29 giugno 2010

Le differenze di genere riguardano anche la salute e la risposta alle terapie. Ma i test sui farmaci continuano a escludere le donne e a ignorare le diversità. Da più parti nel mondo si chiede l’adozione di criteri stringenti per far sì che le sperimentazioni diano risultati attendibili per entrambi i sessi.
In questi giorni, Galileonet, la “rivista online di scienza e problemi globali” che contiene una sezione sugli studi di genere, torna sul problema già denunciato del cosiddetto sex bias, termine scientifico per indicare che le donne sono ancora poco rappresentate nelle sperimentazioni farmacologiche, sia negli studi di base che nei trial clinici da cui dipende l’approvazione e la diffusione dei medicinali.
La questione, sollevata per la prima volta venti anni fa, è affrontata in tre diversi articoli sulla rivista scientifica inglese Nature. In un’altra opinion, Irving Zucker e Annaliese Beery dell'Università della California chiedono che le stesse regole siano applicate nelle prime fasi degli studi, quelle in cui si impiegano gli animali. Per esempio, riportano gli autori, le donne sono più colpite da ictus rispetto agli uomini, ma solo il 38 per cento degli studi sull’evento ischemico è stato condotto su animali femmine. Il pregiudizio contro l’uso delle femmine nei test sugli animali è in parte dovuto alle preoccupazioni circa la loro maggiore variabilità fisiologica data dai cicli ormonali. Il bias, in realtà, esiste anche per le sperimentazioni sulle cellule in coltura, che provengono quasi sempre da cavie di sesso maschile.
Un terzo articolo, infine, afferma l’inaccettabilità etica dell’escludere sistematicamente le donne gravide dai trial, per le quali oggi si estrapolano i dati sui dosaggi dalle sperimentazioni condotte sugli uomini o, nel migliore dei casi, su donne non incinte. Françoise Baylis della Dalhousie University (Canada) ammette la necessità di cautele e misure di sicurezza a salvaguardia del nascituro, ma osserva che l’assenza delle donne incinte dai test produce l’effetto di un uso dei farmaci più incontrollato e pericoloso da parte della popolazione femminile.
Negli Stati Uniti, dal 1993 è in vigore una legge che impone agli studi clinici finanziati dal National Institute of Health di includere nelle popolazioni oggetto di indagine uomini, donne e soggetti appartenenti alle minoranze etniche. Qualche anno fa i criteri sono stati ampliati e sanciscono sostanzialmente il diritto di ogni cittadino a partecipare alla ricerca e a condividerne i vantaggi e i rischi. Tuttavia, non basta semplicemente includere un numero adeguato di donne nei test, occorre che i metodi della ricerca siano tali da consentire l'analisi delle differenze tra uomini e donne nella risposta alle terapie. Le ricercatrici spagnole Maria Teresa Ruiz Cantero e Maria Angeles Pardo hanno rivelato che le sperimentazioni sul farmaco contro l'osteoartrite Vioxx, poi ritirato dal commercio, comprendevano più donne che uomini. Tuttavia, l'80% delle sperimentazioni non descriveva l'efficacia del farmaco a seconda del sesso e solo uno studio riportava gli effetti collaterali specifici del genere. “A tale proposito, è significativo che il 78% degli effetti collaterali segnalati da Vioxx in Spagna abbia colpito le donne”, si legge. Ancora più clamoroso il caso del digoxin, farmaco utilizzato per evitare le recidive dell’infarto, che ottiene risultati opposti sui due sessi a causa delle diverse eziologie e caratteristiche di molte cardiopatie femminili, ma questa differenza, misurabile in termini di sopravvivenze e di morti, è stata scoperta molto dopo la diffusione del medicinale.
Il fatto è che le differenze fisiologiche influiscono sull’efficacia delle terapie in modo determinante. In generale il dosaggio efficace nella donna è inferiore rispetto all'uomo, per minor peso e superficie corporea, e il rischio di reazione avversa è maggiore di 1,5-1,7 volte rispetto all'uomo. Maggiore quantità del tessuto adiposo, variazioni ormonali, enzimi e metabolismo sono i fattori biologici più noti, ma anche le differenze di stile di vita contribuiscono a disegnare una condizione di salute peculiare: le donne vivono più a lungo ma si ammalano di più, usano più medicine, hanno più ricoveri.
“Sebbene le donne siano le maggiori consumatrici di farmaci, la sperimentazione tende a non tenere in sufficiente considerazione la loro specificità e il cambiamento delle condizioni di salute femminile con il conseguente incremento di effetti collaterali” ha dichiarato solennemente il Comitato Nazionale di Bioetica nel parere La sperimentazione farmacologica sulle donne approvato nel novembre 2008, fornendo varie indicazioni operative alle autorità, ai medici e all’industria. Non ci sono dati sugli effetti almeno in Italia di questo pur importante pronunciamento. Quello che è certo è che tuttora manca una norma che imponga requisiti di pari rappresentanza dei generi per convalidare una sperimentazione.
Farmaci studiati per gli uomini e usati dalle donne, da Kila
Il primo, firmato da tre ricercatrici della Northwestern University di Chicago, Alison Kim, Candace Tingen e Teresa Woodruff, riassume i termini del problema. È provato che le donne hanno un decorso delle malattie e una reazione ai trattamenti molto diversa rispetto agli uomini. Per questo è doveroso che la percentuale di donne su cui viene testato un farmaco sia quanto meno proporzionata alla popolazione femminile cui è diretto, e che gli studi affrontino le differenze e le specificità di genere nei risultati delle sperimentazioni. Ma ancor oggi non è così.
Come ricordano le tre studiose, un’analisi di nove importanti riviste specialistiche nel 2004 ha rivelato che solo il 37 per cento dei partecipanti alle sperimentazioni era di sesso femminile. E due studi pubblicati nel 2000 e nel 2008 mostrano che le donne non sono ancora incluse in maniera sistematica nei trial sulle patologie cardiovascolari, che sono la prima causa di morte, almeno non in misura proporzionale alla prevalenza delle malattie nella popolazione.
In Europa, la Commissione ha tentato di promuovere l'equilibrio dei generi, ma le questioni di etica fanno spesso riferimento alla dichiarazione di Helsinki, incentrata sulla tutela delle persone che prendono parte alla ricerca: “Manca la questione della giustizia e dell'equità nei confronti di tutti i membri della società”, ha denunciato già nel 1987 la dottoressa Joke Haafkens dell'Università di Amsterdam.
In uno studio olandese, finanziato dall'UE, sui comitati etici per la ricerca (REC) di cinque Stati membri dell'UE è emerso che in nessuno dei comitati esaminati esistevano requisiti formali per il coinvolgimento di esperti di questioni di genere. “Una valutazione del coinvolgimento equo di uomini e donne negli studi non è richiesta né nella normativa né negli strumenti a supporto delle procedure di valutazione etica - si legge nel rapporto -. Ciò vale anche per l'analisi - specifica a seconda del genere - dei rischi e benefici associati alla partecipazione allo studio”.
Basta con il pregiudizio di genere, da Galileonet