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Una protagonista dell’unità italiana

08 febbraio 2010

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Verso il 150° anniversario dell’unificazione nazionale, ricordiamo le donne che hanno fatto l’Italia ma non figurano nei libri di storia. Una protagonista del Risorgimento, dimenticata forse per la sua indipendenza di pensiero: Cristina Trivulzio di Belgiojoso.

 

 

 

 

 

Non dobbiamo mai dimenticare l’ardua e doppia impresa del nostro secolo, consistere nel distruggere e fecondare nello stesso tempo, non dobbiamo dimenticare che scopo finale del nostro destino sulla terra non è l’incivilimento, ma l’amore sociale, la fratellanza degli uomini, il trionfo della verità e del bene assoluto”.
Cristina Trivulzio

 

“…Una principessa dell'Ottocento lombardo che ha avuto una vita così piena ed avventurosa che ci si potrebbe chiedere come mai non ne sia stato ancora fatto un film.
Vive nel pieno del Risorgimento italiano, ha contatti con tutti i maggiori protagonisti dell'epoca, partecipa e sovvenziona molte insurrezioni. Purtroppo, se la si cerca nei libri di storia, difficilmente la si trova, se non solo grazie a qualche accenno.
Il motivo è semplice. Siamo nella metà dell'Ottocento, lei è una donna, e per di più nobile.
Ancora lontani dal pensiero moderno, la donna di quel tempo doveva stare nei salotti, chiacchierare ed occuparsi di musica e disegno. Se era ricca doveva sì sovvenzionare gli uomini giusti, ma in sordina, quasi per non metterli in imbarazzo”.

Sandro Fortunati

 

Difficile spiegare in modo diverso l’oblio in cui è caduta almeno fino a pochi anni fa una delle figure più straordinarie del Risorgimento italiano, Cristina Trivulzio di Belgiojoso. Iniziamo con lei la rassegna di brevi rievocazioni e di analisi storiche sul lato femminile della storia italiana moderna, per rendere visibile la presenza delle donne nel processo di unificazione nazionale.


Definita “una donna capace di trasformarsi da bambola da salotto a temibile rivoluzionaria e figura, per certi versi, ancora incompresa” è stata in realtà una protagonista delle vicende dell’unificazione italiana. A questa ha contribuito in prima fila, con l’azione politica e anche cospirativa, con le proprie sostanze, le riforme sociali non solo proposte ma praticate, e con un pensiero originale che ha attraversato il dibattito culturale del suo tempo.


Nata a Milano nel 1808 da una famiglia di antica nobiltà e di tradizioni liberali, deve a un’insegnante di disegno, precettrice come si usava nell’aristocrazia, e da allora amica del cuore per tutta la vita, i contatti con il mondo delle cospirazioni politiche che agitano Milano.
Il matrimonio a soli sedici anni con un giovane bello e libertino fu l’unico errore della sua vita, e durò pochi anni, anche se ufficialmente non divorziarono mai e pur tra duri contrasti rimasero amici, uniti dalla passione politica comune.
Questa sua indipendenza dalle convenzioni sociali le costò da subito l’isolamento negli ambienti aristocratici anche più illuminati: esemplare l’emarginazione che subì da parte della famiglia di Alessandro Manzoni, che considerandola immorale la farà mettere alla porta quando Cristina vorrà dare l'ultimo saluto alla vecchia amica Giulia Beccaria, madre del poeta in punto di morte. E a cui lei risponderà: “Io rispetto il loro modo di vedere, ma in questo caso sono fiera del mio”.
Ironia e libertà di giudizio sono la costante dei suoi scritti, anche sulla condizione femminile: “Ma perché l’originalità deve essere una virtù per l’uomo e un difetto per la donna?”. “Perchè in una società così ansiosa di abbattere tutte le tirannidi e di aiutare gli oppressi, ci si dimentica che in tutte le case e in ogni famiglia vi sono delle vittime rassegnate?” “Le poche voci femminili che si levano per chiedere agli uomini il riconoscimento della loro uguaglianza hanno una maggioranza di avversari femminili anche più grande di quella maschile” “...le donne che ambiscono a un nuovo ordine di cose debbono armarsi di pazienza e di abnegazione contentandosi di preparare il terreno e non di raccoglierne le messi”.

