17 giugno 2010

Un congedo obbligatorio di quattro giorni, totalmente retribuito, per tutti i papà: è la proposta di legge bipartisan in discussione alla Camera. Una piccola rivoluzione simbolica per avvicinare quella reale: la piena condivisione della funzione genitoriale. Come ha fatto la Svezia e provano a fare molti paesi europei.
Quattro giorni di permesso a stipendio pieno per i neo-papà, con costi a carico delle aziende per i lavoratori dipendenti e del sistema previdenziale per gli autonomi. Un congedo di paternità obbligatorio come quello delle madri, anche se di durata quasi simbolica, eppure potrebbe essere l’inizio di una piccola rivoluzione, e il consenso trasversale espresso in questi giorni fa ben sperare che possa diventare realtà anche in Italia, come avviene in vari paesi europei.
La Commissione Lavoro della Camera dei Deputati ha infatti avviato la discussione di due proposte di legge, molto simili, presentate da Barbara Saltamartini (PdL) e da Alessia Mosca (PD), entrambe sottoscritte da varie decine di parlamentari. Proposte che prevedono anche, per tutte le donne, l’innalzamento dell’indennità spettante durante l’astensione obbligatoria dall’80% al 100% della retribuzione, e una serie di altri miglioramenti alle tutele per maternità e paternità, che dovranno ora passare alla verifica di compatibilità con i conti dello stato.
Ma l’aspetto più innovativo della proposta è trasformare quella che oggi esiste come possibilità teorica, nella forma del congedo parentale fruibile dal padre fino a un massimo di sei mesi, economicamente penalizzato e di fatto poco utilizzato, in un obbligo pienamente retribuito, sia pure per soli quattro giorni; un “dovere” che potrebbe fungere da traino anche per i congedi facoltativi, anche se lo scoglio della mancata o ridotta retribuzione appare duro da superare.
Lo scopo è chiaro: far capire fin dall’inizio che la cura del bimbo non è una cosa da donne, ma un compito della famiglia, una croce e una delizia che mamma e papà devono condividere. Se diventasse realtà proprio adess,o in tempo di crisi e di manovra economica, potrebbe essere un segnale incoraggiante di controtendenza.
“L’Europa ci impone di portare a 65 anni l’età pensionabile per le donne - sostiene Mosca, la firmataria della prima proposta - ma è opportuno riequilibrare anche un altro pezzo della vita, e cioè la cura dei figli che non può essere a carico solo delle mamme”. Quei quattro giorni, dunque, avrebbero un grande valore simbolico. E sarebbero il primo passo di un lunghissimo percorso. “Il vero obiettivo - spiega Saltamartini - è passare dalle pari opportunità alle pari responsabilità. E quindi pensare non alla tutela delle donne, ma ad un sistema che consenta alla famiglia di organizzarsi”.
E’ “la fine di un tabù” per l’on. Viviana Beccalossi (PdL), “un principio di innovazione nel rapporto tra generi che va nella direzione della parità delle condizioni" secondo l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, uno strumento di parità reale per l’on. Vittoria Franco, ministro ombra delle Pari Opportunità del PD.
E’ noto che in Italia la fruizione del congedo parentale da parte degli uomini è una rarità: lo chiede meno del 4% dei padri. L’obbligo di stare con i figli, dunque, avrebbe quasi una funzione pedagogica, per imparare a voler stare con i figli. Già alcune aziende l’hanno introdotto per scelta, come nelle esperienze di Intesa San Paolo e Nestlé. A chi paventa costi eccessivi per le aziende, Saltamartini obietta: “Quattro giorni per lavoratore con un tasso di natalità dell’1,24% sono davvero poco cosa. E poi vogliamo aiutare le famiglie a fare figli e le donne a rimanere nel mondo del lavoro. Anche questo è sviluppo”.
L'iniziativa bipartisan, dunque, affronta una questione che in molti paesi europei è già da tempo acquisita e regolarizzata. Di fatto, un padre svedese deve trascorrere 30 giorni a casa col bebè, uno francese 12 giorni, e norme simili esistono in Spagna, Gran Bretagna, Germania, Portogallo.
Proprio il Portogallo è un esempio incoraggiante: finchè aveva solo il congedo facoltativo, lo chiedeva meno del 2% dei papà; dopo l’introduzione di tre giorni obbligatori nel 2002, le richieste di quello libero sono salite al 22%. “Questo vuol dire che l’obbligo di restare a casa - commenta Mosca - può insegnare che prendersi cura dei bambini è bello”. E le fa eco Santo Versace (PdL), leggendovi “una sempre più diffusa aspirazione da parte dei padri di partecipare in modo attivo alla crescita dei figli, un’aspirazione che va senza dubbio opportunamente stimolata e sostenuta”.
D’altronde, l’esempio di quello che viene considerato il paese modello in questo campo, la Svezia, mostra che la diffusione del congedo tra i papà dipende sicuramente da fattori culturali, ma anche da un sistema di incentivi che lo rendano sostenibile per la famiglia: e questo può essere ottenuto solo con una piena retribuzione di parte del periodo e con l’obbligo di un’equa suddivisione tra i genitori.
L’introduzione nel paese scandinavo del congedo per i padri nel 1995 ebbe un impatto immediato grazie a una forma di coercizione indiretta: se il papà non ne fruiva, la famiglia perdeva un mese di indennità. Di lì a poco, otto uomini su dieci usufruivano del congedo. L’aggiunta di un ulteriore mese di congedo paterno non trasferibile nel 2002 ha aumentato solo marginalmente il numero di uomini che vanno in “paternità”, ma ha più che raddoppiato la durata.
Tra i laureati, un numero crescente di coppie divide i mesi di congedo in maniera uguale e spesso alternata per evitare che uno dei genitori assuma un ruolo dominante o perda contatto con l’ambiente di lavoro per un’assenza troppo prolungata. I genitori possono utilizzare i 390 giorni di congedo retribuito come vogliono entro l’ottavo anno di vita del bambino – mensilmente, settimanalmente, quotidianamente, perfino ad ore – una flessibilità che ben si adatta alle esigenze delle piccole aziende. E i comportamenti dei due generi tendono a somigliarsi: tra i dirigenti solo una minoranza va in congedo, ma senza differenze quantitative tra uomini e donne. Gli effetti positivi di questo sistema sono stati dimostrati. Uno studio pubblicato a marzo dall’Istituto Svedese per la Valutazione delle Politiche del Lavoro ha evidenziato, ad esempio, che lo stipendio futuro di una mamma cresce di media del 7% per ogni mese di congedo paterno.
La Germania, con quasi 82 milioni di abitanti, nel 2007 ha imitato il modello svedese, destinando due dei 14 mesi di congedo retribuito ai papà. In due anni, il numero di padri che hanno richiesto il congedo è balzato da tre a oltre il 20%.
“Questo è stato un segnale di un cambiamento significativo” sostiene Kimberly Morgan, professora alla George Washington University ed esperta di congedo parentale. Se la Germania può, “può la maggior parte dei paesi”. Anche se la direttiva europea approvata nel 2009 è purtroppo carente proprio sui due punti fondamentali, la retribuzione dei congedi e la loro non trasferibilità tra i genitori.
Il resoconto della Commissione Lavoro e i testi delle proposte di legge