Prima staffetta partigiana d'Italia, deportata ad Auschwitz, numero 81672. La storia di Ondina Peteani si incrocia con la Festa della Liberazione. Era nata infatti il 26 aprile del 1925, avrebbe compiuto 85 anni. E' morta sette anni fa ma uno spettacolo di Marta Cuscunà, ispirato alla sua biografia, la fa rivivere oggi in molti teatri d’Italia: si intitola E' bello vivere liberi!
Era quel che pensava Ondina, quando a soli diciotto ani entrò nel Movimento di Liberazione. Come ricorda con semplicità nelle sue memorie:
“Ci schierammo. Decidemmo da che parte stare. Oltre ad un ideale forte e coeso, anche il versante emotivo ebbe un ruolo determinante. Eravamo straordinariamente felici...”
Ondina Peteani è ricordata come la prima staffetta partigiana in Italia. Infatti, i battaglioni partigiani del Carso erano attivi già nel 1942, un anno prima che nel resto d’Italia, grazie ai contatti con la resistenza slovena e alla tradizione antifascista del Friuli, che aveva il suo centro clandestino proprio nei cantieri navali di Monfalcone.
Ondina è fra i quadri del Battaglione Triestino d'Assalto, una delle pattuglie che dalla montagna scendono verso i centri abitati per compiere azioni militari e colpi di mano. E’ addetta ai collegamenti. Una vita rischiosa: per due volte viene arrestata ma riesce a fuggire, la terza no.
"Dopo una settimana di permanenza lassù, decisi di scendere con la pattuglia per provvedermi di alcuni capi di vestiario invernali e incontrare un sostenitore con cui avevo appuntamento e che mi avrebbe portato medicinali e denaro raccolti, anche qualche arma. La notte dell'11 febbraio 1944, mentre tornavo al mio battaglione, venni catturata da un pattuglione di tedeschi in perlustrazione e venni portata al comando delle SS in piazza Oberdan a Trieste".
Pochi giorni dopo viene deportata su un carro bestiame, assieme a circa 200 prigionieri tra cui 40 donne, al campo di concentramento di Auschwitz, dove le viene tatuato il numero 81672.
“Di Auschwitz ho un ricordo stupido se si vuole... una sera sono andata sulla soglia della porta della baracca e c'era una lunona grande. Pensavo - la vedono anche a casa mia. Mi ha preso un'angoscia, un male fisico, una nostalgia così dolorosa della mia gente, della mia terra, di casa... Avevo il terrore di non farcela e mi ricordo che ci torturavamo dicendoci: finirà presto la guerra, ci vedranno in questo stato e ci porteranno a casa con degli aerei. Avranno tutte le cure per noi ridotte in queste condizioni. Così in poche ore busseremo alla porta di casa e sentiremo dire: chi è ... Mamma, mamma ... E allora giù a piangere disperate”.
Successivamente assegnata ai lavori forzati in una fabbrica di Eberswalde, mette in atto un programma di sabotaggio, rallentando sensibilmente il ciclo produttivo, grazie a continui e ripetuti, pignoli, controlli, con la scusa della verifica dei torni e delle parti prodotte.
Il 2 aprile 1945, durante una marcia di trasferimento a Ravensbrück, riesce a fuggire e a tornare a Trieste, dove giunge a luglio, alla vigilia della fine della guerra.
“Emozionante è stato tornare a casa. Avevo avuto il tempo di recuperare la sensibilità, l'umanità perduta. Sono stata fra le prime a rientrare, erano i primi di luglio, tre mesi incredibili per attraversare 1300 chilometri circa, in un'Europa in ginocchio, senza più ponti, strade e ferrovie integre. Quando ho abbracciato mamma, papà ed il cane che mi è saltato addosso per farmi le feste e che mi ha riconosciuto, allora sì che ho capito di essere tornata libera”.
Nel dopoguerra Ondina Peteani ha esercitato la professione di ostetrica e non ha mai smesso l’impegno politico e sindacale. Ma soprattutto non ha mai smesso di ricordare e di raccontare la sua esperienza.
“Mi trovavo in quei giorni, assieme ad una babele di relitti umani, a più di mille chilometri di distanza, in ciò che rimaneva dell’Europa messa a ferro e fuoco. Ero sopravvissuta ad Auschwitz e Ravensbruck. Ma irrimediabilmente provata nel fisico e brutalizzata nella mente. Né più né meno di tutti i reduci da quell’ orrore d’Inferno. Spesso mi chiedo come personalmente ne sia uscita viva.
La ragione puntualmente mi porta l’unica risposta possibile: Resistenza!
Resistenza contro l’aggressore nazifascista. Resistenza in Cantiere e in Fabbrica. Resistenza di casa in casa. Resistenza mentre le pallottole fischiavano sopra la testa. Resistenza sotto interrogatorio. Resistenza in Carcere. Resistenza davanti ai miei aguzzini al comando SS di Piazza Oberdan a Trieste dove venni segregata. Resistenza mentre mi si tatuava il numero 81672 sul braccio. Resistenza contro la perdita di dignità e l’annientamento di umanità. Resistenza contro una fame demoniaca. Resistenza al latrare di cani aizzatici contro. Resistenza al sottile desiderio di lanciarsi contro il filo spinato ad alta tensione per farla finita. Resistenza contro le bastonate e le frustate inferte dai nostri carnefici. Resistenza contro uomini fregiati dalla svastica che di umano non avevano ormai nulla. Resistenza per Resistere all'Inferno di Auschwitz.
Contro ogni forma di razzismo, contro qualsiasi discriminazione e prevaricazione razziale, sociale, culturale e religiosa, Ostinatamente, Ora e Sempre: Resistenza!”