Commissione Regionale di Pari Opportunitā

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Elisabetta Ferrante, una lavoratrice che ha vinto il mobbing

09 giugno 2009


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Le opinioni, i racconti, le storie.

Questa storia è di qualche mese fa, ma resta attualissima e merita di essere di nuovo raccontata. È un esempio di lieto fine, quello che manca a tante donne, che perdono o abbandonano il lavoro dopo aver avuto un figlio, faticano sempre di più a conciliare tempi di vita e di lavoro, e spesso vengono discriminate sia nell’accesso, sia quando un’occupazione ce l’hanno già.
Come per Elisabetta Ferrante, 48 anni, informatica a madre di due figli, che è riuscita a vincere la sua battaglia contro il mobbing. Una vera e propria guerra di logoramento, durata otto anni e conclusasi definitivamente l’11 settembre 2008 con una sentenza della Corte di Cassazione.
Una decisione, di cui aveva parlato anche Kila (http://www.kila.it/archivio-notizie-in-primo-piano/mobbing-se-sei-mesi-vi-sembran-pochi-3.html), che ha creato un precedente e fa ben sperare lavoratrici e lavoratrici che si trovano nelle stesse condizioni: la Corte ha infatti stabilito che bastano anche solo alcuni mesi (nel caso in esame erano sei) per poter richiedere il risarcimento.
ha dichiarato la signora Ferrante in un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica a novembre 2008.
Lei, donna, spiega che lavora da quando a 21 anni, e che nel 1987 entra in una grande azienda di servizi: “Tutto andava bene, ero responsabile di grandi clienti e seguivo progetti europei, ho fatto carriera, sono diventata quadro e aspettavo di essere nominata dirigente”. Poi, alla fine del 99, l’arrivo del nuovo direttore, e cambia tutto.
“In meno di due mesi, nel gennaio e nel febbraio del 2000, sono stata oggetto di avance pesantissime: il direttore, a sua volta sposato e padre, faceva apprezzamenti fisici (‘ma che bel culo!’), poi mi proponeva notti insieme nella sua casa di montagna e cercava ogni pretesto per restare da solo con me a tarda sera in ufficio. Ho cercato di far finta di nulla, pur essendo sempre ferma nel respingerlo. Ero una donna di quarant’anni, non una ragazzina ingenua. Ma non è bastato. In febbraio, come risulta dalle carte processuali, dovevo andare in Olanda per l’azienda. A poche ore dalla partenza, mi è stato comunicato che anziché il collega previsto alla trasferta avrebbero partecipato il direttore e un’altra collega che non c’entrava nulla con la missione. La sera del primo giorno, sono stata invitata a unirmi a loro per una notte di sesso a tre. Ho rifiutato, mi hanno minacciato se avessi raccontato la cosa a qualcuno. E al mio ritorno in ufficio è scattata la persecuzione”.
“Questa storia mi ha ferito dentro, non sono più la stessa persona. Ma voglio raccontarla perché sia d’aiuto ad altre donne che lavorano come me e perché anche le aziende capiscano che proteggere i capi (maschi) che agiscono in modo scorretto alla fine può diventare un costo”
 
Niente più ufficio, armadio, collaboratori, legittimità e ruolo coi clienti. Insulti da parte del direttore davanti a testimoni. Fino all’ordine di trasferimento, la causa, come se non bastasse due sentenze secondo cui gli episodi non costituivano mobbing, e il licenziamento nel 2005.
Ma la signora Ferrante non molla, spinta dalla “fiducia della mia famiglia, mia madre che mi ha aiutato con i figli, mio marito che mi è stato sempre vicino e ha accettato che spendessimo 100.000 euro in avvocati per i primi due processi”.
Dopo la sentenza della Cassazione, la Corte d’appello di Torino ha ordinato il reintegro. “Non so in che condizioni potrò tornare al lavoro, ma tornerò. E alle donne come me dico: denunciate le molestie, e fatelo subito. Ogni giorno che passa è contro di voi”.