L’Unione Europea chiede a imprese e governi un’equa rappresentanza di genere nei posti di comando dell’economia, come una delle chiavi per far ripartire la crescita. Alcuni stati si muovono verso le quote rosa nei consigli di amministrazione, sull’esempio norvegese. Anche in Italia ci sono in campo varie proposte e il dibattito è aperto.
L'uguaglianza di genere è al centro della strategia Europa 2020. “Includere le donne nel lavoro ci aiuterà a uscire dalla crisi” ha affermato Viviane Reding, vice presidente della Commissione europea. "Molte ricerche mostrano che le imprese dove le donne sono ben rappresentate raggiungono anche i migliori risultati economici. Intendo lanciare un appello a tutte le imprese e a tutti governi affinché si impegnino a fondo per far sì che la parità di genere ai posti di comando diventi una realtà concreta. Tengo inoltre ad incoraggiare le donne di talento affinché raccolgano la sfida di sedere nei consigli di amministrazione e di candidarsi alle alte cariche".
La commissaria ha presentato a Valencia nell'ambito della Conferenza europea sull’uguaglianza uomo-donna, la relazione More women in senior positions - key to economic stability and growth che analizza la partecipazione delle donne ai processi decisionali e pone la questione al centro della futura strategia europea.
La relazione mostra come le donne continuino ad essere pesantemente sottorappresentate nel processo decisionale economico. Nel mondo delle imprese, i membri dei consigli di amministrazione delle maggiori società europee quotate in borsa sono per il 90% uomini. La disparità si accentua ai più alti gradi dirigenziali dove solo nel 3% dei casi le donne guidano una grande impresa quotata in borsa.
Diversi studi autorevoli hanno peraltro sottolineato i benefici della diversificazione di genere dimostrando una correlazione positiva tra la percentuale di donne in posizioni chiave e le prestazioni aziendali. Da McKinsey a Ernst & Young fino all’italiana Cerved, molte prestigiose società di consulenza e ricerca hanno evidenziato che le imprese dove le donne e gli uomini sono equamente rappresentati generano maggiori profitti e corrono meno rischi di fallimento.
La Norvegia si distingue come unico paese con una situazione prossima all'uguaglianza di genere: i consigli di amministrazione sono composti per il 42% da donne e per il 58% da uomini, frutto di una ripartizione stabilita per legge.
Invece l'Italia rappresenta il fanalino di coda con solo il 2,1% di donne nei CDA, percentuale quasi invariata dal 2004 al 2008.
L’introduzione delle cosiddette quote rosa ai vertici delle imprese sta quindi acquistando proseliti tanto in Europa come in Italia.
Il modello è la legge norvegese applicata dal 2006 alle società quotate in borsa e alle società controllate dallo stato. La rappresentanza femminile obbligatoria varia a seconda della dimensione del CDA e arriva ad un massimo del 40% di donne per quelli con almeno 10 membri. La sanzione è drastica: scioglimento dell'azienda in caso di non adempimento. Allo stesso tempo, è stato costituito dall'agenzia nazionale del lavoro un data-base di circa 3500 nomi di donne professioniste e candidate come consigliere.
Anche in una società come quella norvegese, storicamente attenta al rispetto dell’uguaglianza di genere, questa legge sembrava troppo radicale, se non nell’obiettivo quanto meno nella portata del cambiamento che veniva imposto alle aziende. All’epoca, le donne in Norvegia occupavano meno del 7% dei posti nei consigli di amministrazione del settore privato, ma in tre anni il loro numero è aumentato di sei volte.
Di fronte a questi risultati, altri paesi hanno seguito l’esempio: Spagna e Paesi Bassi hanno introdotto il sistema delle quote con un tempo di applicazione dilazionato al 2015, mentre la Francia sta per adottare un provvedimento analogo.
