Le statistiche confermano il trend negativo per l’occupazione femminile in Europa e il persistente divario di genere, aggravato dalla cura dei figli. In Italia le cose vanno ancora peggio. Ma i numeri fanno notizia solo per un giorno e non bastano a smuovere la politica.
L’otto marzo, come sempre, è il momento scelto per diffondere analisi e statistiche sulla condizione femminile e in particolare sull’occupazione. Mai come quest’anno i dati, benché non certo nuovi, sono allarmanti e disegnano una situazione di preoccupante regresso a livello europeo e di persistente arretratezza a livello italiano, in cui la crisi colpisce in modo diseguale i due generi e soprattutto sembra inasprire per le donne le già fragili compatibilità tra lavoro e cura dei figli.
La prima infornata di numeri viene dall’Istat, che raccoglie in una nota sintetica la fotografia delle giovani donne italiane scattata attraverso le rilevazioni periodiche sulle forze lavoro e le indagini multiscopo realizzate e già rese note nel 2009 -2010, da ultima quella sull’uso del tempo nelle coppie.
Il dato generale sull’occupazione femminile dice che a inizio 2011 siamo tornati sui livelli della primavera del 2006. Dopo un trend positivo, anche se molto lento, dal 2004 al 2008, quando l'occupazione femminile toccò il record dal 47,7%, il dato negli ultimi due anni è andato inesorabilmente peggiorando. Le donne, che sembravano aver retto meglio di fronte alla crisi, stanno, invece, subendo le conseguenze di un’economia che stenta a ripartire, tanto che la disoccupazione femminile viaggia al 9,8% e il tasso di inattività ha raggiunto il 48,6%.
Focalizzando lo sguardo sulla popolazione tra i 18 e i 29 anni, il tasso di occupazione femminile è pari al 35,4%, contro il 48,6% dei maschi, 13 punti in meno. Solo per le laureate il tasso di occupazione è simile a quello dei coetanei (47,7% contro 48,8%). Lo svantaggio si rileva per tutte le aree geografiche, anche se le giovani del Nord presentano un tasso di occupazione più che doppio rispetto a quelle del Sud (47,2% contro 21,9%), divario che si manifesta anche per le laureate. Il tasso di disoccupazione arriva al 33,1% al Sud, dove anche quello maschile è alto (28,4%). Il tasso di inattività femminile è al 55,1%, contro il 44,4% dei coetanei maschi; le giovani che non studiano e non lavorano sono il 29,9%, un valore molto più alto di quello maschile (22,9%).
L'Istat rileva inoltre che le giovani donne hanno più spesso un lavoro a tempo determinato (34,8% contro 27,4%). e soprattutto un lavoro part-time (31,2% contro 10,4%), spesso involontario: infatti, il 64% delle giovani impiegate a tempo parziale lo fa perchè non ha trovato un lavoro a tempo pieno.
Il fenomeno del sottoutilizzo della forza lavoro femminile è in continuo aumento negli ultimi anni: possiedono infatti un titolo di studio più elevato di quello richiesto dalla posizione lavorativa il 34,8% delle ragazze, cinque punti in più del 2005, due punti più dei loro coetanei. Non è quindi sufficiente avere ormai staccato l’altro sesso dal punto di vista dell’istruzione: le laureate sono infatti il 14,9% delle giovani contro il 9,4% dei maschi, quelle che stanno frequentando un percorso di istruzione ben il 37,6% contro il 30,7%.
Questo divario di genere emerge con chiarezza dal rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati presentato nel 2010 per la tredicesima edizione da Almalaurea, il consorzio delle Università italiane. A cinque anni dalla laurea la distanza tra uomo e donna supera i 9 punti percentuali: lavorano 86 uomini su centro contro 77 donne. Il differenziale è in aumento rispetto a quello rilevato per lo stesso campione un anno dopo il conseguimento del titolo: all’epoca lavorava il 57% degli uomini e il 49% delle donne. I vantaggi della componente maschile sono tra l'altro confermati in tutti i percorsi di studio esaminati: il differenziale è massimo ad agraria (+17 punti a favore degli uomini), minimo nel chimico-farmaceutico (+1 punto). Inoltre, rivela il rapporto, a cinque anni dalla laurea gli uomini guadagnano più delle loro colleghe: il gap, pari al 30%, è dato da 1.519 euro medi contro 1.167. Gli uomini risultano avvantaggiati anche rispetto al tipo di lavoro svolto: a identica tipologia contrattuale, guadagnano costantemente di più, con percentuali che oscillano dal 10,5% tra i lavoratori con contratto di inserimento al 23% tra i laureati con un contratto stabile.
