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Il quadro della presenza delle donne nel mondo del lavoro in Italia mostra luci e ombre. Se da un lato l’incremento delle donne occupate e, tra queste, delle imprenditrici e delle manager, è stato costante negli ultimi venti anni e in alcuni periodi addirittura dirompente, il dato assoluto parla di un gap strutturale rispetto ai paesi più avanzati e di una grave difficoltà a raggiungere gli obiettivi fissati in sede europea. Il differenziale di genere va riducendosi, ma con grande lentezza e con una disomogeneità territoriale che tende ad aggravarsi a danno di alcune regioni del Sud. Vediamo le cifre.
In Italia nel 2007 risultano occupate il 46,6% delle donne tra i 15 e i 64 anni contro il 70,7% degli uomini. Anche per la classe di età in cui si raggiungono i livelli massimi di occupazione, ovvero per le persone 35-44 anni, le differenze sono notevoli: 61,3% per le donne e 91,2% per gli uomini. Il confronto con gli altri paesi è impietoso: dodici punti in meno della media europea, anche inclusi gli stati di recente ingresso, venti in meno degli Stati Uniti, ventiquattro della Svezia. Allo stato attuale sembra impossibile che l’Italia possa raggiungere l’obiettivo del tasso di occupazione femminile (cioè la percentuale di donne occupate sul totale delle residenti tra i 16 e i 64 anni) del 60% nel 2010, stabilito per i paesi europei dal Consiglio di Lisbona del 2000 [PDF, 206 KB]. Ma all’interno di questo risultato deludente, impressiona il divario tra Nord e Sud, superiore ai venti punti, con quattro regioni meridionali che hanno un tasso di occupazione inferiore alla metà dell’Emilia Romagna, prima regione italiana con il 62%.
Un dato interessante è che i differenziali di genere si riducono ovunque al crescere del livello di istruzione della popolazione.
Stesso divario per il tasso di disoccupazione, che nel 2005 è pari al 10,1% per le donne, mentre per gli uomini è il 6,2%. Se raffrontata alla situazione del 1995, tuttavia, la disoccupazione femminile è diminuita di oltre un terzo, mentre la diminuzione per gli uomini è stata meno intensa.
Tuttavia, la situazione italiana è aggravata dall’alto numero di donne inattive, cioè che non stanno cercando lavoro. Le donne italiane tra i 23 e i 54 anni fuori dal mercato del lavoro sono il 35,7% contro il 23,6% dell’Unione Europea, e il nostro paese è nelle ultime posizioni anche per quanto riguarda le più giovani (73% di inattive tra i 15 e i 24 anni, contro una media europea del 59,4%) e le over 55 (oltre il 77% contro il 62% europeo). Ma c’è di più: quasi metà delle donne inattive appartenenti alla fascia d'età 23-54 anni, si trovano al di fuori del mercato del lavoro per ragioni di matrimonio, gravidanza, assistenza ai figli, gravi malattie di un altro membro del gruppo familiare, un dato che ci colloca al quintultimo posto fra i 27 Paesi dell'Unione. Va aggiunto che una buona parte di queste donne inattive, specialmente al Sud, ha rinunciato a cercare lavoro perché scoraggiata dalla qualità dell’offerta o dalle difficoltà di conciliazione tra vita lavorativa e impegni familiari.
Stesso trend per il lavoro instabile, che raggruppa dipendenti a tempo determinato e collaboratori a progetto e occasionali: per le donne è aumentato più di quello maschile, raggiungendo il 19% dell'occupazione totale femminile: in questa fascia di oltre sei milioni di persone, le donne sono il 53%.
Ed è una tendenza che si consolida: nel 2006 solo il 36,7% delle nuove occupate è stato assunto con un contratto a tempo indeterminato (contro il 41,4% del 2005) e, rispetto all'anno precedente, sono cresciuti invece gli accessi mediante lavoro a termine (36,2%) e a progetto (6,4%).
Tuttavia il divario retributivo è ancora alto: a parità di mansioni e di posizione, le lavoratrici dipendenti guadagnano il 12% meno dei colleghi uomini (uno dei pochi indicatori che ci vede in vantaggio di qualche punto sulla media europea), e nel lavoro autonomo la forbice è molto più larga.
Ultimo aggiornamento ( 29 maggio 2008 )