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Numero verde antitratta: chiuso per mancanza di fondi

03 agosto 2010

Dal 1° agosto non sono più attive le 14 postazioni locali, mentre sono bloccati anche i fondi per il primo contatto e il reinserimento delle vittime. Un sistema che ha aiutato 14.000 persone in sei anni rischia di sparire, nonostante gli impegni internazionali sottoscritti dall’Italia. Enti locali e privato-sociale chiedono risposte al Ministro per le Pari Opportunità.

 

 

 

 

Lo definiscono "un durissimo colpo al sistema dei servizi che sostiene, nel nostro paese, le tante vittime della tratta e dello sfruttamento più grave": è la chiusura delle 14 postazioni locali del Numero Verde Antitratta, che il governo ha deciso di centralizzare, avvertendo i responsabili locali a soli 10 giorni dalla scadenza delle convenzioni.

La decisione, presa dal governo nell’ambito della manovra economica per mere ragioni di budget, ha suscitato le proteste degli enti pubblici e del privato sociale impegnati da anni nell’assistenza agli adulti e ai minorenni soggetti a racket e organizzazioni senza scrupoli, espresse in un comunicato rivolto al Ministro per le Pari Opportunità. A sottoscriverlo sono Comune di Venezia, Associazione On the Road, Regione Emilia-Romagna, Comune di Ravenna, Associazione Gruppo Abele, Associazione Lule, Provincia di Genova, Comune di Firenze, Cooperativa Cat, Comune di Perugia, Cooperativa Borgo-Rete, Giraffa onlus, Cooperativa Parsec, Cooperativa Magliana ’80, Comune di Napoli, Cooperativa Dedalus, Arcidiocesi di Reggio Calabria, Comitato Provinciale di Palermo della Croce Rossa italiana, Acli Cagliari, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (Cnca), Terre des Hommes Italia onlus.
Gli enti ricordano che le postazioni locali non si limitano a una mera funzione di ascolto e di informazione – che potrebbe essere svolta anche a livello centrale – ma costituiscono un elemento essenziale delle reti formate nei diversi territori dalle forze dell’ordine, dal terzo settore e dai servizi sociali. Le postazioni locali sono in grado di attivare una risposta immediata, 24 ore su 24, alle richieste di aiuto che vengono dalle vittime, ma anche dalle forze di polizia e dai servizi sociali, proprio perché sono perfettamente integrate in un sistema territoriale di contrasto e di assistenza. Dal 1° agosto resta attiva solo quella centrale, gestita dal Comune di Venezia, che è insufficiente perché le chiamate “chiedono interventi tempestivi, spesso immediati, indicazioni dettagliate, attenzione non burocratica, conoscenza specifica dei territori”.
Gli enti gestori esprimono, poi, il loro sconcerto per il modo in cui si è arrivati, da parte del Governo, a questa decisione: una comunicazione in merito è stata inviata a tutti gli enti 10 giorni prima della scadenza delle convenzioni, non permettendo così la tempestiva attivazione di una soluzione alternativa e facendo perdere il posto di lavoro a 80 operatori altamente specializzati.

Gli enti impegnati nel contrasto della tratta e del grave sfruttamento denunciano, inoltre, una più generale volontà di smantellamento complessivo di un sistema di intervento, quello introdotto dall' articolo 18 del testo unico sull'immigrazione e dalla legge 228/2003, “Misure contro la tratta di persone”, che è considerato un modello di eccellenza in tutto il mondo.
La decisione di chiudere le postazioni locali del Numero Verde Antitratta, infatti, segue altri due atti altrettanto gravi.
Il primo è quello dell’azzeramento dei fondi destinati all'attività di primo contatto, in strada e indoor, per far emergere i fenomeni della tratta e del grave sfruttamento, e alla pronta assistenza di tre mesi per le vittime che decidono di uscire dalla loro condizione di assoggettamento.
La seconda decisione è la riduzione di 800mila euro dei fondi destinati, invece, ai progetti di inserimento sociale a favore delle vittime. Se si considera che l’ammontare totale dei fondi stanziati è stato, negli ultimi anni, pari a circa 4,5 milioni di euro, siamo in presenza di un taglio di quasi il 18%.
La richiesta degli enti è quindi di reperire, almeno, i 600mila euro necessari per assicurare il funzionamento delle postazioni locali del Numero Verde e di convocare il tavolo tecnico sulla tratta composto da istituzioni centrali e locali e dal terzo settore – istituito formalmente, ma mai realmente attivato – per ridefinire insieme l’assetto complessivo del sistema di aiuto alle vittime.

