
40mila nuovi casi ogni anno, ma oggi la maggior parte delle ammalate guarisce, grazie alla diagnosi precoce. Nonostante le polemiche tra i medici sull’incidenza della malattia e sull’età in cui iniziare i controlli, l’oncologo Veronesi è fiducioso: entro il 2020 la mortalità potrebbe essere quasi azzerata.
Più di 40mila nuovi casi di cancro al seno ogni anno, con un aumento del 13,8% in 6 anni. Questi i numeri nazionali del primo tumore femminile, secondo uno studio reso noto l'anno scorso dal Centro di ricerche oncologiche di Mercogliano (CROM), affiliato alla Fondazione Pascale di Napoli. A detta degli autori, in Italia le cifre reali del big killer al femminile sono "sorprendentemente maggiori" rispetto ai dati ufficiali. In particolare, allarmano i dati relativi alle donne under 45: in sei anni, dal 2000 al 2005, si calcola un aumento del 28,6% di casi nella fascia d'età 25-44 anni. "Una popolazione generalmente esclusa dalle campagne di screening mammografico", fa notare il coordinatore della ricerca Antonio Giordano, presidente della Sbarro Health Research Organization di Philadelphia, professore di anatomia e istologia patologica all'Università di Siena e presidente del Comitato scientifico del Crom.
Lo studio citato, pubblicato sul Journal of experimental and clinical cancer research, contesta la validità dei dati relativi all'incidenza del tumore al seno forniti dal Ministero della Salute perché frutto di stime statistiche. E propone invece un metodo basato sulla conta delle schede di dimissione ospedaliera (SDO) relative a due tipi di interventi di chirurgico, conservativo (quadrantectomie) e demolitivo (mastectomie). Nel periodo 2000-2005 sono state eseguite in Italia 100.745 mastectomie e 168.147 quadrantectomie, per un totale di 268.892 interventi per tumore alla mammella. Un approccio che porta gli autori a contare 47.200 nuovi casi nel 2005, contro i 37.300 del Ministero.
Secondo lo specialista, “ciò impone indubbiamente la necessità di considerare un abbassamento dell’età di esecuzione della prima mammografia, ma deve anche farci interrogare sulle cause che stanno determinando un così sorprendente aumento dei tumori al seno nelle donne più giovani”. I fattori imputati? “Probabilmente l’assunzione di estrogeni attraverso gli alimenti o preparati farmacologici, il fumo di sigaretta, l’inquinamento ambientale e in particolare quello da diossina”.
Lo studio ha subito provocato forti polemiche. “Sono dati che non trovano alcun riscontro con quelli raccolti dalla rete dei Registri tumori” ha risposto Eugenio Paci, segretario nazionale dell'Associazione italiana registri tumori (AIRTUM). “Secondo le nostre rilevazioni, infatti, tra il 2000 e il 2005 (la stessa finestra temporale considerata dallo studio in questione) non c'è stata alcuna variazione nell'incidenza del tumore della mammella tra le donne italiane di età compresa tra 0 e 84 anni: si sono infatti contate 111 donne con una nuova diagnosi di tumore della mammella per 100.000 donne in entrambi gli anni”. Il metodo di calcolo basato sulle schede di dimissione infatti non terrebbe conto delle duplicazioni dovute a ricoveri multipli e di altre imprecisioni.
Le polemiche su questo argomento e quindi sull'estensione degli screening per la diagnosi precoce sono divampate anche negli Stati Uniti, dove le nuove linee guida lanciate a fine anno da un comitato di consulenti del governo americano sconsigliano controlli a tappeto al di sotto dei 50 anni. “Ci sono prove convincenti che gli screening con la mammografia ogni due anni riducano il rischio di morire di tumore molto più tra le donne dai 50 ai 74 anni che tra quelle dai 40 ai 49”, si legge sul documento, mentre per le quarantenni il rischio di falsi positivi (con tutto il carico d’ansia, di biopsie ed esami che ne consegue) o quello di una sovradiagnosi, sarebbero addirittura maggiori dei benefici, e quindi gli accertamenti andrebbero fatti solo su iniziativa individuale o in presenza di fattori di rischio. Molte organizzazioni mediche e associazioni femminili hanno contestato questa tesi, sostenendo anzi l’opportunità di estendere i controlli a fasce di età più basse.
Ma le discussioni sui numeri e sul momento in cui è consigliabile cominciare gli screening non cambiano il dato essenziale: la battaglia contro il cancro si basa sulla prevenzione e sulla diagnosi precoce, e grazie a queste due armi può essere vinta, come ricorda il maggior oncologo italiano, Umberto Veronesi: “Se trent’anni fa quattro donne su dieci ammalate non ce la facevano, oggi sono meno della metà. Più di un terzo delle pazienti, poi, arriva alla diagnosi con lesioni così piccole che le percentuali di guarigione sfiorano il 100%”.
Le raccomandazioni del Ministero della Salute e i programmi operativi di molte regioni prevedono l'effettuazione di una mammografia ogni due anni per tutte le donne a partire dai 50 anni di età. Prevenzione serena, il programma della Regione Piemonte, invia direttamente a casa alle donne fra i 50 e i 79 anni un invito e un appuntamento prefissato. In presenza di fattori di rischio, tra i quali la presenza di tumori femminili in famiglia, o comunque di dubbi di qualsiasi natura, si suggerisce che i controlli devono essere anticipati di almeno cinque anni.
Naturalmente, ricorda Veronesi, “i controlli femminili devono essere frequenti, ma devono essere condotti in modo corretto, da persone competenti e con apparecchiature avanzate”.
Una tecnica all’avanguardia è sicuramente la tomosintesi, una mammografia tridimensionale ad alta definizione, disponibile per ora solo a Torino, Genova e da poco tempo a Roma. Questo strumento diagnostico digitale è particolarmente utile per analizzare mammelle dense oppure già sottoposte a interventi chirurgici, in cui le immagini con le tecniche precedenti sono a volte di difficile interpretazione. Negli Stati Uniti i risultati del Digital Imaging Screening, un trial mammografico portato a termine su ben 49.528 donne, hanno rilevato che le mammografie digitali hanno accertato fino al 28% di casi di tumore in più rispetto ai vecchi sistemi nelle donne sotto i cinquanta anni che non hanno superato la menopausa e nelle donne con tessuto mammario denso. I nuovi mammografi digitali inoltre permettono di ridurre la quantità delle radiazioni all'incirca del 20%.
Azzerare la mortalità per il cancro al seno è un obiettivo possibile entro il 2020, afferma ancora Umberto Veronesi. "E' una stima molto ottimistica, basata sui risultati delle eccellenze raggiunte nel Paese, ma la meta non è irraggiungibile” e molto dipende dall'informazione e dalla responsabilità delle donne.