Vicina agli ambienti patriottici, diviene giardiniera, come erano chiamate le donne affiliate alla Carboneria, partecipa ai moti del 1830-31, e ormai spiata e minacciata dalla polizia austriaca, anche se la sua posizione sociale la salva dall’arresto, decide di espatriare in Francia, accettando un lungo periodo di povertà.
Appena riesce a recuperare parte delle sue rendite, apre un salotto famoso, frequentato dai maggiori intellettuali dell’epoca, ha una fitta corrispondenza con l'eroe di due mondi Lafayette e con molti personaggi del romanticismo, raccoglie fondi per gli italiani in esilio, scrive articoli e pubblica un giornale.
Grazie a un mutamento del clima politico in Lombardia, nel 1840 può rientrare in Italia e nel paese natale di Locate decide di sperimentare le riforme sociali apprese in Francia. Trasforma il suo palazzo in un falansterio, ovvero il centro di una comunità armonica ed egualitaria secondo
l’utopia socialista di Fourier; crea un asilo infantile, una scuola elementare, due scuole superiori di cui una per le ragazze in cui imparano lavori femminili ma anche a scrivere e contare, uno “scaldatoio pubblico”. Questa attività che le attira la diffidenza dei liberali lombardi, ostili alle novità sociali per timore che esse costituiscano una minaccia per la proprietà privata. Manzoni stesso le chiederà conto della sua mania di istruire i contadini con parole sprezzanti: “…ma quando quelli saranno tutti dotti, a chi toccherà zappare la terra?”. Ma ai nostri occhi non può non colpire il carattere pragmatico e versatile del suo programma di riforme, che comprende una cassa di risparmio per i contadini, che deve anche assicurare una dote alle ragazze povere, giardini e illuminazione pubblica, atelier per artisti, una mensa per i poveri in cui però è richiesto un pagamento simbolico, in denaro o in lavoro, per “vincere la pigrizia e la mendicità”. E lei racconta quasi con stupore quell’esperienza di utopia realizzata:“Il mio castello è grande come una piccola città e quasi tutti gli edifici sono occupati dai lavoratori. Se voi vedeste questa piccola falange dei due sessi fatichereste a crederla formata da poveri contadini. Sono puliti, i loro volti intelligenti e aperti...la mia idea era stata accolta con un’alzata di spalle da qualche ‘civilizzato’. Mi dicevano che i contadini amavano il putridume delle loro stalle...”
Nel contempo, pubblica un’opera filosofica impegnativa dal titolo Essai sur la formation du Dogme catholique e traduce in francese la Scienza Nuova di Vico, iniziativa che le varrà il riconoscimento di Benedetto Croce, in un’epoca in cui la sua memoria era già stata dimenticata.


Cristina Trivulzio interviene continuamente nel dibattito politico, orientandosi sempre più verso la soluzione unitaria e monarchica sotto l'egida dei Savoia, vista come tappa intermedia verso la repubblica, giudicata non ancora matura rispetto al livello di civilizzazione del paese. Nel 1847 viaggia in tutta l'Italia allacciando rapporti con i maggiori esponenti del Risorgimento, esi ferma a Torino dove incontra Carlo Alberto e Cavour.

