
Una lettura delle pari opportunità nel nostro paese attraverso i cambiamenti normativi e la storia degli organismi di parità che negli ultimi quarant’anni hanno contribuito a mutare il ruolo delle donne nella nostra società. Riflessioni e proposte da una tesi per la laurea magistrale in Sociologia presso l’Università di Torino.
Realizzata dalla neo dott.ssa Dejanira Piras - Relatore Prof. Alfio Mastropaolo – la tesi ricostruisce la mappa degli organismi di parità in Italia dalle origini ai giorni nostri avvalendosi di testi legislativi, di informazioni reperite sui siti web, nonché di quelle raccolte presso i responsabili degli organismi di parità. Approfondisce, in particolare, la storia degli organismi di parità nella Regione Piemonte e nella Provincia di Torino nata nel 1976 con l’istituzione, su delibera del Consiglio regionale, della Consulta femminile del Piemonte, il primo organismo permanente di consultazione del Consiglio Regionale sulle tematiche di interesse femminile. Nel 1986 arriva la Commissione Regionale per la realizzazione delle Pari Opportunità tra uomo e donna della Regione Piemonte istituita con legge regionale 12 novembre 1986 n. 46, e l’ultima tappa è nel 2005 con l’istituzione dell’Assessorato Regionale per le Pari Opportunità. Ma sono, queste, solo alcune delle realtà operanti a livello istituzionale per la promozione delle pari opportunità in Piemonte.
Una regione in cui l’impegno è stato molto per diffondere una strategia di mainstreaming di genere con un movimento partito dal basso e in cui si è cercato di creare le così dette Woman Policy Agency, le strutture di parità necessarie per un reale raggiungimento di uguaglianza tra i generi.
Se molto hanno contribuito a fare, più di molte altre regioni, gli spunti di riflessione odierni riguardano proprio la loro funzione, la gestione delle risorse, il ruolo più in generale di promozione delle pari opportunità in Piemonte.
Abbiamo chiesto all’autrice alcune considerazioni conclusive volte a contribuire al dibattito che sugli organismi stessi e sulla loro attività:
D - Quali eccellenze possono essere rilevate?
Tutti gli altri organismi di parità, pensiamo ad esempio alla Consulta delle Elette, alla Consulta Femminile o alla Commissione Regionale Pari Opportunità hanno un ruolo consultivo, promozionale, di formulare pareri e suggerimenti, ecc. Appare chiaro ed immediato per questi organismi la debolezza del ruolo e nei confronti della politica da cui dipendono.
Nel quadro degli organismi di parità spicca sicuramente la figura della Consigliera di parità che, con lo scopo di tutelare (direttamente) i diritti delle donne all’interno del mercato del lavoro, può agire e, quindi, può realmente essere vicino a tutti a quelle donne e a quegli uomini che subiscono discriminazioni di genere o molestie sul luogo del lavoro. Infatti, essendo un pubblico ufficiale nelle situazioni di squilibrio di genere riscontrate sui luoghi di lavoro (diretta o indiretta) può/deve promuovere e sostenere azioni in giudizio.
D - Quali sono i nodi critici che dovrebbero essere affrontati quando parliamo di Istituzioni di parità? In quale modo? E quali sono a suo avviso i principali ostacoli che le istituzioni oggi incontrano nell’ambito della loro attività?
I nodi critici in cui incappano le istituzioni di parità a livello: politico, analitico e organizzativo. In primo luogo il numero eccessivo di organismi di parità. Durante le interviste la maggior parte dei rappresentanti dei vari organismi di parità ha risposto affermativamente alla domanda se gli organismi che si occupano di parità in Regione o in Provincia non siano troppi e non rischino di essere dispersivi, anche economicamente. Alcuni, ad esempio la Consigliera di Parità regionale, l’avv. Alida Vitale, ha sottolineato che i compiti e le funzioni degli organismi di parità attuali, rischiano di sovrapporsi, perciò sarebbe necessario accorparli, ridurli e renderli finanziariamente attivi. L’Ufficio della Consulta delle Elette, inoltre, ha sottolineato che il problema da un lato si pone nella mancata comunicazione tra i vari organismi, dall’altro è un problema politico, tra le componenti politiche femminili dei vari organismi.
Un’altra informazione, emersa durante le interviste, riguarda proprio l’effetto negativo che la politica ha su tutti quegli organi che gestiscono del denaro o dei “posti” disponibili. I “posti” presso gli organismi di parità, in particolare, vengono ritenuti “posti” di scarsa rilevanza politica, ma anche qui si manifesta la tendenza dei partiti a lottizzare qualsiasi ruolo. Atteggiamento che sta portando ad un abbassamento generale della qualità dei servizi, del personale che partecipa alle varie Commissioni ed a un impoverimento delle stesse.
Inoltre, spesso le iniziative si accavallano a causa delle similitudini in merito alle tematiche e mi sembra venga dato poco spazio alla spazio alla donna- cittadina / donna-lavoratrice a favore invece della donna come vittima, (.vs. donna-violentata / donna-mamma). La donna-cittadina è colei che ha bisogno di essere sì tutelata, ma anche aiutata a diventare lavoratrice, non semplicemente mamma. Finché le istituzioni continueranno a voler vedere la figura femminile in primis come madre, non possiamo aspettarci che la società la veda tanto diversamente, per questa ragione tra le figure di pari opportunità, sicuramente, la Consigliera di parità ricopre il ruolo principale, in quanto difende direttamente le ingiustizie subite dalle donne in ambito lavorativo (durante e/o dopo il periodo della gravidanza, in caso di violenze sul posto di lavoro, ecc), in quanto donne.
