Commissione Regionale di Pari Opportunitā

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Solo in Italia una donna su due non lavora

03 settembre 2010

Secondo l’OCSE, l’Italia è penultima tra i 30 paesi più sviluppati per occupazione femminile e tempo libero per le donne, lontana dagli altri paesi europei. Intanto la crisi economica, che finora ci ha in parte risparmiato, minaccia di durare fino a tutto il 2011.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Non si può vincere una partita se la metà della squadra rimane in panchina” ha commentato la Segretaria Confederale della CGIL, Serena Sorrentino, di fronte all’ennesima serie di dati sull’occupazione femminile che inchiodano l’Italia in una posizione di coda tra i paesi più sviluppati, nel bel mezzo di una crisi mondiale che ha distrutto 17 milioni di posti di lavoro e che sembra destinata a perdurare almeno per un altro anno.

I dati sono stati forniti alla fine di agosto dall’OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico che raggruppa i trenta stati economicamente più avanzati del mondo, a completamento dei precedenti rapporti Prospettive sull’occupazione 2010 uscito in luglio e Compendio di genere dello scorso marzo.
L’Italia rimane al penultimo posto tra i trenta paesi OCSE per quanto riguarda le occupate: nel 2009 le donne italiane con un lavoro erano meno di una su due, precisamente il 46,4% con un gap di oltre tredici punti dall’obiettivo di Lisbona.
Un dato non nuovo, lo aveva già reso noto l’Istat, ma quello che impressiona è il confronto con gli altri paesi. Peggio di noi ha fatto solo la Turchia, con il 24,2%. All’estremo opposto, i paesi scandinavi, dove a lavorare sono oltre sette donne su dieci con la punta dell’80% in Norvegia. La media dei paesi si attesta al 56,6%, ma tutti quelli più avanzati si collocano al di sopra: gli Stati Uniti toccano il 63,4%, che segna comunque una discesa rispetto al 2008, un po’ più avanti Gran Bretagna e Germania attorno al 65%, poco indietro Francia e addirittura Portogallo (circa 60%). Al di sotto della media, oltre all’Italia e alla Turchia, si trovano il Belgio (56%), la Spagna (53,5%) e la Grecia (48,9%).
Come sempre, quella italiana è una media tra situazioni molto differenziate: il Nord nel suo insieme è allineato agli altri paesi, con l’Emilia Romagna oltre l’obiettivo del 60% e il Piemonte al 56%, il Centro un po’ più indietro, il Sud è fermo addirittura al 30%.
Ma la tendenza, positiva dagli anni ottanta, si è invertita con il sopravvenire della crisi. L’Italia in un anno ha perso lo 0,8%, dopo aver guadagnato circa 9 punti nel decennio precedente. E il primo trimestre del 2010 ha segnato un’ulteriore discesa di mezzo punto. Un fenomeno comune a tutto il mondo sviluppato, anche se la natura settoriale della crisi ha fatto sì che la perdita di posti di lavoro, valutata in oltre 17 milioni nell’area OCSE nell’ultimo biennio, abbia colpito ovunque molto più gli uomini (-3% del tasso di occupazione) che le donne (-1,7%).

Anche nel resto del mondo naturalmente c'è ancora molta strada da fare. Secondo il rapporto sulle differenze di genere pubblicato sempre dall’OCSE in marzo, le donne guadagnano in media un quinto degli uomini, e questo divario si riflette sulle condizioni economiche delle più anziane: il rischio di povertà per le donne dai 66 ai 75 anni è 1,2 volte maggiore rispetto al resto della popolazione, e dopo i 75 si alza a 1,7 contro l’ 1,2 dei maschi di pari età.
Inoltre le donne spendono il doppio del tempo nella cura dei bambini e degli anziani, e di conseguenza hanno molto meno tempo libero. In quest’ultima graduatoria, le differenze tra i vari paesi sono sensibili e ancora una volta penalizzano l’Italia: nel nostro paese gli uomini dispongono ogni giorno di 80 minuti in più per sé stessi, contro poco più di 50 minuti di Polonia, Messico e Spagna, e appena una manciata di minuti della Norvegia, il paese più virtuoso anche da questo punto di vista.

I dati OCSE evidenziano per l’Italia un’altra emergenza drammatica oltre a quella riguardante le donne: la disoccupazione giovanile. Il 25% dei giovani italiani è senza lavoro, percentuale molto superiore alla media europea, che si attesta intorno al 16,4%. Anche qui ci troviamo di fronte ad un peggioramento sul 2008 (21,3%), ma a un progresso rispetto al 1999, quando la disoccupazione giovanile era pari al 31,1%. In condizioni peggiori ci sono Grecia e soprattutto Spagna (37%), mentre la solita Norvegia è lontana anni luce, con un tasso del 9,2%.

Giovani e precari sono stati le principali vittime della crisi in tutta l’area OCSE, il cui tasso di disoccupazione allargata, comprendente anche gli inattivi (cioè quelli che non cercano lavoro) e i sottooccupati (con lavori a orario o durata molto ridotti), è salito dal 10% al 15% in due anni, corrispondente a circa 80 milioni di persone.
L’impatto della crisi sul mercato del lavoro italiano è stato fino a oggi moderato rispetto a molti altri paesi, con un incremento del tasso di disoccupazione ufficiale di circa 2 punti contro una media internazionale di quasi 3, ma questo dato è in parte dovuto al più ampio ricorso alla cassa integrazione, mentre si è avuta allo stesso tempo la sostituzione di oltre il 10% di contratti a tempo pieno e indeterminato con rapporti a termine e a tempo parziale: fattori che potrebbero rendere più difficile la ripresa, tanto che gli esperti dell’OCSE prevedono nella migliore delle ipotesi il mantenimento dell’attuale livello di disoccupazione in Italia per tutto il 2011. Senza contare che i nostri stipendi crescono più lentamente rispetto alla media, e sono agli ultimissimi posti fra le economie avanzate.