Il rapporto della Commissione sui dati del 2006: Italia ed Europa in ritardo rispetto agli obiettivi di Barcellona soprattutto nella fascia da zero a tre anni. Una sfida da affrontare per evitare il declino economico e demografico del continente: alcuni paesi ci stanno provando.
L’Unione Europea ha fatto il punto sullo stato di avanzamento dei vari paesi rispetto ai cosiddetti obiettivi di Barcellona sull’assistenza all’infanzia in età pre-scolare. E il bilancio non è proprio positivo: il report della Commissione Europea, uscito ai primi di ottobre, infatti conclude che i servizi per l’infanzia, malgrado qualche progresso, non sono adeguati a rispondere ai bisogni dei genitori, sia per l’insufficiente grado di copertura della popolazione, sia per la brevità dell’orario di apertura.
Come è noto, i Barcellona targets sono parte integrante della Strategia Europea per l’Occupazione varata a Lisbona nel 2000, che in una delle Linee guida del 2005 per le politiche nazionali, la n. 18, sottolinea il collegamento tra la presenza di servizi all’infanzia, accessibili e sostenibili, e la realizzazione dell’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro, a sua volta declinata in un obiettivo fissato al 60% del tasso di occupazione femminile. Inoltre, l’assistenza all'infanzia è definita un ingrediente vitale per contrastare l’invecchiamento demografico.
La Commissione osserva che più di 6 milioni di donne europee tra i 25 e i 49 sono state costrette a rinunciare al lavoro o a ripiegare sul part-time a causa delle loro responsabilità familiari. Per più di un quarto di loro, la mancanza di servizi per l’infanzia, o il loro costo eccessivo, è il problema principale. Tra gli stati europei, quelli che hanno realizzato politiche per la conciliazione hanno al tempo stesso tassi più alti di natalità e di occupazione femminile.
Il report prende in considerazione i dati alla fine del 2006, rispetto ai due principali obiettivi fissati nel summit di Barcellona del 2002, che si riferiscono alle due fasce di popolazione infantile: dalla nascita al terzo anno di vita e dai tre anni all’inizio della scuola primaria.
Per quanto riguarda la prima infanzia, il tetto minimo da raggiungere entro il 2010 è la copertura del 33% dei bambini da zero a tre anni.
Questo traguardo è stato superato solo da cinque Stati membri (Danimarca, Olanda, Svezia, Belgio e Spagna) e dovrebbe essere raggiunto a breve da altri cinque (Portogallo, Gran Bretagna, Francia, Lussemburgo e Slovenia). Gli altri Stati – chi più chi meno – faticano a tenere il passo e ben otto raggiungono percentuali di copertura inferiori al 10 per cento. L’Italia, secondo i dati del rapporto, si colloca attorno al 26%, più o meno nella media generale europea, anche se va detto che questo dato include sia gli asili nido che i baby parking privati, e sconta una forte disomogeneità territoriale. In compenso, i nostri servizi garantiscono in misura maggiore della media europea l’apertura a tempo pieno, cioè superiore alle 30 ore settimanali. Proprio l’ampiezza dell’apertura giornaliera o settimanale è uno degli aspetti più problematici a livello comunitario
Le cose vanno meglio per quanto riguarda la fascia di età compresa fra i 3 anni e l’inizio della scuola dell’obbligo. Qui l’obiettivo europeo è più ambizioso: la copertura del 90% della popolazione. L’Italia fa parte del gruppo di otto paesi che l’hanno già centrato, insieme a Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Irlanda, Svezia, Spagna, mentre Gran Bretagna e Olanda sono vicini a raggiungerlo, e la media dell’Unione è decisamente sopra l’80%, con sette paesi al di sotto del 70%.
In
articolo pubblicato in proposito da Il Sole 24 Ore, si sottolinea che a partire dagli anni 90 alcuni Stati hanno varato riforme nazionali che inseriscono i servizi all'infanzia in una posizione di rilievo nell’agenda politica, cosa che in Italia non è ancora avvenuta. Il servizio approfondisce alcune “buone pratiche” dei paesi più virtuosi.
