoscendo che le molestie sono discriminazioni e confermando il principio che possono dar luogo a una condanna per maltrattamenti”.
Nel corso dell’incontro, prima della firma della risoluzione, le consigliere di altre Regioni, dalla Lombardia alla Sicilia, hanno illustrato le rispettive esperienze. “Anche noi abbiamo svolto quest’anno una ricerca sulla violenza contro le donne con dati ancora più preoccupanti di quelli del Piemonte – ha detto la consigliera regionale della Lombardia Ardemia Oriani – È auspicabile la creazione di una rete che possa davvero contrastare la violenza alle donne”.
La consigliera delle Marche, Adriana Mollaroli, ha presentato lo spot Chi umilia le donne non è un uomo, distribuito alle sale cinematografiche ed alle tv locali.
“L’Emilia Romagna – ha spiegato la consigliera Laura Salsi– ha aperto i suoi primi Centri antiviolenza quindici anni fa. Adesso ne abbiamo uno per ogni provincia, ma non c’è ancora una legge regionale in materia”.
Concetta Raia, dalla Sicilia, ha invece portato una nota dolente: “In Sicilia non c’è nulla di tutto questo. Le poche strutture aperte in passato per aiutare le donne sono state chiuse per mancanza di finanziamenti. C’è un progetto di legge fermo in Commissione da tempo. Sono qui per conoscere le vostre iniziative”.
A conclusione del convegno Paola Pozzi, vicepresidente della Consulta Elette, ha mostrato apprezzamento per l’incontro: “Si è trattato di un dibattito concreto, un confronto diretto e operativo che ripeteremo sicuramente. La risoluzione che abbiamo approvato oggi verrà inviata a tutte le Regioni per essere sottoscritta dalle altre consigliere e infine sarà mandata al Governo e al Parlamento con le nostre richieste”.