Per allargare la visione all’Unione europea e alla totalità della popolazione femminile, giungono a proposito le statistiche Eurostat sul lavoro femminile e il diverso grado di pari opportunità nei 27 Paesi, anch’essi diffusi a ridosso dell’8 marzo.
Il cuore dell’analisi è il rapporto tra lavoro e cura dei figli, quale appare incrociando i dati sull’occupazione e quelli sullo status familiare. Una conciliazione sempre difficile, ma che negli ultimi anni è andata peggiorando in quasi tutti i Paesi europei, e che vede l’Italia sempre più nettamente agli ultimi posti.
Se in Europa lavora il 75,8 per cento delle donne senza figli, con in testa Germania (81,8) e Finlandia (83,2), in Italia questo valore scende al 63,9%, davanti solo a Malta. Per le donne con un figlio la situazione peggiora ovunque: media Ue 71,3; Francia 78; Gran Bretagna 75, Grecia 61,3, Italia 59 e Malta 45,7. Madri con 2 figli: media Ue 69,2, Belgio 77,2, Francia 78, Slovenia 89, 1, Finlandia 83,3, e così via; l’Italia ha 54,1. Madri con 3 figli o più: media Ue 54,7, Belgio 61,7, Olanda 71,3; l'Italia precipita al 41,3.
Tirando le somme, ovunque la donna lavora meno dell'uomo, e in tutta la zona Euro l'occupazione femminile è calata in media dello 0,6% dal 1999 al 2009, ma in Italia è calata ancor di più: -1,2%.
Lo stesso dicasi per il tasso di inattività economica: hanno rinunciato a cercare un'occupazione nella Ue 8,7 milioni di uomini e 23,4 milioni di donne, rispettivamente l'8,2% e il 22,1% del totale a fine 2009. Ma anche qui, grandi differenze: per le donne, il tasso di inattività era bloccato al 13% in Svezia o in Danimarca, ma volava al 35,5% in Italia.
Un’analisi più di dettaglio mostra però comportamenti diversi in alcuni paesi. In Olanda, Finlandia, Ungheria, la tendenza sembra invertirsi quando al primo figlio ne segue un secondo, o un terzo; l'ipotesi è che la giovane madre, dopo un anno di assestamento, riesca grazie all’apporto del partner, di altri parenti e dei servizi di cura, a trovare un equilibrio che le permette di affrontare il doppio impegno. Ma vi sono anche nazioni, come il Belgio o la Slovenia in cui il tasso di occupazione femminile resta invariato anche con uno o due bambini e comincia a calare soltanto dopo il terzo figlio: non a caso, si tratta di paesi dove è maggiore la diffusione e la qualità dei servizi all’infanzia.
Solo per quanto riguarda le retribuzioni, secondo Eurostat, l'Italia risulta il paese in cui la differenza tra uomini e donne è meno ampia della media, ma se meno di una donna su due lavora questo dato perde parte del suo valore positivo.
Anche perchè il report sottolinea quanto sia diverso il percorso degli uomini con famiglia, che lavorano maggiormente se hanno figli a carico: uomo con un figlio, media Ue 87,4% (Italia 88%); uomo con due figli, media Ue 90,6 (Italia 91,1); uomo con tre o più figli, media Ue 85,4 (Italia 87,7). Ancora una volta l'Europa declinata al maschile sembra offrire una vita più facile, o meno faticosa. Ci sono elementi per ripensare qualcosa delle politiche comunitarie e nazionali per l’occupazione?