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Salute materna? Non č una prioritā

25 febbraio 2010

Sono calati i fondi della comunità internazionale per ridurre la mortalità materna e migliorare la salute riproduttiva nei paesi poveri. Un rapporto delle organizzazioni non governative mostra i ritardi delle politiche di aiuto e ribadisce: non c’è sviluppo senza salute, in primo luogo delle donne, in tutto il mondo.
 

 

Il rapporto presenta un’analisi dettagliata degli aiuti allo sviluppo per la salute sessuale e riproduttiva, con i risultati delle ricerche sul campo in tre paesi in via di sviluppo,Tanzania, Uganda e Nepal, e una serie di raccomandazioni rivolte soprattutto ai governi dei paesi sviluppati. L’iniziativa rappresenta il proseguimento della campagna True Development Through Health (Non c’è sviluppo senza salute)Il quinto obiettivo del Millennio, che prevede entro il 2015 di ridurre di tre quarti la mortalità materna e facilitare l’accesso alla salute riproduttiva, è ancora lontano, soprattutto a causa del calo degli aiuti della comunità internazionale, ma non è irraggiungibile.
Questa almeno è la conclusione del Rapporto 2010 La salute materna dai finanziamenti al campo. Le politiche che fanno la differenza, presentato a Roma dalle organizzazioni non governative
ActionAid, Aidos e Cestas, co-finanziata dall’Unione Europea, che mira ad accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica sull’impatto che il miglioramento della salute potrebbe avere sullo sviluppo globale.

I dati del rapporto non sono confortanti. 350 milioni di coppie non hanno accesso ai contraccettivi e alle informazioni che permetterebbero loro di decidere quanti figli avere e quando. Ogni anno 14 milioni di adolescenti diventano madri. Dal 1990 ad oggi il tasso di mortalità materna nei paesi in via di sviluppo è diminuito di meno dell’1% contro il 5,5% stimato necessario per raggiungere, nel 2015, il quinto Obiettivo di sviluppo del Millennio.
Tra il 1995 e il 2003 il numero degli aborti è sceso da 46 a 42 milioni. Ma il calo secondo
gli ultimi studi ha riguardato soprattutto i paesi sviluppati, dove quasi tutti gli interventi di aborto sono sicuri e legali. Nei paesi in via di sviluppo, invece, dove si registra la maggior parte delle interruzioni di gravidanza, oltre 20 milioni di donne ogni anno abortiscono in condizioni insicure, esponendosi a gravi rischi: circa un terzo di loro subisce gravi complicazioni e ben 3 milioni non vengono soccorse.
Gli studi di caso relativi a Tanzania, Uganda e Nepal mostrano alti tassi di mortalità sia delle madri che dei neonati, riconducibili, per tutti e tre i paesi, all’inadeguatezza delle strutture sanitarie e delle infrastrutture a livello nazionale, all’assenza di personale qualificato, allo scarso accesso a metodi contraccettivi moderni. Anche le complicazioni legate all’aborto clandestino sono all’origine di una quota consistente di morti materne: tanto che in Nepal si è registrata una considerevole diminuzione della mortalità materna grazie alla legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza.
Inoltre, spesso diversi fattori socio-culturali rendono più difficile l’accesso a strutture e servizi sanitari, in particolare per le donne, condizionate nelle loro scelte riproduttive dal contesto familiare e sociale e non raramente vittime di violenza.

Tra le cause di questa situazione negativa rispetto alle aspettative di alcuni anni prima, c’è sicuramente il fatto che i finanziamenti della comunità internazionale per la pianificazione familiare e la salute sessuale diminuiscono, anche quando gli aiuti per la salute globale aumentano, seppure non in modo adeguato ai bisogni e agli impegni assunti. Oltre alle promesse mancate, come quelle del governo italiano che è al penultimo posto in Europa negli aiuti allo sviluppo, ci sono distorsioni e scelte politico-ideologiche, che ancora una volta finiscono per penalizzare le donne, peggiorando in questo modo le condizioni sociali di tutta la popolazione.

ActionAid, Aidos e Cestas chiedono a gran voce più finanziamenti per i servizi di salute riproduttiva e per le attività di pianificazione familiare. “Centomila euro all’anno è il costo di un consultorio nei paesi in via di sviluppo, che in quattro anni serve 20mila donne e uomini” spiega Daniela Colombo, presidente di Aidos. Oltre ad aumentare i fondi è necessario riequilibrare l'attuale distribuzione degli aiuti: i finanziamenti destinati a iniziative verticali, cioè centrate su una sola malattia come per esempio l’Hiv, devono essere aggiuntivi e non sottratti a quelle per la salute materna. Facendo un paragone, la percentuale di persone che ha accesso ai servizi per l’Hiv/Aids è cresciuta di 24 punti dal 2003 al 2007, mentre quella relativa ai servizi materno-infantili, che peraltro rientrano nei piani sanitari nazionali, è cresciuta di soli quattro punti in sedici anni (1990-2006).
Lo sforzo della comunità internazionale dovrebbe essere rivolto a rafforzare i sistemi sanitari di base e la formazione del personale medico e paramedico. L’importanza di quest’ultimo punto è stata dimostrata anche da uno studio dei ricercatori dell’Università del Nord Carolina e del Kinshasa School of Public Health, apparso su New England Journal of Medicine. Secondo la ricerca, fornendo addestramento sulla cura neonatale e la rianimazione alle assistenti di nascita, aumenta la probabilità di sopravvivenza del nascituro. Lo studio, condotto in sei paesi in via di sviluppo (Repubblica Democratica del Congo, Argentina, Guatemala, India, Pakistan e Zambia), ha portato a una riduzione del trenta per cento dei bambini nati morti, passati da 23 a 16 su 1000 nascite, e a una riduzione del 15 per cento dei neonati morti a sette giorni dal parto.

Ma per l’efficacia di qualunque programma, ricordano le associazioni non governative, sono necessarie anche due condizioni politiche fondamentali:
- allineare le strategie e le iniziative per la salute globale alle priorità stabilite da ciascun paese beneficiario, tenendo in considerazione le esigenze manifestate a livello nazionale e locale dalle organizzazioni della società civile e delle comunità locali;
- adottare un approccio di genere nella definizione, attuazione e monitoraggio di tutti i programmi e progetti di sviluppo per la salute, e quindi tener conto dei diversi bisogni di uomini e donne, nel quadro di una uguaglianza di diritti e opportunità.