Due ricerche della Consigliera di Parità di Torino per capire le discriminazioni multiple: le donne straniere e le disabili e le loro madri sono i soggetti più deboli nel mondo del lavoro, ma anche una risorsa indispensabile per la società. Una contraddizione destinata a esplodere, se non si affronta il problema del lavoro di cura.
Donne disabili, madri straniere: ovvero le discriminazioni multiple nel mondo del lavoro, che guarda caso colpiscono quasi esclusivamente le donne. E chi è soggetto a più discriminazioni, dirette e indirette, come quelle di essere lavoratrici senza servizi accessibili di conciliazione, e nel contempo disabili o madri di disabili, o ancora straniere o over 45, diventa un soggetto estremamente debole sul mercato del lavoro e non è in grado neppure di far valere i propri diritti o di denunciare i torti che subisce.
Al tema Donne e lavoro: le discriminazioni multiple è stato dedicato recentemente un seminario in cui sono state discusse due ricerche condotte nel 2008 su questo argomento.
A promuoverlo la Consigliera di Parità della Provincia di Torino, a partire dall’esperienza concreta del suo ufficio nella tutela dei casi discriminazione. “In un contesto in cui la maternità è un forte elemento di discriminazione per le donne, per quelle straniere o disabili gli ostacoli nell’accesso e permanenza nel mondo del lavoro possono essere insormontabili – ha spiegato la Consigliera Laura Cima – per questo abbiamo voluto approfondire le esigenze, le professionalità e le modalità con cui le donne straniere o disabili accedono al lavoro, al fine di individuare suggerimenti e priorità utili in fase di programmazione degli interventi”.
Le due ricerche, condotte insieme al Servizio Lavoro della Provincia di Torino, rilevano le difficoltà ma anche gli stereotipi che accompagnano un contesto lavorativo in rapida evoluzione, come quello delle donne immigrate, o di più ampia e consolidata tutela qual è la disabilità. Evidenziano anche potenzialità di chi è portatrice di differenze che, se valorizzate, possono essere una ricchezza nel mercato del lavoro.
La ricerca Due volte differenti - l'inserimento al lavoro delle donne con disabilità realizzata dall’ASSOT - Agenzia per lo sviluppo Sud Ovest di Torino sul territorio del Centro per l’Impiego di Orbassano, ha fatto emergere le differenze e le specificità dell’inserimento al lavoro delle donne con disabilità - finora poco affrontata sia nell’ambito dei servizi per l’impiego e delle pari opportunità, e del tutto assente nella letteratura scientifica - fornendo agli attori locali un quadro di analisi e di proposta intorno al tema disabilità e lavoro delle donne. Minore spinta e motivazione al lavoro da parte delle disabili donne rispetto agli uomini, dovuta anche all’atteggiamento protettivo delle famiglie che tendono a frenare tentativi di emancipazione che presentano rischi, pongono le premesse all’esclusione dal mondo del lavoro. Incidono anche fattori quali i carichi familiari e di cura, le maggiori difficoltà negli spostamenti e nella mobilità territoriale, il frequente insorgere della disabilità in età avanzata. A ciò si aggiunge la particolare situazione, dichiarata da più servizi, per cui tra le donne sarebbe maggiore la disabilità psichica con minori chances quindi di inserimento lavorativo rispetto alla disabilità fisica. Se molto si fa per favorire l’inserimento lavorativo dei disabili e i risultati ci sono, come è stato sottolineato dal Servizio Lavoro della Provincia – circa 1.000 inserimenti l’anno da quando è in vigore la legge sull’inserimento mirato e 1.200 nel 2008 - non altrettanta è l’attenzione per le differenze che riguardano l’inserimento lavorativo dei disabili rispetto al genere.”Laddove l’inserimento c’è stato ed è stato sufficientemente monitorato i risultati sono però positivi” – spiega Marco Canta, presidente della cooperativa Sociale Orso che ha curato la ricerca – “Ci troviamo di fronte a un paradosso: da un lato la scarsa disponibilità da parte delle aziende verso le donne, dall’altra la positività degli inserimenti laddove si sono realizzati. Per questo crediamo occorra investire sull’effetto dimostrativo: non è vero che un inserimento femminile è meno vantaggioso per un’azienda”.
La doppia discriminazione scatta già dagli operatori/trici che sono i primi a “riconoscere le differenze”, e non ritengono mediamente di doversi attrezzare per l’accoglienza di un’utenza femminile con disabilità. Per questo è stata sottolineata l’importanza di rilanciare il ruolo dei servizi che si occupano di inserimento lavorativo, i Centri per l’impiego in primis, di investire su una relazione positiva con le piccole e medie imprese e di investire su servizi di supporto.E’ invece una ricerca-azione dal titolo I lavori delle donne a cura di Associazione Almaterra, Associazione A.S.A.I., Associazione Culturale Filippina del Piemonte, Cirsde Centro Interdisciplinare ricerca e studi delle donne, a fare una lettura di genere della condizione lavorativa delle migranti, attraverso una serie di focus group con operatori dei servizi per l’impiego e dell’associazionismo.
Dalla ricerca emerge che le donne straniere hanno in primo luogo una serie di problemi comuni a quelli delle lavoratrici italiane, cui si aggiungono elementi di precarietà e di debolezza specifici della loro condizione di migranti.Impiegate soprattutto nei lavori di cura anche se vorrebbero accedere ad altre professioni e ambiti lavorativi, non vedono riconosciute le loro qualifiche professionali e titoli di studio, sono spesso costrette ad accettare qualsiasi tipo di lavoro, devono apprendere una nuova lingua senza il soccorso di corsi di alfabetizzazione e fare i conti con il problema del rinnovo del permesso di soggiorno, nelle condizioni non certo semplici poste dalla legislazione italiana.
Il fattore conciliazione vita-lavoro è sicuramente il più pesante: la gestione dei figli, a causa della carenza di posti negli asili nido o altri centri educativi e di custodia, si somma alla difficoltà negli spostamenti, a causa della scarsità dei mezzi di trasporto soprattutto nei comuni della Provincia; anche perché le donne straniere, che si trovano nel nostro paese senza la rete di sostegno dei familiari, sono completamente delegate alla cura dei figli da mariti/partners. Il problema della conciliazione amplifica per le donne quello della precarietà e mina il loro progetto di autonomia in questo paese. La mancanza di autonomia implica la dipendenza dal marito e l’impossibilità di lasciarlo in caso di violenza.
La ricerca interroga quindi la società italiana, che oggi risolve la maggior parte dei propri bisogni di assistenza a domicilio di anziani e invalidi, attraverso la figura della badante straniera residente e a tempo pieno. Un modello che deve essere ridefinito, alla luce delle aspirazioni delle donne migranti, che certamente per il proprio futuro sognano e meritano lavori diversi e in grado di dare loro una maggiore autonomia. Della loro condizione paradossale ha parlato Laura Cima: “Supporto fondamentale per le lavoratrici italiane nelle cosiddette attività di cura, hanno a loro volta difficoltà nella cura dei loro familiari. La ricerca ci pone di fronte alla necessità di individuare nuove soluzioni che aiutino le lavoratrici migranti a risolvere i problemi di conciliazione, che sono alla base di molte discriminazioni”.
La ricerca-azione I lavori delle donne
La ricerca sull’inserimento al lavoro di donne con disabilità