Da vittime ad agenti di cambiamento. Il Rapporto delle Nazioni Unite sullo stato della popolazione nel mondo indica le donne come prima risorsa per affrontare il cambiamento climatico. Con il consumo sostenibile, la procreazione responsabile, la tutela del territorio. Ma solo se verranno coinvolte nei processi decisionali.
Le donne pagano i prezzi più alti del cosiddetto riscaldamento globale, il cambiamento del clima che sta avvenendo sul nostro pianeta, ma proprio le donne possono essere la risorsa principale per farvi fronte. Questa è la conclusione, argomentata con dati e proposte, del Rapporto 2009 sullo stato della popolazione nel mondo pubblicato dall’UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, la cui versione italiana è pubblicata da AIDOS - Associazione italiana donne per lo sviluppo.
Il cambiamento climatico, cui sarà dedicata la prossima conferenza ONU a Copenhagen dal 7 al 18 dicembre 2009, è il tema del rapporto, che non a caso si intitola In un mondo che cambia: donne, popolazione e clima.
Perché l’UNFPA non si limita a descrivere uno scenario ormai noto, anche se non per questo meno impressionante, di cambiamenti irreversibili: temperature che si innalzano ovunque, ghiacciai che si sciolgono, laghi prosciugati, da una parte ondate di siccità e dall’altra uragani e piogge violente e improvvise… Il rapporto descrive con dati e storie il fenomeno dal punto di vista di chi ne subisce le conseguenze: le persone, i cui diritti umani, a cominciare dal diritto alla vita, sono sempre più spesso messi a repentaglio dallo stravolgimento del clima. I rapidi cambiamenti in corso daranno vita a una nuova figura di rifugiati, i rifugiati climatici: secondo stime dell’Università di Cambridge 200 milioni di persone dovranno spostarsi a causa di fattori ambientali entro il 2050.
La popolazione femminile è più esposta degli uomini a questi stravolgimenti, che si sommano a una situazione di persistente discriminazione nei loro confronti: le carenze nei servizi per la salute riproduttiva al punto che il tasso di mortalità materna non accenna a diminuire da oltre 15 anni, lo scarso riconoscimento del loro lavoro, dentro e fuori casa, il limitato accesso alle risorse economiche e immateriali come l’istruzione. Sono le donne che, nel Sud del mondo, costituiscono la maggior parte della forza lavoro agricola, dunque le più colpite dalle emergenze ambientali. Anche nella quotidianità: nell’Africa sub-sahariana generalmente le donne spendono da 2 a 6 ore a settimana per attingere acqua da una fonte situata in media 400 metri dalle loro case. Fino ai dati più drammatici: in ogni alluvione in Bangladesh muoiono quattro donne per ogni vittima maschile.
Fino a poco tempo fa chi si occupava del cambiamento climatico ha prestato poca attenzione alle relazioni tra i sessi e alle loro esigenze specifiche. La parola “genere” non è menzionata all'interno della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, l’accordo del 1992 per la riduzione dei gas serra responsabili del surriscaldamento mondiale da cui discende il protocollo di Kyoto. Tuttavia, la Conferenza delle parti tenutasi a Poznan in Polonia nel dicembre del 2008 ha riconosciuto “come la dimensione del cambiamento climatico e le sue conseguenze possono colpire in modo diverso donne e uomini”. Ha, dunque, sollecitato per la prima volta la formulazione di “misure politiche che tengano conto della dimensione di genere per affrontare il cambiamento climatico”.
Il rapporto UNFPA sviluppa in modo coerente questa prospettiva e indica le donne come la principale risorsa umana per far fronte ai cambiamenti climatici: perché investire su donne e ragazze, migliorando la loro salute, il benessere e lo status nelle società dove vivono e garantendo loro la libertà di scelta per quanto concerne la riproduzione, contribuisce a migliorare la capacità di affrontare i disagi ambientali e favorire la diminuzione delle emissioni di gas serra sul lungo periodo.
Per questo, l’UNFPA propone cinque passi che possono aiutare l'umanità ad allontanarsi dal precipizio, alla vigilia del vertice di Copenaghen del mese prossimo: 1) promuovere una migliore comprensione delle dinamiche demografiche, della dimensione di genere e della salute riproduttiva nelle discussioni a tutti i livelli su ambiente e cambiamento climatico; 2) finanziare pienamente i servizi di pianificazione familiare e i prodotti contraccettivi, nell'ambito di una politica della salute e dei diritti riproduttivi e garantire che avere un reddito basso non costituisca un ostacolo per l'accesso a tali servizi e prodotti; 3) dare priorità alla ricerca e alla raccolta dati per migliorare la comprensione del ruolo delle dinamiche della popolazione e dei rapporti di genere nell'attenuazione del cambiamento climatico e nell'adattamento ad esso; 4) migliorare la disaggregazione per sesso dei dati relativi ai flussi migratori influenzati da fattori ambientali e prepararsi da subito ad un aumento degli spostamenti delle popolazioni, provocati dal cambiamento climatico; 5) prendere in considerazione le differenze di genere nell'impegno mondiale per la riduzione del cambiamento climatico e per l'adattamento ad esso.
Per Giulia Vallese, dell’UNFPA, spetta “alle donne, ancora una volta, la responsabilità di trasformarsi da vittime in agenti di cambiamento, perché sono loro che assicurano spontaneamente tanto del lavoro di ricostruzione dopo un disastro ambientale o climatico”. Un esempio viene dal lavoro agricolo: circa il 70 per cento dell'agricoltura di sussistenza nel sud del mondo è in mani femminili e le donne già sperimentano strategie di adattamento all'erosione dei suoli e all'instabilità delle precipitazioni. DanielaColombo, presidente di AIDOS ha ricordato l’immenso contributo delle donne ai movimenti per la tutela del territorio - dal movimento Chipko in India e quello Greenbelt in Kenya guidato da Wangari Maathai, premio Nobel per la pace - in cui non si sono mai limitate a evidenziare problemi, ma hanno anche sempre indicato, e spesso praticato, soluzioni concrete. Ma anche nei paesi industrializzati, secondo una ricerca pubblicata nel 2008 dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, le donne sembrano essere consumatrici sostenibili, cioè tendono a comprare prodotti ecologici e alimenti biologici, effettuano il riciclo dei rifiuti e sono più interessate all'utilizzo efficiente dell'energia. Mentre nei paesi poveri, l’accesso all’istruzione, ai servizi sanitari, alla contraccezione e un maggiore potere decisionale delle donne portano a scelte libere e responsabili sulla riproduzione, che sono l’unica via per ridurre, con una natalità più equilibrata, la pressione della popolazione sull'ambiente: come sta già avvenendo nel Sud-Est asiatico, dove il tasso di fecondità è sceso quasi alla soglia ottimale di 2 figli per coppia. Dal Nord al Sud nel mondo, le donne agiscono in modo più responsabile e sostenibile degli uomini. Le radici del disastro ambientale e dell’ancora insufficiente consapevolezza dei governanti sta anche nello scarso coinvolgimento delle donne nei processi decisionali, a tutti i livelli, dalle famiglie agli stati.
Il mondo si attende, seppure con timore e scetticismo, che la conferenza di Copenhagen porti a un impegno comune dei paesi industrializzati per la riduzione delle emissioni di gas serra. Ma le politiche ambientali da sole non bastano, occorre anche quella che è stata definita una strategia femminile. Nelle mani delle donne, ancora, il futuro del mondo?