12 febbraio 2008
Il 6 febbraio si è celebrata la Giornata Internazionale contro le mutilazioni genitali femminili. L'anniversario è stato proclamato dall'ONU - Organizzazione delle Nazioni Unite e lanciato nel 2003 dal Comitato interafricano sulle pratiche tradizionali che mettono in pericolo la salute di donne e bambine: grazie al lavoro di questa organizzazione non governativa, da allora sono stati fatti passi in avanti nella lotta alle MGF, acronimo che sta per mutilazioni genitali femminili.
Le mutilazioni genitali sono un fenomeno vasto e complesso, che condiziona pesantemente la vita delle bambine e delle donne di molti Paesi africani, ma anche di alcuni del Medio Oriente e, all'interno delle comunità immigrate, anche in Europa ed America. In 14 paesi africani, sui 28 in cui vengono praticate, le MGF sono considerate un reato penale, ma è difficile, all'atto pratico, evitarle. Il tipo di mutilazione, l'età delle vittime e le modalità dipendono da molti fattori tra cui il gruppo etnico di appartenenza, il paese e la zona (rurale o urbana) in cui le ragazze vivono. Nella maggior parte dei casi, però, l'età è compresa tra i 4 e gli 8 anni, anche secondo i dati diffusi da Amnesty International.
Secondo il Rapporto 2008 sulla condizione dell'infanzia dell'UNICEF - Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia, il tasso di diffusione del fenomeno è altissimo: dai 100 ai 140 milioni di donne nel mondo, quasi un quarto delle quali vive in Egitto.
Il FNUAP - Fondo Onu per la Popolazione stima inoltre che in tutto il mondo, ogni anno, 2 milioni di bambine continuano ad essere sottoposte a mutilazioni genitali: un ritmo di 5'500 operazioni al giorno, fatte per lo più da personale non medico e senza disinfezione né anestesia. Le conseguenze sono gravi, per il rischio immediato di emorragie e setticemie, per le future gravidanze e parti, per la maggiore incidenza successiva di fistole e infezioni alle vie urinarie.
La Commissione Europea ha approvato un progetto da 4 milioni di euro in collaborazione con l'Unicef per combatterle. Per Benita Ferrero-Waldner, Commissaria europea responsabile delle Relazioni esterne, "la violazione dei diritti delle donne e delle ragazze non può in nessun modo essere giustificata in nome del relativismo culturale o delle tradizioni. La Commissione sulla condizione delle donne delle Nazioni Unite ha adottato una Risoluzione intitolata 'Porre fine alle mutilazioni genitali femminili', che riconosce che queste mutilazioni sessuali violano e infrangono i diritti umani delle donne e delle ragazze. Sempre l'Unione europea ha denunciato in modo chiaro e netto la natura inaccettabile di questi usi, sia nell'Unione che nei paesi terzi".
Le mutilazioni genitali sono "all'origine di una grande sofferenza e rappresentano una grave minaccia per la salute delle donne e delle ragazze", ha aggiunto Louis Michel, Commissario incaricato dello Sviluppo della Commissione europea, che dal canto suo è favorevole alla messa in atto di una strategia che sostiene sia le iniziative in materia di consulenza e di lobby per migliorare la legislazione nazionale e l'elaborazione di politiche nazionali, sia quelle pensate per rafforzare la capacità dei responsabili pubblici, così come le azioni di sensibilizzazione rivolte a tutti i settori della società.
Un po' di storia
Gli sforzi internazionali per sradicare la mutilazione genitale femminile hanno una lunga storia, ma è solo grazie alla crescente pressione delle organizzazioni femminili africane che, da pochi decenni, si sono raggiunti risultati concreti. Il problema fu sollevato nel 1952, ed in seguito discusso e studiato, dalla Commissione sui Diritti Umani delle Nazioni Unite. In seguito, nel 1984 l'ONU creò a Dakar, un Comitato interafricano sulle pratiche tradizionali pregiudizievoli per la salute delle donne e dei bambini (IAC), con la finalità di predisporre un nucleo di attivisti locali, preparati dal punto di vista medico ed autorevoli nella loro comunità, per contrastare culturalmente il fenomeno. Ma è solo dagli anni '90 che le mutilazioni genitali femminili vengono dichiarate una grave violazione dei diritti delle donne e delle bambine, in particolare con la proclamazione della Dichiarazione sulla violenza contro le donne del 1993 [PDF, KB], dove la pratica è dichiarata una forma di violenza nei confronti della donna.
Quindi, dalla collaborazione fra ONU e organizzazioni non governative, si arriva a predisporre un Piano di azione per eliminare le pratiche tradizionali pregiudizievoli per la salute della donna e delle bambine, decisione riconfermata nella Conferenza di Pechino del 1995. Nel settembre 1997 lo IAC tenne un convegno per giuristi nella sede dell'Organizzazione per l'Unità Africana (OUA) ad Addis Abeba che elaborò la Carta di Addis Abeba, un documento che chiede a tutti i governi africani di adoperarsi per sradicare (o ridurre drasticamente) le mutilazioni genitali femminili entro il 2005. Le mutilazioni vengono vietate anche dall'art. 21 della Carta Africana sui diritti e il benessere del fanciullo.
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