Un sogno di uguaglianza, di diritti e opportunità tra chi si trova in condizioni di salute e chi in condizioni di malattia. È il sogno che ha mosso, 6 anni fa, la cooperativa sociale Altra Mente, che fornisce da oltre 10 anni di servizi alla persona, articolati in attività di tipo assistenziale, riabilitativo e risocializzante presso le strutture dell’Area Comunitaria e Centro Diurno del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL TO 2, ad aprire un laboratorio di sartoria artigianale.
Una parte delle risorse è stata infatti investita nel progetto L’Orlando Furioso – già il nome gioca con ironia sulla realtà delle persone coinvolte – nato dal desiderio di fornire un’adeguata possibilità formativa e uno spazio idoneo alla terapia occupazionale per le pazienti donne, seguite dai servizi territoriali delle ASL torinesi. Spesso, non è facile inserire nel mercato di lavoro le persone afflitte da un “disturbo psichiatrico”. Il laboratorio, invece, partendo da piccole riparazioni sartoriali per arrivare alla produzione di capi, intende costruire percorsi formativi e terapeutici: un modo, cioè, attraverso cui le pazienti possano apprendere, o riapprendere, abilità cognitive e manuali, indispensabili al lavoro e per l’autonomia sociale.
Un processo che funziona: lo dimostrano le oltre 30mila cooperative in Italia che si occupano del sostegno e del reinserimento lavorativo di persone con problemi psichici, a cui è dedicato il film Si può fare, diretto da Giulio Manfredonia e interpretato da Claudio Bisio, uscito nelle sale cinematografiche nel 2009 e in questi giorni in programma nel palinsesto televisivo. Nel film, che si ispira a una storia vera, uno dei pazienti protagonisti dice, con disarmante lucidità: “Siamo matti, mica scemi”.
Una consapevolezza che strappa un sorriso, un modo diretto, genuino, tipico di alcune considerazioni infantili, che ricorda come la disabilità psichica non sia un problema insuperabile o che, per forza di cose, relega in una società di serie B.
Il laboratorio, fino al maggio scorso, aveva sede in via Parma, a Torino, e si occupava in prevalenza di riparazioni. Poi, il trasferimento in via Le Chiuse, la produzione di una collezione propria e l’apertura al pubblico, perché il reinserimento passa anche dal superamento di stigma e pregiudizio.
Attualmente, ci lavorano 5 sarte professioniste, a cui si aggiungono a turno le pazienti. A loro viene insegnato tutto: dai punti basilari del cucito, prima a mano, poi a macchina; ognuna ha un archivio in cui descrive con parole proprie come si effettua un determinato punto o la differenza tra punti. Vengono anche organizzati incontri in cui si spiega il valore economico di un determinato lavoro, perché, a loro volta, le donne possano essere in grado di richiedere la cifra giusta per un orlo o le ore passate su un cartamodello.
Il laboratorio, gestito da alcuni soci della cooperativa (è promosso dall’educatrice Elena Marini, accanto a Nicoletta Fabbiani ed Elisabetta Torchio), realizza e confeziona artigianalmente abiti da donna su misura, utilizzando tessuti propri o scelti dal cliente. Le creazioni effettuate su richiesta vengono disegnate al momento con il cliente, rispettando le sue esigenze e i suoi gusti e mettendo a disposizione professionalità ed esperienza delle sarte. Si confezionano tendaggi, tovagliati, abiti da sposa e costumi. Si effettuano riparazioni su tutti i capi uomo, donna, bambini e su capi in pelle. Vengono anche studiati e prodotti borse e accessori in tessuto e PVC classici e di tendenza.
Una piccola produzione sartoriale, insomma, in cui ogni capo di abbigliamento ha un nome, spesso originale, e in cui vengono anche ri-utilizzati con fantasia gli scarti di lavorazione.
Inoltre, la realtà de L’Orlando Furioso collabora con altre in città: ad esempio, vengono ospitate produzioni di altre cooperative o di associazioni culturali, come nel caso de La Casa di Pinocchio e la sua linea Fumne, prodotta dalle detenute del carcere torinese.
I proventi, manco a dirlo, vengono reinvestiti per poter coinvolgere altre donne: quelle impegnate nel progetto, infatti, usufruiscono di una borsa lavoro, grazie alla collaborazione con l’ASL TO2.
Il progetto, di formazione pre-professionale e terapia occupazionale, ha come aree di intervento la reintegrazione sociale delle fasce deboli, l’acquisizione di competenze professionali e la gestione dell’impiego lavorativo nel contesto della malattia mentale.
Sul sito del laboratorio si parla non a caso di Un progetto per ricucire, che richiama sì l’idea di cucito, e si abbina bene a una sartoria, in un certo senso, permette anche alle donne coinvolte di “ricucire” la propria vita. Perché possono farlo e, prima ancora, ne hanno tutti i diritti. Dimostrando, oltretutto, di riuscirci.