Dopo le Cinque Giornate arriva a Milano guidando un gruppo di circa 200 volontari da lei reclutati a Napoli e trasportati in piroscafo a Genova per difendere la rivoluzione milanese. E’ accolta da un tripudio popolare, nonostante la diffidenza del governo provvisorio con cui entra presto in conflitto. Ma anteponendo ai contrasti la priorità politica del momento, fonda giornali per sostenere l’alleanza con il Piemonte, di cui in seguito ammetterà l’errore concordando con l’analisi di Cattaneo sulle cause della sconfitta. Delusa dal "tradimento" di Carlo Alberto e di nuovo esule a Parigi, si avvicina ai repubblicani e si unisce ai patrioti della Repubblica Romana, nella quale vede la possibilità di costruire un primo Stato italiano indipendente.Incaricata della direzione delle ambulanze e del delicato compito di assistere i feriti, tra i quali Goffredo Mameli, l’autore dell’inno nazionale, che muore tra le sue braccia. E, qualche anno prima di Florence Nightingale, Cristina inventa le "infermiere", un corpo di volontarie laiche che affiancano i medici per assistere e confortare i malati: per fare questo, assolda uno stuolo di donne di ogni condizione, dame, borghesi e prostitute. La presenza di queste ultime, negata ufficialmente da Cristina in una lettera al papa che l’aveva condannata per sentimenti antireligiosi, ma da lei ammessa in privato, fu un ulteriore motivo di scandalo, anche agli occhi di molti rivoluzionari. "Quella donna m'era un tormento pel continuo litigare che faceva con i chirurgi, medici e infermieri" scriverà in una lettera Giuseppe Mazzini, che però ha lasciato di lei questo giudizio: “E’ una donna che per patrio zelo, per doti d’intelletto, per sincerità di opinioni proprie, per tolleranza delle altrui, merita, dov’anche si dissenta, molta stima e molto affetto”.
Dopo la caduta di Roma, fugge in Grecia e in Turchia dove fonda una piccola comunità agricola e scrive acute descrizioni del mondo orientale, ma subisce un attentato da un folle che la ferisce gravemente.


Riesce anche a vincere la sua ventennale battaglia privata per ottenere il riconoscimento della figlia, che per la legge dell’epoca dipendeva dalla volontà del marito, e che lei dovrà “pagare” rinunciando al patrimonio di lui, nonostante questo fosse costituito dai beni che lei gli aveva portato in dote.
L’ultima parte della sua vita, che si concluderà nel 1871 in una patria finalmente unita, è apparentemente più ritirata. Ma la vede ancora promuovere una rivista bilingue, L’Italie, destinata a parlare della politica italiana al pubblico europeo, un’altra idea in controtendenza rispetto al provincialismo della classe dirigente nazionale, e scrivere saggi politici tra i quali Della presente condizione delle donne e del loro avvenire pubblicato nel 1866 sulla Nuova Antologia, che si conclude con queste parole:
"Vogliano le donne felici ed onorate dei tempi avvenire rivolgere tratto tratto il pensiero ai dolori ed alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata felicità!"

 

Cristina Trivulzio nella rete

Un sito dedicato a Cristina Trivulzio di Belgiojoso, di Sandro Fortunati

Una biografia curata da alcune classi di un liceo milanese, dal sito Leonardo

Cristina Trivulzio e la rivoluzione del 1848. Una testimonianza femminile di primo piano, da Donne e conoscenza storica

Biografia dall’ipertesto Trame femminili nel processo di indipendenza italiano, sul sito Donne e conoscenza storica

 

La principessa dimenticata: intelligente, colta, ma donna di Alessia Ghisi

La donna che visse cinque volte dal sito Storia di Milano

 

Le opere più importanti di Cristina Trivulzio

L'Italia e la rivoluzione italiana del 1848, 1848
Saggio sulla formazione del dogma cattolico, (in francese) 1842
La scienza nuova di Vico, traduzione in francese, 1844
La vita intima e la vita nomade in Oriente, 1855
Emina, 1856
Asia Minore e Siria, (in francese) 1858
Storia della Casa di Savoia, (in francese) 1860
Della presente condizione delle donne e del loro avvenire, 1866
Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire, 1868
Sulla moderna politica internazionale, 1869

Ricordi dell’esilio, (postumo), 1946