"Un sistema che ha assicurato assistenza e integrazione sociale a oltre 14mila persone e prodotto un congruo numero di denunce, arresti e condanne di criminali e sfruttatori, non può essere liquidato per fare qualche piccolo risparmio di cassa", concludono i protagonisti della protesta.
“Quando parla di "sociale" il costo è spesso un investimento – ha ricordato don Luigi Ciotti sul sito del Gruppo Abele - Una persona che esce dallo sfruttamento e dall'emarginazione può diventare una grande risorsa per la società, è una persona che dall'attenzione che le è stata rivolta sviluppa quel legame di corresponsabilità alla base del bene comune. Senza contare che ridurre l'area degli abusi e dei traffici significa fare terra bruciata attorno alle mafie”.
Infatti, la tratta di esseri umani, secondo la relazione del Comitato Parlamentare per la Sicurezza del 29 aprile 2009, "alimenta un mercato illegale che rende diversi miliardi di dollari l'anno, una cifra inferiore soltanto al traffico di stupefacenti e di armi". Le vittime, donne e minori, vengono sfruttate per due terzi nella prostituzione, le restanti nell'accattonaggio e nel lavoro nero. "Tra marzo 2000 e maggio 2008 - scrive il Copasir - sono stati realizzati 13.517 programmi di sostegno a vittime di tratta, dei quali 938 in favore di minori". E ancora: dal 2004 al 2009 le persone indagate per reati di tratta sono state 8.913. Un sistema, questo, che rischia ora di crollare.

Anche l’ANCI, associazione dei Comuni italiani, ha chiesto un incontro urgente per la definizione di un sistema nazionale degli interventi rivolti alla tutela delle vittime di tratta e di contrasto alla criminalità, con una lettera firmata dal presidente, Sergio Chiamparino e dalla delegata alle Pari Opportunità, Amalia Neirotti.
“Quella della lotta alla tratta e dell’assistenza alle persone che ne sono vittime – afferma Vladimiro Boccali, Sindaco di Perugia e componente dell’Ufficio di Presidenza dell’ANCI - va considerata una priorità assoluta, che non può sottostare in alcun modo a esigenze di bilancio. Stiamo parlando di diritti umani fondamentali, per la cui tutela il nostro Paese ha assunto precisi impegni anche a livello internazionale’’.
E’ infatti di appena due mesi fa la ratifica, da parte del Parlamento italiano, della
Convenzione di Varsavia del Consiglio d’Europa con la quale, nelle parole del Ministro Carfagna, ”il nostro Paese si lancia in una lotta senza confine, su scala globale, alla tratta di esseri umani".
Non ci sono per ora risposte da parte del ministro, cui era stata indirizzata anche un’interrogazione parlamentare sull’argomento. Il portavoce del Dipartimento, Paolo Emilio Russo, alcuni giorni fa aveva garantito che che “non ci sarà un abbassamento dei servizi ma che per i fondi bisogna aspettare la finanziaria” prevista per ottobre.
Intanto, dal 1° agosto i 14 servizi territoriali sono chiusi, 80 operatori sono senza lavoro e le vittime dello sfruttamento hanno un’opportunità in meno per uscire dalla schiavitù.