D – Al di là di ciò che sarebbe migliorabile nell’organizzazione generale degli organismi, dal suo studio emerge una valutazione sull’impatto che la loro attività ha avuto nell’accompagnare i cambiamenti delle donne in Piemonte?
La mancanza di dati post evento rende difficile un giudizio obiettivo sui cambiamenti delle donne in Piemonte grazie alle attività di promozione e tutela delle stesse. Non c’è la consuetudine di rilevare dati post evento, cioè la mancanza di analisi sul successo, o sull’eventuale insuccesso, dell’evento, della pubblicazione, della manifestazione, ecc. Se da una parte è vero che non è possibile quantificare la reazione dell’opinione pubblica, ovvero se le attività hanno raggiunto gli obiettivi sperati, è vero anche che nel momento in cui si spende denaro pubblico è necessario non limitarsi a rendicontare le spese, ma anche a capire se quei soldi sono stati spesi nel migliore dei modi possibili. Così come la rendicontazione non viene fatta in modo facilmente comprensibile, in quanto i bilanci, sia provinciali che regionali, appaiono di difficile, se non impossibile lettura per i profani.
Comunque ci sono esempi positivi. Ad esempio l’impegno economico della Regione Piemonte contro la violenza sulle donne con il Piano regionale per la prevenzione della violenza contro le donne e per il sostegno alle vittime. L’iniziativa, che rientrava tra le priorità per il 2008 dell’Assessorato, aveva come principale obiettivo quello di far emergere la parte sommersa del fenomeno della violenza e delle altre forme di maltrattamenti, di accogliere, accompagnare e sostenere le donne e le altre vittime di violenza, di prevenire il perpetuarsi della violenza, dei soprusi e dei maltrattamenti attraverso una serie di strumenti e servizi prima inesistenti.
D –Il Piemonte è spesso portato ad esempio di regione virtuosa nel panorama nazionale, quali elementi emergono?
Il Piemonte durante tutti questi anni ha più di altre regioni cercato di creare le così dette Woman Policy Agency, le strutture di parità necessarie per un reale raggiungimento di uguaglianza tra i generi. La storia del femminismo piemontese affonda le sue radici negli anni Sessanta e possiamo citare alcuni successi e peculiarità rispetto alle altre regioni italiane: la Consulta delle Elette, ad esempio, è stata istituita solamente in Piemonte, Veneto, Piemonte e Sardegna.
Inoltre, è stata storicamente rilevante l’esperienza del Gruppo di Lavoro L. 125 in Piemonte dal 1993 al 1997: questo gruppo di lavoro composto da rappresentanti delle istituzioni di parità e del mercato del lavoro, delle parti sociali, del mondo accademico, di associazioni piemontesi divenne un gruppo molto coeso e forte, rispetto alle indicazioni romane. Infatti, riuscì a sbloccare la legge 215 del 1992 su Azioni positive per l’imprenditoria femminile. Questa legge era stata bloccata dal Parlamento europeo per concorrenza sleale nei confronti degli uomini durante il semestre inglese. Da Torino è stata inviata una lettera al Ministro del lavoro, a tutte le Consigliere di parità d’Italia, a tutte le sedi di Confindustria, a tutte le sedi di API donne a favore della legge 125. Inoltre, venne fatta un’audizione a Roma delle Consigliere di parità piemontesi per comprendere l’andamento della legge 125 ed in pochi mesi, grazie alla forte pressione effettuata da tutta la parte datoriale, dalle parti sociali e dalle istituzioni (nella figura delle Consigliere di parità) è stata approvata definitivamente dal Parlamento italiano.
Di rilievo anche l’esperienza dello Sportello Donna e Lavoro servizio dedicato all’occupazione femminile, ideato nel 1992 dall’ufficio della Consigliera regionale di parità e istituito con la legge regionale n. 43 del 29 ottobre 1992 Informazione, promozione, divulgazione di azioni positive per la realizzazione di pari opportunità tra uomo e donna all’art. 7 (Informazione e consulenza sulle pari opportunità). Consisteva in un apposito sportello di informazione, di attività orientativa e di consulenza professionale rivolto alle donne. Questa è stata un’esperienza, unica in Italia, ma che si è diffusa in Valle d’Aosta, in Lombardia e nelle Marche. Lo sportello ha avuto dal 1992 al 1999 circa 6.000 passaggi all’anno e ha ottenuto il premio per i cento progetti della funzione pubblica nel 1999. Nonostante questa vittoria terminò di esistere proprio in quell’anno per ragioni puramente politiche, anche se di difficile comprensione.
Cito queste perché sono quelle ormai più datate e di cui c’è minor consapevolezza, ma anche da 2000 ci sono state alcune esperienze di rilievo.
D - Un parere emerso anche dall’incontro con molte delle rappresentanti in queste istituzioni di parità?
Credo sia necessaria una profonda riflessione sui fallimenti e sui successi ottenuti in tutti questi anni che porti anche a un riordinamento di questi organismi di parità. Se la tematica delle pari opportunità vuole diventare credibile agli occhi dei cittadini e se le donne che fanno (attivamente) parte di questi organismi vogliono realmente aiutare la causa, legittima, di richiesta di parità è necessario che riflettano sui cambiamenti della società e valutino un nuovo cammino da percorrere. I tagli che negli anni aumenteranno rischiano di vedere tra le prime vittime sacrificali la tematica delle pari opportunità. Solamente ripensando seriamente a come utilizzare al meglio questi fondi sarà possibile pensare ad un futuro. Le idee e le proposte non mancano ma è necessario che le donne avviino una seria riflessione, anche con nuovi interlocutori, per trovare nuove risposte, più concrete e adatte alle esigenze reali delle donne.