
Il rapporto sul divario di genere del World Economic Forum assegna all’Italia il 72° posto su 135 paesi, addirittura il 96° per quanto riguarda l’economia. Lontani dagli altri stati europei, superati da molti paesi in via di sviluppo. E peggio di un anno fa.
Lungi dall'essere pari, le opportunità per le donne in Italia sono sempre insufficienti, soprattutto nel lavoro. Lo conferma il rapporto 2009 Global Gender Gap del World Economic Forum, che assegna al nostro paese il 72esimo posto su 135 paesi, con una perdita di cinque posizioni rispetto al 2008, in cui avevamo segnato un progresso sugli anni precedenti.
Il World Economic Forum è un’organizzazione influente, che organizza tutti gli anni il Forum di Davos in Svizzera con i principali leader mondiali, e promuove il Women Leaders and Gender Parity Programme. Il metodo del rapporto, inaugurato nel 2006 e orami divenuto un appuntamento annuale, consiste in una misurazione quantitativa della situazione relativa di maschi e femmine, attraverso 14 indicatori relativi a quattro aree cruciali: economia e lavoro; istruzione; politica; salute e aspettativa di vita. L’indice esamina le prestazioni dei vari paesi rispetto alla suddivisione delle loro risorse e opportunità tra le rispettive popolazioni maschili e femminili, a prescindere dai livelli generali di tali risorse e opportunità. La classifica include 135 paesi e copre il 93% della popolazione mondiale.
Come prevedibile, sono i paesi scandinavi a guadagnarsi il podio delle pari opportunità tra donne e uomini. Al primo posto si piazza l'Islanda, quarta nel 2008 e ora lanciata dalla nomina a premier di Johanna Sigurdardottir, davanti a Finlandia, Norvegia e Svezia. Seguono la Nuova Zelanda, il Sudafrica che guadagna oltre venti posizioni, poi Danimarca, Irlanda, Filippine e il sorprendente il Lesotho al decimo posto (dal 16esimo), davanti quindi a tutti i big europei. La Germania è 12esima, il Regno Unito 15esimo (entrambi in leggero calo), la Spagna 17esima e la Francia 18esima (meno tre posizioni).
Agli ultimi posti nel vecchio continente Repubblica Ceca (74esima) e Grecia (86esima). Il rapporto assegna poi il 31esimo posto gli USA, in discesa di 3 posizioni soprattutto per le disparità economiche, e il 75esimo al Giappone, in forte crescita grazie ai miglioramenti in campo professionale e politico.
L'Italia, terzultima fra gli stati europei, è superata anche da Vietnam, Romania e Paraguay. A spingerci in basso è soprattutto l’indice complessivo su partecipazione e opportunità nell'economia, in cui siamo al 96° posto, a causa delle disuguaglianze rispetto agli uomini nei salari (addirittura al gradino 116) e nella partecipazione alla forza lavoro. Ovvero, solo il 52% delle donne fanno parte della popolazione attiva contro il 75% degli uomini e il reddito medio delle donne è la metà rispetto agli uomini, 19.168 dollari l'anno contro 38.878.
Vanno molto meglio, sorprendentemente, le aree del potere politico (45° posto, grazie alle donne che siedono in parlamento e al governo) e dell’istruzione (46°), meno bene di quanto ci si potrebbe aspettare quella della salute (88°).
Tra gli altri dati evidenziati dal rapporto, la differenza nei tassi di disoccupazione tra donne (7,87%) e uomini (4,88%), come pure l'età media di matrimonio (28 anni).
Rispetto al 2006, anno del primo report, il voto all'Italia è solo marginalmente migliorato: se l’indice 100 rappresenta la teorica parità, l’Italia è passata dal 65 al 68, mentre l'Islanda e i principali paesi nordici veleggiano attorno a quota 82. Nelle ultime posizioni, e in costante peggioramento Iran, Turchia, Pakistan, e, ultimo di tutti, lo Yemen con indice 46. Il rapporto sottolinea che i due terzi dei paesi del mondo hanno compiuto progressi rispetto all’anno passato.
“Soddisfatta per i passi avanti dell’Italia nel giudizio complessivo” si è dichiarata Mara Carfagna, ministro per le Pari Opportunità, che pure ha riconosciuto come il rapporto evidenzi “le notevoli resistenze che ancora esistono per l'accesso alla professione e all’avanzamento di carriera”. Carfagna si è però detta “certa che il rapporto del prossimo anno evidenzierà i frutti del recepimento, da parte dell'Italia, della Direttiva europea 54/CE, che elimina gli ostacoli alla carriera che ancora oggi le donne incontrano, e che presto si vedranno i frutti dei provvedimenti in materia di conciliazione che, insieme al ministro Maurizio Sacconi, abbiamo studiato e verranno presentati entro la fine dell'anno".
Al contrario l’on. Pia Locatelli, presidente dell'Internazionale socialista donne, definisce “scandalosa” la situazione del nostro paese, perché “le donne in Italia continuano a perdere terreno e stanno addirittura peggio che in paesi in via di sviluppo” alcuni dei quali per la verità sembrano avere fatto scelte e investimenti strutturali per la parità, come dimostrano i progressi di Lesotho e Sudafrica.
“Per avere società economicamente competitive e prospere è necessario coinvolgere le donne su un livello pari degli uomini in tutti gli aspetti della vita”, sottolinea il rapporto che ricorda: “L'integrazione di donne e ragazze è tanto più imperativa se si vuole una ripresa rapida e sostenibile della crisi finanziaria”.
”I paesi che non utilizzano la metà delle proprie risorse umane rischiano di minare la loro competitività – ammonisce Saadia Zahidi, direttrice del Gender Parity Programme – Noi speriamo di far capire che la partecipazione delle donne è economicamente vantaggiosa, oltre a essere un diritto fondamentale”.