21 dicembre 2009
Un congedo parentale lungo e retribuito aumenta le possibilità delle madri di rientrare nel mondo del lavoro e migliora la salute del bambino. Lo dimostra uno studio comparativo su dieci paesi europei. Ma la direttiva comunitaria approvata il 1 dicembre pur migliorando i trattamenti minimi non prescrive l’obbligo di retribuzione né la condivisione dei congedi tra i due genitori.
Un periodo di congedo parentale retribuito che copra tutto il primo anno di vita del bambino aumenta la probabilità di una madre di tornare al lavoro. A mettere in evidenza l’importanza del periodo di sospensione dal lavoro post-maternità per la presenza femminile nel mercato del lavoro è uno studio di Chiara Daniela Pronzato del Centro Dondena dell’Università Bocconi di Milano, dal titolo Return to work after childbirth: does parental leave matter in Europe in corso di pubblicazione sulla rivista Review of the economics of the household.
Come è noto, la normativa comunitaria fissa soltanto i termini minimi sia del congedo di maternità (quattordici settimane) sia di quello parentale facoltativo (tre mesi, che saranno elevati a quattro entro il prossimo biennio), lasciando alle legislazioni dei singoli stati la possibilità di prolungare, in maniera retribuita o meno, il periodo di sospensione dal lavoro. La situazione varia quindi notevolmente da paese e paese, e proprio questa differenza consente di valutare gli effetti del congedo sulle probabilità e sulle condizioni del rientro al lavoro della madre. I dati messi a confronto dalla dott.ssa Pronzato sono quelli dell’European Community Household Panel, disponibili per dieci nazioni dell’Unione Europea: Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, Francia, Belgio, Austria, Regno Unito, Danimarca e Finlandia.
Come era logico aspettarsi, la percentuale di madri che tornano al lavoro immediatamente dopo la fine del congedo di maternità è più alta laddove questo è più breve e non retribuito, probabilmente per il bisogno di uno stipendio e per la paura di non trovare un'altra collocazione. In Italia, dove sono previsti sei mesi di congedo retribuito al trenta per cento, il 25 per cento delle donne rientra al lavoro dopo i primi quattro mesi di vita del bambino. In Austria, dove il congedo è interamente retribuito e dura 18 mesi, solo il 22 per cento delle donne torna a lavoro allo scadere del tempo minimo stabilito, mentre in Portogallo, dove è concesso un periodo di soli tre mesi non pagati, si sale al 60 per cento. E’ quindi la presenza e l’entità della retribuzione durante il congedo a orientare la scelta delle madri di utilizzarlo o meno.
L’analisi mostra che anche l’istruzione delle madri è una variabile rilevante, che spinge a tornare prima al lavoro, perché l’assenza, per i livelli superiori di istruzione, presenta un costo relativo più alto, mentre il reddito familiare complessivo agisce in senso opposto, ovvero in famiglie più benestanti le madri rimangono a casa più a lungo. Altre variabili significative sono la disponibilità di efficienti servizi di assistenza ai bambini e i fattori culturali come l’atteggiamento nei riguardi del lavoro femminile.
I dati più importanti che emergono dalla ricerca sono quelli relativi agli effetti positivi di un congedo parentale prolungato.
Da un lato, si dimostra che la possibilità di un lungo congedo aumenta la probabilità di rientro della madre nel mondo del lavoro, mentre se il congedo retribuito è più breve, la donna viene forzata a scelte precoci e spesso definitive, con un più alto tasso di uscita dal mercato del lavoro.
In secondo luogo, un periodo di almeno un anno dedicato principalmente alla cura del figlio ha conseguenze molto benefiche sulla salute e sul benessere dei bambini, in particolare riduce il tasso di mortalità dei neonati, aumenta le possibilità di allattamento al seno e quindi di un migliore sviluppo del sistema immunitario, favorisce lo sviluppo delle capacità cognitive e il futuro successo scolastico.
Se si vuole migliorare la partecipazione femminile al mercato del lavoro e garantire un migliore sviluppo del bambino, occorre quindi rafforzare il regime di protezione del lavoro delle madri nel periodo di congedo parentale.
Un dato comune a tutta Europa è lo scarso utilizzo del congedo da parte dei padri, che pure ne hanno quasi ovunque diritto. Un’ultima indicazione al legislatore è perciò quella di trovare meccanismi incentivanti che li spingano a condividerlo con le madri, per fare in modo che le interruzioni di carriera non riguardino più solo le donne.
Purtroppo la direttiva europea approvata il 1 dicembre 2009 dal Consiglio dei Ministri del Lavoro dell’Unione, che stabilisce l’aumento da tre a quattro mesi del periodo minimo di congedo parentale entro il 2011, oltre a non influire sui paesi come l’Italia che prevedono già una durata superiore, non interviene sui due punti essenziali messi in luce dallo studio di Pronzato e sostenuti invano anche dalla Commissione Europea durante la lunga trattativa con i governi e le parti sociali che ha preceduto il varo del provvedimento. La direttiva non prevede infatti un vincolo per la fruizione da parte dei padri, limitandosi a prescrivere che almeno un mese non sia trasferibile tra i due genitori, né alcun obbligo di retribuzione del congedo.
Il testo completo dello studio, da Review of the economics of the household (in inglese)
La nuova direttiva europea
Tabella di confronto tra le normative dei paesi europei (PDF, 87 KB)