Commissione Regionale di Pari Opportunità

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Un mercato del lavoro sempre più “atipico”

20 maggio 2009

ImageIngresso delle donne e contratti a termine hanno rivoluzionato il mercato del lavoro in Italia. Ma uno studio dell’IRES-CGIL dimostra che la flessibilità imposta e senza tutele è oggi un freno all’occupazione femminile, alla conciliazione e alla maternità.


Gli effetti della flessibilità nel mercato del lavoro, in particolare sulle giovani generazioni e sulle donne: è questo l’oggetto di uno studio pubblicato dall’IRES, l’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali della CGIL, curato dalla direttrice Giovanna Altieri e presentato a Roma in un interessante convegno il 14 maggio 2009.
Un mercato del lavoro atipico - Storia ed effetti della flessibilità in Italia edito da Ediesse, cerca di sviscerare i vari aspetti del fenomeno che ormai caratterizza in modo preponderante la condizione lavorativa.
Un fenomeno vastissimo eppure dai contorni incerti, quasi sfuggenti, di cui non è facile neppure indicare una dimensione approssimativa. Si parla comunque di un’area grigia che si sta allargando sempre di più. Mentre l’Istat individua 3 milioni e 400 mila posizioni di lavoro precarie, l’indagine Isfol Plus del 2006 stima l’area dei cosiddetti atipici in 4 milioni di persone, di cui il 56% è composto di donne.
Il problema – ha spiegato Altieri – non è la flessibilità scelta, ma quella imposta. A 35 anni molti lavoratori sono ancora senza prospettive concrete di stabilizzazione e la crisi sta aumentando il rischio di un ulteriore allargamento dell’area della precarietà. Nel periodo considerato dalla ricerca si sono verificati alcuni fenomeni precisi: è aumentata la durata media dei periodi di disoccupazione, c’è stato un modesto effetto sugli scoraggiamenti di chi non cerca più lavoro, sono cambiate le prassi di assunzione e si è teso a mettere sempre più in conflitto gli outsider con gli insider. Altro fenomeno tipico e molto preoccupante riguarda la precarietà che si vive dopo un licenziamento, soprattutto se avviene ad una certa età. In questo campo, poi, la contrattazione sindacale, è rimasta ancora a un livello di tappabuchi”.
In altri termini, la frattura tra lavoro dipendente relativamente sicuro e protetto anche in tempi di crisi economica e lavoro instabile ha già segnato un’intera generazione, condizionando in maniera assai pesante anche i progetti e le aspirazioni delle donne e quindi frenando sia l’andamento dell’occupazione femminile che quello demografico.
Il grande aumento della partecipazione femminile è stata la vera novità del mercato del lavoro italiano dall’inizio degli anni novanta: tre quarti dei circa due milioni e mezzo di nuovi occupati tra il 1994 e il 2007 sono donne. Eppure, il tasso di occupazione femminile in Italia è ancora sotto il 47% contro una media europea che sfiora il 60%. Le donne occupate rappresentano meno del 40% del totale, mentre in quella che viene definita “l’area di instabilità occupazionale” le donne sono la maggioranza.
Si tratta di uno dei tanti segnali contraddittori che caratterizzano l’attuale mercato del lavoro, pur descritto dalla ricerca come mobile e dinamico: da un lato sono state create nuove opportunità di lavoro, dall’altro lo spazio aperto alle donne è in prevalenza quello dei contratti non standard, caratterizzati da un grado minore o nullo di tutela e sicurezza e da redditi parziali e insufficienti a sopravvivere.
Secondo la ricerca, il lavoro temporaneo ha avuto per un certo periodo un ruolo positivo nel favorire il passaggio dal modello familiare basato sul maschio lavoratore e capofamiglia (breadwinner) verso quello delle “due carriere”, tendenzialmente più paritario, ma in un secondo momento l’instabilità e la minore redditività del lavoro femminile hanno cominciato a rafforzare la dipendenza economica e psicologica della donna dal partner. Di fatto si sono creati nuovi circoli viziosi definiti come “intrappolamento” e “sfiancamento” che frenano lo sviluppo ulteriore dell’occupazione femminile e portano a un gran numero di uscite “volontarie” di donne dal mercato del lavoro. Le nuove forme contrattuali flessibili, dall’altra parte, non aiutano certo la conciliazione e le donne spesso si trovano a scegliere tra abbandono del lavoro oppure rinuncia ai progetti di maternità: le due cose sembrano incompatibili, soprattutto nel Mezzogiorno. Un punto di vista simile è stato sostenuto nelle stesse ore anche dal presidente del Senato, Renato Schifani, che in un altro convegno, su famiglia e fiscalità, ha evocato "lo spettro delle culle vuote, molte volte provocato dalla sensazione che esista una incompatibilità tra propria realizzazione personale e professionale, da un lato, e cura dei propri figli, dall'altro” e ha parlato di “un'emergenza allo stesso tempo familiare ed educativa”.
A conclusione del volume, Giovanna Altieri, dopo aver rilevato che la tendenza alla diffusione del lavoro instabile sembra sempre più accentuata e si sta ormai spostando anche verso la popolazione più adulta, prova a suggerire possibili rimedi, in varie direzioni: razionalizzazione normativa per allineare le oltre quaranta tipologie contrattuali esistenti, riforma del sistema di tutele dalla contribuzione agli ammortizzatori in senso universalistico, incentivazione alle assunzioni stabili. Viene sostenuta a questo proposito l’efficacia di misure come quelle della Finanziaria 2007, che hanno raddoppiato il numero delle transizioni dal precariato alla stabilità.
La discussione con sindacalisti e con studiosi come Paolo Leon, Tito Boeri e Luigi Mariucci ha evidenziato approcci diversi, ma “aver creato un interesse specifico sui temi della precarietà del lavoro – ha commentato Filomena Trizio del sindacato Nidil – è comunque un successo” e merito del volume è anche avere messo a fuoco in modo puntuale che questo fenomeno, che lo si voglia definire come flessibilità o come precarietà, ha un forte e differenziato impatto su uomini e donne, e quindi occuparsene è una scelta comunque non neutra rispetto al genere.
 
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