L’Italia è uno dei Paesi europei che spende meno per le politiche di sostegno alle famiglie e in cui, al momento, non ci sono elementi che possano garantire un aumento della natalità. È la fotografia scattata da uno studio del Consiglio d’Europa.
Insufficienza piena nella spesa a sostegno della famiglia e nelle misure attuate a favore dell’aumento delle nascite. Italia rimandata a settembre dall’Europa, verrebbe da dire. Ad assegnare il voto è la ricerca Family Policy in Council of Europe mamber states condotta dal Consiglio d’Europa sulla base delle informazioni dagli Stati membri sulle politiche adottate nei confronti delle famiglie.
Lo studio è stato presentato il 16 e 17 giugno a Vienna, nel corso della conferenza Politiche pubbliche a favore del desiderio di avere figli: fattori sociali, economici e personali, a cui hanno partecipato i ministri responsabili delle politiche per le famiglie negli Stati membri.
Su 40 Paesi di cui sono stati raccolti i dati, il Belpaese risulta quintultimo, davanti solo a Malta (1%), Polonia (0,9%), Turchia (0,8%) e Spagna (0,7%), con l’1,1% del Pil destinato alla spesa per sostenere le famiglie, contro l’1,7% del Regno Unito, il 2% della Germania e il 2,4% della Francia: numeri comunque ancora lontani dai valori dei Paesi nordici, che dedicano alle famiglie tra il 3% dell’Austria e il 3,9% della Danimarca.
Come sottolinea il rapporto, inoltre, tanto più elevati sono i trasferimenti sociali tanto più forte è l'impatto nel ridurre il tasso del rischio di povertà: basti pensare a Svezia, che con una spesa per la famiglia pari al 3% del Pil, ottiene una riduzione del rischio di povertà del 17%, Finlandia (rispettivamente 3% del Pil e -16%) e Ungheria (2,4% e -17%). In Italia, invece, il loro effetto è limitato, poiché provoca un -4%.
A questo si deve aggiungere il tasso di fertilità (1,32), uno dei più bassi in Europa: solo i Paesi dell’ex blocco dell’Est hanno tassi inferiori, contro il 2,17 della Turchia, il 2,08 dell’Islanda, l’1,93 dell’Irlanda e l’1,92 della Francia sul lato opposto.
I Paesi con più figli sono anche quelli dove lo Stato assicura servizi adeguati alle famiglie con bambini sotto i tre anni e in cui sempre lo Stato incentiva entrambe i genitori a prendersi cura della propria prole attraverso congedi ben pagati che arrivano anche al 100% dello stipendio. In Italia i servizi dedicati ai bambini al di sotto dei 3 anni sono pochi e per i congedi, oltre quello di maternità, viene garantito il 30% dello stipendio
Sulla voglia degli italiani di avere figli incide però solo in parte la scarsezza degli aiuti finanziari: anche l’occupazione femminile ha il suo peso. In base a questo parametro, l’Italia, con il 46,6% è quart’ultima, davanti a Monaco, Malta e Turchia, con un tasso di disoccupazione delle donne pari al 7,9% contro il 5% degli uomini. Non a caso, in Islanda la percentuale di donne che lavorano raggiunge il 78,6%.
Per quanto riguarda invece l’esito della due giorni di conferenza, i ministri del Consiglio d’Europa hanno annunciato la loro intenzione di promuovere “società favorevoli alla famiglia e ai diritti dei bambini”, soprattutto in una situazione di crisi economica come quella attuale, dove l’assenza di stabilità occupazionale, il caro-casa e la difficoltà di conciliare vita professionale e familiare sono gli ostacoli maggiori alla possibilità di avere figli.
Tra le proposte di misure presentate: dare attuazione alle norme del Consiglio su diritto di famiglia e politiche familiari, con particolare riguardo alla possibilità di conciliare vita lavorativa e familiare, ai diritti dei minori senza assistenza genitoriale, all’uguaglianza di genere e all’adozione; dare priorità alla promozione dei diritti dei bambini, concentrandosi sullo status legale di quelli allevati in contesti familiari eterogenei; promuovere la genitorialità positiva e l’eliminazione delle punizioni corporali.
Oltre all’importanza di ambienti favorevoli a famiglie e bambini attraverso la pianificazione urbana e l’imprenditorialità e dell’assistenza ai giovani, i ministri si sono anche soffermati sull’uguaglianza di genere, considerata prerequisito per una politica familiare sostenibile: in modo particolare, la pari condivisione delle responsabilità familiari e genitoriali tra uomini e donne.