La legge francese già approvata dalla Camera il 20 gennaio scorso, prevede che negli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate e del settore pubblico, sia raggiunta nell'arco di 6 anni una quota del 40%, con un vincolo del 20% dopo 3 anni. Negli organi con meno di 9 membri, lo scarto tra i rappresentanti dello stesso sesso non può essere superiore a 2. Nei CDA che non rispetteranno queste quote, le nomine dei consiglieri del sesso sovrarappresentato saranno considerate nulle e dovrà essere convocata una nuova assemblea generale per regolarizzare la situazione.
Anche in Italia sono stati depositati tre disegni di legge, da parte della senatrice Maria Ida Germontani (PdL) e delle deputate Alessia Mosca (PD) e Lella Golfo (PdL), che si può considerare la pioniera della proposta.
I progetti prescrivono che un terzo dei rappresentanti negli organi di amministrazione e controllo delle società quotate in borsa appartengano a uno dei due generi. In due casi si tratta di una misura temporanea applicabile per due mandati consecutivi, mentre il disegno dell’on. Golfo prevede che la norma sia definitiva. La Consob è l'organo incaricato di prevedere sanzioni sulla base di un regolamento ministeriale da adottare dopo l’approvazione della legge.
Si tratta di provvedimenti destinati a suscitare un ampio dibattito, tra chi ritiene l’imposizione di quote come una violazione del principio del merito, e quanti invece le considerano un riequilibrio di meccanismi distorti e discriminanti. Rispetto all’obiettivo di una maggiore parità ai vertici delle imprese, ci sono anche altre proposte in campo, che vogliono far leva più sulla volontarietà e l’autoregolamentazione del sistema economico: come le azioni positive per la meritocrazia, sostenute da Roger Abravamel, che le vuole inserire nel codice di disciplina della Borsa, e l’adozione del metodoComply or explain, proposto dall'economista Fiorella Kostoris, che consiste nel chiedere spiegazioni al momento della composizione delle liste nel caso in cui siano presenti poche donne. Un altro approccio è quello scelto dalla Professional Women's Association soprattutto per rispondere all'obiezione sulla presunta scarsità delle donne qualificate: la PWA ha stilato una lista di 73 donne ready for board, individuate con il supporto di quattro società di selezione del personale, sulla base di criteri di valutazione oggettivi. Il primo dossier di donne pronte per amministrare le imprese è stato presentato in questi giorni in collaborazione con l’Osservatorio sul Diversity Management della SDA Bocconi.
Un confronto tra tutte queste proposte è stato realizzato il 19 aprile su iniziativa dell’associazione Corrente Rosa.
La relazione della Commissione Europea considera anche il processo decisionale politico, e rileva che il Parlamento europeo è l'assemblea caratterizzata dal maggior grado di parità uomo-donna, con il 35% di deputate, mentre la percentuale di donne elette ai parlamenti nazionali in Europa è cresciuta nell'insieme dal 16% nel 1997 al 24% nel 2009. Si tratta tuttavia di una percentuale ancora molto inferiore alla cosiddetta massa critica del 30%ritenuta necessaria perché le donne possano esercitare un'influenza significativa in politica. La situazione degli esecutivi nazionali mostra uno stabile miglioramento, con una percentuale di donne ministri nei governi dell'UE pari al 27%. La Commissione eletta pochi mesi fa, composta di nove commissari donne (33%), totalizza fin qui il miglior risultato in termini di parità di genere, registrando un netto aumento rispetto al 5,6% del periodo 1994/1995.
Di fronte alla necessità di progressi rapidi che assicurino una rappresentanza uomo-donna più equa nelle posizioni chiave, la Commissione con la recente Carta delle donne presentata il 5 marzo, ha ribadito il proprio impegno verso una maggiore parità di genere in tutte le politiche dell'Unione, e ha preannunciato una nuova strategia che verrà adottata entro il 2010 e che fisserà tra le sue priorità la promozione della parità in ambito decisionale.
“Se l'Europa intende seriamente uscire dalla crisi e diventare un'economia competitiva grazie a una crescita intelligente e inclusiva – ha concluso la commissaria Reding - dovrà sfruttare meglio il talento e le capacità delle donne”.