Commissione Regionale di Pari Opportunità

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Le donne al vertice fanno bene all’economia

31 agosto 2009

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Le imprese guidate dalle donne ottengono risultati migliori, anche in Italia. Peccato che siano ancora mosche bianche. Cresce il movimento di opinione a favore delle donne nella direzione delle aziende, non solo per pari opportunità, ma come “arma segreta” per superare la crisi e creare un sistema economico più sano.

Che le imprese governate da donne ottengano performances economiche migliori è un’ipotesi avanzata da qualche tempo, ma in questo 2009 le analisi e le prese di posizione che sostengono la leadership femminile in campo economico si susseguono a un ritmo impressionante, soprattutto da quando sono esplosi gli effetti della recessione mondiale.
Secondo il Bureau of Labor Statistics statunitense, le donne rappresentano oltre il 49 per cento della forza lavoro americana e sono responsabili del mantenimento di oltre il 50 per cento delle famiglie americane, e sembrano attraversare meglio anche la crisi dei licenziamenti, con un tasso di uscita dal mercato del lavoro inferiore a quello degli uomini.
Ma soprattutto, è una serie di ricerche sulle imprese, condotte da analisti privati non certo sospettabili di parzialità, a indicare che la partecipazione delle donne alla gestione dell'economia è un fattore di successo di un'azienda, poiché favorisce l'assunzione di decisioni produttive e non dannose, e un migliore risultato in termini di profitti aziendali e di stabilità finanziaria.
La prima indagine, resa nota dalla Ernst & Young l’anno scorso, ha mostrato una relazione diretta tra il numero delle donne in posizioni dirigenziali e i risultati delle aziende: quelle che ne hanno di più registrano profitti nettamente più alti della media del loro settore industriale.
Nel corso degli ultimi mesi sono seguite molte altre indagini dello stesso tenore. Dalla Goldman Sachs, in questo momento la maggiore banca di investimento del mondo, alla Columbia University, dalla McKinsey&Co a un gruppo di economisti che all'ultimo World Forum di Davos ha ipotizzato che proprio grazie alla presenza di un numero maggiore di donne a Wall Street rispetto a quante ce ne fossero durante la Grande Depressione degli anni trenta, la recessione di questi anni non ha uguagliato gli effetti catastrofici di quella stagione. Si sono coniati slogan e ricette: dalla fine dell’economia del macho, fondata sulla speculazione finanziaria, all’iniezione di una nuova dose di estrogeni nell'economia globale come via d’uscita dalla crisi. Sempre secondo Ernst & Young, una diminuzione del gap occupazionale fra uomini e donne porterebbe ad un incremento del prodotto interno lordo in Europa e negli Stati Uniti del 10-13%. Catalyst, ente non profit di ricerca su donne e lavoro, si spinge ad affermare che la presenza di almeno tre donne nel management di un’azienda segna il differenziale tra successo e fallimento, e quantifica nel 40% la differenza di performance tra imprese maschili e imprese multigenere.
Anche in Europa, secondo la McKinsey&Co., la componente femminile sembra avere effetti positivi: le aziende che promuovono il maggior numero di donne manager registrano una prestazione azionistica nettamente superiore a quelle di altre aziende dello stesso comparto.
E mentre la Norvegia, primo paese al mondo, ha stabilito per legge che le donne debbano occupare almeno il 40 per cento dei posti nei consigli di amministrazione aziendali, ci sono colossi dell’economia mondiale come la Hermes, la Wal Mart, la Capital One, Sun Microsystems, Yahoo, Xerox, che hanno deciso di affidare i destini della loro aziende a dirigenti donne.
Ma che questa tendenza globale possa anche riguardare l’Italia, paese fanalino di coda nella presenza di donne in posizioni di rilievo, lo ha scoperto una ricerca di Cerved, la società un tempo emanazione delle Camere di Commercio e oggi leader nel campo della business information, che dispone della più ampia banca dati italiana di informazioni sulle imprese.
Lo studio ha analizzato il ruolo delle donne nelle imprese individuali e nelle società di capitale italiane che hanno realizzato un fatturato superiore ai 10 milioni di euro tra il 2001 e il 2007, in tutto circa 30.000 aziende.