Uno di questi è considerato la
Gran Bretagna, grazie alla strategia nazionale nota come
National childcare strategy, avviata nel 1997 dal governo laburista, che di fatto ha rotto la storica distinzione tra assistenza e istruzione, puntando a garantire un'istruzione prescolare part time a tutti i bambini di quattro anni anche attraverso un sistema di voucher, fiscalmente detraibili, messi a disposizione dalle imprese per i propri dipendenti. Anche la
Francia ha impostato una politica di aiuti alle famiglie per la crescita dei figli: negli ultimi anni, tra i contributi destinati ai nuclei in base al numero di figli è stato introdotto il Paje (Prestation d'accueil du jeune enfant), ossia l'aiuto economico a favore della prima infanzia
. “Un secondo esempio positivo che viene dalla Francia – afferma la professoressa Francesca Bettio, economista e coordinatrice del network di esperti che lavora per la Commissione Europea –
è quello delle assistantes maternelles, operatori dell'infanzia con regolare qualificazione che sono sì alle dipendenza economica della famiglia, ma sono parte di un sistema pubblico di sussidi, accreditamento e controllo sugli standard e l'organizzazione del lavoro. Ciò che interessa di questa esperienza è la crescita dell'offerta nonostante controlli e organizzazione pubblici, nonché un miglioramento significativo nel tempo delle condizioni di lavoro per gli operatori”. L'occupazione delle assistenti è cresciuta di 3,5 volte fra il 1990 e il 2001 e continua a crescere: nel 2005 se ne contavano in Francia 236mila.
Nel maggio 2007 anche la
Germania, che sconta un ritardo storico in questo campo, ha approvato un piano che prevede di triplicare entro il 2013 il numero di asili nido, passando dai 250mila del 2007 a 750mila.
In
Spagna si è invece optato per un’azione a più livelli: un assegno per ogni nuovo nato di 2.500 euro, la gratuità degli asili nido fino a tre anni di età e l’apertura di 40mila nuovi posti per i bambini.
Un caso molto particolare è quello dell’
Olanda, dove è molto diffusa la pratica del lavoro part time fra le donne. Qui la copertura della prima infanzia arriva al 40% ma la stragrande maggioranza dei servizi (il 90%) è a tempo parziale e comprende i cosiddetti
playgroups, strutture di intrattenimento che i bambini frequentano generalmente per due mattinate di tre ore l'una la settimana.
Il report della Commisione suggerisce tra l’altro sia l’apertura di nuove strutture di assistenza all’infanzia, sia la professionalizzazione e la valorizzazione dei sistemi informali di custodia dei bambini, fissando standard qualitativi, migliorando le condizioni di occupazione e di retribuzione e curando la formazione degli operatori.
Nel commentare i dati, Vladimír Špidla, commissario per occupazione, gli affari sociali e le pari opportunità, ha ricordato: “Siamo lungi dall’aver raggiunto i nostri obiettivi in materia di strutture per l’infanzia e dobbiamo intensificare gli sforzi. Anche se ci è stato un certo progresso, il livello dei servizi all’infanzia in Europa è ancora insufficiente. I paesi devono affrontare questa sfida e la Commissione sosterrà i loro sforzi con sovvenzioni di circa mezzo miliardo di euro da oggi al 2013”.
La Commissione non ha poteri diretti nel campo di assistenza all'infanzia, ma indica alcune azioni previste per appoggiare l’impegno degli stati verso gli obiettivi di Barcellona: l’utilizzo in questa direzione delle sue fonti di finanziamento, per esempio il Fondo Sociale Europeo; il monitoraggio della realizzazione degli obiettivi, con statistiche comparative e con raccomandazioni specifiche a determinati stati membri se necessario;la promozione di scambi delle esperienze nazionali e di ricerche sulle condizioni di lavoro in tutto il settore dell’assistenza prescolare.