Commissione Regionale di Pari Opportunità

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Consigliera di Parità Regionale

Area dedicata alla Consigliera di Parità, una figura importante a tutela dei diritti di lavoratrici e lavoratori. Opera in Piemonte attraverso una rete di Consigliere a livello regionale e provinciale. È disponibile un'archivio di notizie e contenuti relativi all'attività della Consigliera.






Non si può escludere una donna incinta da un concorso

30 luglio 2010

Sentenza storica del Tar di Catanzaro, su ricorso della Consigliera Regionale di parità. L’Agenzia ambientale della Calabria ha negato il rinvio dell’esame orale a una candidata che aveva appena partorito, costringendola a rinunciare. Per il Tribunale si tratta di discriminazione: annullata la graduatoria.

 

 

 

 

 

 

Il Tribunale amministrativo regionale di Catanzaro ha disposto l’annullamento di una graduatoria di concorso per dirigente biologo dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Calabria (Arpacal), che aveva escluso una concorrente in stato di gravidanza. E’ stato accolto il ricorso presentato dalla lavoratrice, con l'intervento ad adiuvandum della Consigliera Regionale di Parità: il comportamento dell’Arpacal ha violato i principi costituzionali e la normativa in materia di pari opportunità e contrasto alle discriminazioni di genere.

Il valore storico di questa sentenza emerge dalla ricostruzione della vicenda, avvenuta circa due anni fa. La candidata, dopo avere superato la prova scritta, viene ammessa all'orale; poichè data di convocazione coincide con il periodo del parto, chiede con raccomandata di posticipare la prova a un giorno successivo. La Commissione esclude tale possibilità, e concede di effettuare l'esame lo stesso giorno ma in un’altra sede più vicina alla donna; malgrado la stessa accetti, via telegramma, tale proposta, non viene più convocata. Per ironia della sorte, partorisce proprio il giorno prima, e comunica immediatamente la sua impossibilità a presentarsi. Dopo di che il silenzio dell'Amministrazione, che si interrompe solo con la pubblicazione della graduatoria finale del concorso, da cui ovviamente la neomamma è esclusa.
Secondo i giudici, è evidente come la Commissione abbia ignorato le legittime richieste della concorrente, in aperto contrasto con i principi costituzionali di parità dei sessi sanciti dagli articoli 3 e 51 della Carta, e con il Codice Pari Opportunità laddove vieta, all'art. 27, i trattamenti discriminatori nell'accesso al lavoro.
“L’Amministrazione - scrive il Tar nel provvedimento - deve assicurare il principio di uguaglianza ponendo in essere tutti i comportamenti necessari per garantire di fatto tale principio. E’ evidente che la situazione di gravidanza impone di adottare tutte quelle misure che tutelino la donna e la maternità e garantiscano la partecipazione al concorso in condizioni di effettiva parità con gli altri candidati”.
In particolare, “l'applicazione concreta di tali enunciazioni imponeva, nella specie, alla Commissione di consentire alla ricorrente di svolgere la prova orale successivamente al parto e nel rispetto delle condizioni di salute della madre e del bambino”.

“Con la sentenza del Tar – afferma la Consigliera regionale di parità, Maria Stella Ciarletta – si apre uno squarcio giuridico sul mondo delle discriminazioni in Calabria”, ma certamente anche nel resto d’Italia, dove “in apparenza sembrano essere garantiti eguali diritti e opportunità per lavoratrici e lavoratori, ma in realtà, si perpetrano prassi illegittime e si penalizzano coloro che scelgono l’esperienza della maternità”.
“L'impegno come Consigliera di parità – prosegue l’avv. Ciarletta - è quello di eliminare i fattori che causano questi fenomeni discriminatori, principalmente dialogando con i datori di lavoro, siano essi pubblici o privati, per spiegare loro che la maternità è un valore aggiunto e non una condizione di svantaggio della lavoratrice madre e per trovare una soluzione condivisa in favore della permanenza della stessa sul posto di lavoro. Ma quando ci si trova di fronte un silenzio immotivato, allora è necessario ricorrere agli strumenti giudiziari per stigmatizzare prassi illegittime, ingiustificate e lesive dei diritti delle donne”.

Giustizia, in questo caso, è stata fatta e l'Arpacal dovrà entro 30 giorni annullare la graduatoria e permettere alla giovane biologa di sostenere l'esame orale, oltre che rimborsarle le spese legali sostenute per presentare il ricorso.