
Kathryn Bigelow trionfa a Hollywood: miglior film e migliore regista. Con una produzione indipendente, a basso costo e finora ignorata dal pubblico. Finora solo tre donne nominate e nessuna vincitrice in ottanta anni.
Per fortuna c’è sempre una prima volta. Non era mai accaduto che una donna conquistasse l’Academy Award of Merit, comunemente noto come il Premio Oscar, nelle due categorie più importanti, quelle che consacrano il miglior film e la migliore regia. Kathryn Bigelow entra nella storia, e quasi simbolicamente ciò accade alla vigilia della Festa della donna, il 7 marzo 2010.
"Il momento è finalmente arrivato", come ha detto la madrina della serata Barbra Streisand dopo aver aperto la busta con i risultati.
Prima di Kathryn Bigelow, in ottanta anni di storia degli Oscar, c’erano state appena tre donne nominate cioè inserite nella cinquina di candidati tra cui viene scelto il vincitore: l’italiana Lina Wertmuller per Pasqualino settebellezze nel 1977, la neozelandese Jane Campion per Lezioni di piano nel 1994, e la statunitense Sofia Coppola nel 2004 per Lost in Translation. L’Italia vanta un certo numero di registe abbastanza importanti: oltre alla Wertmuller premiata da grandi successi di pubblico, si ricordano Liliana Cavani autrice di film raffinati e complessi tra cui Il portiere di notte, e successivamente Francesca Archibugi, Fiorella Infascelli, Cristina Comencini.
Nella notte degli Oscar, The Hurt Locker, film indipendente, a bassissimo budget e finora deludente al botteghino, ha sbaragliato il campo portando a casa ben sei premi tra cui quelli importantissimi al film, alla regia, alla sceneggiatura e al montaggio (oltre che due premi al reparto sonoro).
Kathryn Bigelow, nata in California nel 1951, esordiente dietro la macchina da presa già nel 1983, è autrice a proprio agio con i ritmi e le cadenze del film d'azione, come il suo maggior successo Point Break del 1991 e il successivo Strange days. Come spesso accade alle donne, più che per la sua opera viene ricordata dai media per l’essere stata moglie di James Cameron, circostanza che le vale oggi una curiosa rivincita, dato che ha sconfitto nella battaglia per l’Oscar proprio il celebre film del suo ex compagno, Avatar.
L'anima indipendente e artigiana di Hollywood ha prevalso su quella commerciale e industriale, con un film sulla guerra in Iraq che non prende posizione ma che mostra i sacrifici e i traumi cui sono chiamati i soldati e in particolare gli artificieri che rischiano ogni giorno la vita disinnescando bombe ed esplosivi. Il titolo indica infatti la scatola del dolore cioè il contenitore coi resti dei caduti. Un tema attualissimo, trattato con sensibilità femminile ma mano maschile, secondo i critici. Un po’ il leit motiv della sua carriera, che nei punti più alti ha suscitato elogi del tipo “è così brava a dirigere che sembra un uomo” anche da parte di osservatori come il grande regista Gillo Pontecorvo: commenti che come è ovvio Kathryin ha sempre rispedito al mittente…
Bigelow ha voluto dedicare il suo film “a tutti gli uomini e le donne che portano un'uniforme in ogni parte del mondo. E non soltanto i soldati ma anche i vigili del fuoco che sono sempre pronti per noi quando serve”. E sulla sua vittoria ha commentato: "Spero di essere la prima di una lunga serie a venire. Naturalmente mi piace pensare a me stessa come regista e vorrei arrivare al punto in cui quella distinzione fra un uomo e donna non esista più”.