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Moglie costretta a troppi rapporti sessuali? È violenza

29 giugno 2009


Una sentenza della Corte di Cassazione si esprime a favore di mogli e conviventi costrette a troppi rapporti sessuali contro la propria volontà, equiparando l’imposizione da parte dell’uomo alla violenza sessuale.






Un marito non può costringere la moglie a troppi rapporti sessuali quando lei non ne ha voglia, altrimenti commette violenza sessuale. Lo ha appena stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza 26345, affermando che l’uomo deve capire il dissenso della donna anche se espresso con gesti e non a parole.
Nello specifico, la terza sezione penale della Suprema Corte ha confermato la condanna a sei anni e quattro mesi di reclusione di un uomo di Novara che pretendeva dalla moglie “prestazioni sessuali oltre il desiderio della stessa”. La donna aveva infatti riferito di avere anche rapporti sessuali consenzienti, ma che talvolta “le erano richieste prestazioni con frequenza troppo elevata che non gradiva”.
“Qualsiasi forma di costrizione costituisce violenza sessuale” ha stabilito la sentenza.
Con il ricorso, l’uomo, già condannato dalla Corte d’Appello di Torino il 22 settembre 2008, aveva cercato di alleggerire la sua posizione sostenendo di aver commesso, al massimo, il reato di maltrattamenti. Senza riuscirci. La Cassazione gli ha risposto che “in tema di reati contro la libertà sessuale integra la violazione dell’art. 609 bis del codice penale (violenza sessuale) qualsiasi forma di costringimento psicofisico idonea ad incidere sull’altrui libertà di autodeterminazione, dal momento che non esiste all’interno di un rapporto coniugale o paraconiugale un 'diritto all'amplesso', né conseguentemente il potere di esigere o imporre una prestazione sessuale”.
Tanto più che l’uomo “non si era limitato ad usare modalità irrispettose nei riguardi della moglie per ottenere le prestazioni, ma aveva messo in atto un vero e proprio regime dispotico connotato da vessazioni, arroganza, proibizioni ed imposizioni di ogni genere”. Come intimidire la moglie con un machete.
La decisione è particolarmente rilevante perché si estende anche ai rapporti “paraconiugali”, ossia alle convivenze. Non solo. Il dissenso della donna vale anche quando è silente. La Corte ha infatti sancito che “non ha valore scriminante il fatto che la donna non si opponga palesemente ai rapporti sessuali e li subisca, quando è provato che l’autore, per le violenze e minacce poste ripetutamente in essere nei confronti della vittima, aveva la consapevolezza del rifiuto implicito della stessa agli atti sessuali”.
Nel caso in esame, la vittima cercava di far desistere il marito a gesti, senza opporsi a voce o con forme di resistenza attiva per non spaventare i due figli.
Si tratta di una decisione importante per le donne, soprattutto per tre motivi: annovera la costrizione nel contesto della violenza sessuale; mette sullo stesso piano matrimonio e convivenza; esclude una volta per tutte che l’uomo abbia il diritto di soddisfare i propri impulsi contro la volontà della donna.