Che cosa è uscito dall'analisi? Nelle parole di Guido Romano, curatore della ricerca: "le imprese guidate dalle donne vanno meglio rispetto alle altre, accrescono più velocemente i ricavi, generano più profitti, sono meno rischiose."
I dati portati dal ricercatore sono veramente interessanti.
Tra il 2001 e il 2007, le società guidate da donne hanno incrementato i ricavi a un ritmo medio annuo superiore rispetto a quelle guidate da uomini in ogni fascia di fatturato considerata (dell'8,8% contro l'8,6% tra quelle con ricavi superiori ai 200 milioni, del 7,7% contro il 6,5% tra quelle con ricavi tra i 50 e i 200 milioni, del 3,6% contro il 2,7% tra quelle con ricavi compresi tra 10 e 50 milioni). In media, le società femminili realizzano 6,9 euro di margini operativi lordi ogni 100 euro di fatturato, contro i 6,5 euro delle aziende maschili.
Nonostante la più marcata concentrazione nelle fasce inferiori di fatturato, la percentuale d'imprese guidate da donne nelle classi più rischiose del sistema di rating del gruppo Cerved-Centrale dei Bilanci è sostanzialmente allineata con quelle delle aziende con un capo maschio. L'analisi indica inoltre che, quando il management è costituito in prevalenza da donne, la probabilità di rientrare in una classe di rating peggiore si riduce del 15% rispetto ai casi in cui le donne sono in minoranza o assenti.
Tra le imprese che nel 2001 superavano i 10 milioni di fatturato con un board composto da almeno due componenti, solo una percentuale del 13% delle società in cui le donne occupavano la maggioranza o la totalità delle poltrone di comando è entrata in crisi finanziaria o non è più attiva: la stessa percentuale calcolata sul complesso delle imprese è pari al 22 per cento.
Lo studio di Cerved esamina a fondo la presenza delle donne al vertice delle imprese italiane, confermando un fenomeno noto, cioè la loro scarsità. Le società con un board prevalentemente costituito da donne sono solo 1.850, il 6,4% del totale delle imprese con ricavi oltre i 10 milioni; secondo le statistiche della Commissione europea, il l'Italia è 29ª (su 33 Paesi censiti) per numero di donne presenti nei consigli d'amministrazione delle società quotate in borsa (il 4%, contro una media europea dell'11%); allargando il campo alle società non quotate, il numero delle donne sale al 14%. Inoltre, le situazioni di prevalenza femminile si concentrano tra le imprese minori: solo l'11% supera i 50 milioni di fatturato, mentre tra le primi quindici società italiane solo due hanno una presenza (minoritaria) di donne nei consigli. Per quanto riguarda le piccole e medie imprese, è una ricerca realizzata da Fondirigenti in collaborazione con la Luiss, presentata nel marzo 2009, a quantificare le donne nel 7% del totale dei dirigenti delle PMI. La contraddizione tra i due insiemi di dati, presenza e risultati delle donne manager, è fin troppo stridente.
Non è ovviamente il caso di trarre conclusioni definitive. Il dato certo è che le donne nelle aziende italiane sono ancora poche, le donne nelle grandi aziende italiane ancora meno, ed è possibile che quelle poche siano le migliori: si è sempre detto che per essere accettata in una posizione di potere, una donna deve essere brava il doppio di un uomo. D’altronde, una spiegazione di questi dati potrebbe essere anche quella del cosiddetto Diversity Prediction Theorem, secondo cui sono la diversità e il confronto a produrre sempre decisioni migliori rispetto a quelle partorite da un gruppo omogeneo, non solo dal punto di vista del genere.
Comunque sia, che la promozione delle donne sia un’esigenza ormai diffusa e matura anche nel campo del business lo sostengono in tanti. Fra questi, Roger Abravanel, consulente ed editorialista che propone la meritocrazia come soluzione agli squilibri economici e sociali, va da tempo sostenendo la proposta per un numero minimo di donne nei Consigli di Amministrazione, non come misura di equità o “quota rosa” ma come uno strumento, per usare le sue parole addirittura un’arma segreta per migliorare la performance delle aziende.
 
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