Dal 2012, nel pubblico impiego l’età pensionabile è uguale per uomini e donne. Alle altre diseguaglianze, si penserà dopo. E secondo il rapporto Istat, le pensioni delle donne sono inferiori di un terzo rispetto quelle degli uomini.
A partire dal primo gennaio 2012, le dipendenti pubbliche andranno in pensione a 65 anni, e non più a 61 anni come avviene adesso.
Come è noto, l’Unione Europea ha considerato insufficiente la precedente riforma del 2009, conseguente a una sentenza della Corte di Giustizia Europea, che prevedeva un innalzamento graduale dell’età pensionabile per giungere all’uguaglianza tra uomini e donne nel 2018. Ottemperando alla richiesta dell’Ue, il Consiglio dei Ministri tramite un emendamento al decreto legge sulla manovra economica ha equiparato, con un unico “scalone” che scatterà il 2012, l’età pensionabile delle donne del pubblico impiego a quella degli uomini. I risparmi derivanti da questa misura – 1,450 miliardi di euro tra il 2012 e il 2019 – confluiranno nel Fondo strategico per il Paese a sostegno dell’economia reale, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, e finanzieranno interventi dedicati a politiche sociali e familiari. Non è per ora in discussione l’età pensionabile delle lavoratrici private, anche se recentemente la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, si è espressa a favore di un’equiparazione tra uomini e donne.
Per il Ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi l’impatto della norma sarà modesto e fino al 2019 coinvolgerà una platea di circa 25mila donne. I loro sacrifici saranno utili, per la Ministra alle Pari Opportunità Mara Carfagna, poiché “saranno compensati dai servizi alla famiglia, alla non autosufficienza e all’infanzia che consentiranno di conciliare lavoro e famiglia, alleggerendo il carico di quest’ultima che oggi grava quasi interamente sulle spalle delle donne italiane impedendo loro di dedicarsi con la dovuta attenzione alla vita lavorativa”.
L’opposizione non è d’accordo. “Siamo da sempre affezionati all’idea che il problema si risolve dando una flessibilità in uscita a tutti – sostiene il Segretario del Pd, Pierluigi Bersani - in una fase di alcuni anni, la possibilità di uscire in rapporto al livello della pensione da riconoscere. Procedere con l’accetta non è un modo sensato”. Per Bersani “sarebbe poi inaccettabile se le risorse ricavate da queste misure non andassero a un fondo distinto e orientato a determinare condizioni di vita lavorativa e di servizi per le donne italiane paragonabili a quelle di altri Paesi europei”.
Anche per Barbara Saltamartini, responsabile per le pari opportunità del PdL, la decisione della maggioranza, di cui fa parte, “è iniqua e penalizzante, e oltretutto con un timing così stringente, ora tuttavia, è indispensabile che le risorse derivanti dal riallineamento siano vincolate non a un generico fondo ma all’attuazione di precisi interventi per le donne”. Come l’incremento dell’offerta pubblica di servizi, specialmente all’infanzia, e il sostegno fiscale alle famiglie, attraverso un apposito regime di deduzioni, per incentivare e tutelare la natalità. Su questo argomento, l’on. Saltamartini convocherà a breve una riunione con tutte le parlamentari del PdL per valutare insieme una proposta emendativa alla manovra.
L’ex sottosegretaria al Lavoro, Rosa Rinaldi, osserva che “i pronunciamenti di Commissione e Parlamento europeo non riguardano l'innalzamento dell'età, ma sono fondati sull'esigenza di non discriminare il lavoro femminile, giacché tutte le ricerche denunciano retribuzioni e pensioni inferiori a quelle maschili”. In poche parole, le discriminazioni di genere sono ben più ampie, e l’equiparazione dell’età pensionabile, in assenza di altre misure, aggraverà la condizione delle donne.
“Dall’Europa – afferma l’on. Anna Finocchiaro – viene la sacrosanta richiesta di equiparare le condizioni salariali e normative di uomini e donne”.
Il dubbio che da questa decisione del governo, la condizione femminile non venga favorita, obiettivamente rimane. Fra le tante disparità di genere in cui l’Italia si distingue in negativo dalla media europea, quella che viene affrontata con carattere di urgenza non è la principale, e viene risolta in un modo che obbligherà un certo numero di donne a rinviare il momento della pensione di alcuni anni, senza contropartite.
“Ora mi aspetto davvero che i risparmi garantiti da questo intervento siano investiti per aumentare l’occupazione femminile”, si augura tra le altre Fiorella Kostoris, docente di Economia alla Sapienza di Roma e presidente del comitato Pari e Dispare fondato con Emma Bonino. Entrambe favorevoli ad equiparare donne e uomini sul piano della pensione, avrebbero preferito che “ciò avvenisse con maggiore gradualità, ma ora bisogna costruire pari opportunità di lavoro e di carriera”. Come? “Asili nido e doposcuola aiutano le famiglie – dice Kostoris - ma a mio parere sarebbe più urgente investire sulle donne. Penso a una fiscalità vantaggiosa per chi assume in rosa. Non resta che parificare l’età della pensione anche nel privato e investire gli enormi risparmi che lo Stato avrebbe da questa misura nella costruzione della parità sugli altri fronti”.
Anche perché dall’ultimo rapporto Istat, risulta che nel 2008 le donne percepiscono una pensione in media inferiore di 5.231 euro a quella degli uomini: 11.906 euro contro 17.137. Circa il 30% in meno. Sebbene la quota di donne sia pari al 53%, spiega l’istituto, gli uomini percepiscono il 56% dei redditi pensionistici, a causa del maggiore importo medio dei trattamenti percepiti. In particolare, se si analizza l’importo degli assegni è possibile notare che il 58,7% delle donne percepisce assegni mensili inferiori ai 1.000 euro contro il 38,4% degli uomini, mentre se si guarda alle fasce più alte di importo, solo il 7,7% degli assegni femminili è superiore ai 2mila euro contro il 20,4% tra gli uomini.