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Meno aborti nel mondo, ma pił insicuri

28 dicembre 2009

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Le interruzioni volontarie sono in calo, soprattutto nei paesi sviluppati. In oltre un terzo del mondo, continuano gli aborti clandestini che provocano 70mila vittime all’anno. Contraccezione, informazione e legalizzazione sono i mezzi per tutelare la salute delle donne ma anche per contrastare realmente il ricorso all’aborto.

 

 

Sul sito Neodemos un osservatorio indipendente che si occupa di fenomeni demografici, Massimo Livi Bacci, docente della Facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" dell'Università di Firenze, analizza alcuni dati su scala mondiale relativi all’interruzione di gravidanza. L’articolo, significativamente intitolatoL’aborto nel mondo: buone e cattive notizie, sottolinea in particolare la tendenza positiva al minore ricorso all’aborto soprattutto nei paesi sviluppati, ma anche i preoccupanti aspetti sanitari dovuti alle legislazioni di molti stati che criminalizzano le donne e le costringono alla clandestinità.

 

Dal punto di vista normativo e culturale, si possono distinguere tre tipologie di situazioni.
In molti paesi del mondo si ritiene che l’interruzione volontaria della gravidanza non debba essere un metodo di regolazione delle nascite, ma possa essere tollerato e/o regolato, per evitare che venga praticato in forma clandestina e incontrollata con grave rischio per l’incolumità e la salute della donna. Si tratta della maggioranza dei paesi occidentali, dell’ex blocco sovietico e della Cina, paesi in cui vivono oltre 600.000 donne in età fertile, circa il 40% del totale, e in cui generalmente l’unica restrizione è un limite temporale di gestazione (di solito fino al terzo o quarto mese di gravidanza, in qualche caso anche il sesto).
In altri stati, l’aborto è rigorosamente proibito, con limitate eccezioni in caso di grave pericolo per la sopravvivenza della donna, o se la gravidanza è conseguente a una violenza: è una situazione che riguarda la maggior parte dei paesi africani, arabi, sudamericani e l’Irlanda, in tutto il 27% della popolazione.
Un terzo delle donne del mondo vive in una condizione intermedia: l’aborto è ammesso per salvare la vita della madre, per proteggerne la salute fisica o mentale e per seri motivi socioeconomici (tra i maggiori paesi l’India, la Polonia e la Spagna, dove però è stata approvata pochi giorni fa alla Camera dei Deputati una legge che lo permetterà fino al terzo mese). Dunque la legislazione varia enormemente, dalla libera scelta alla proibizione assoluta, senza grandi mutamenti dopo l’ondata di liberalizzazioni negli anni settanta-ottanta, anche se nel corso dell’ultimo decennio una ventina di paesi ha introdotto norme meno restrittive.

 

La questione è ovviamente complessa e delicata, con implicazioni etiche e religiose, giuridiche, sociali. Dal punto di vista demografico, l’aborto è evidentemente connesso con il controllo delle nascite: nei manuali si legge che “è un metodo inefficiente di regolazione delle nascite, ma quando la motivazione a limitarle è alta e le conoscenze sui metodi contraccettivi sono scarse, diventa una via ampiamente percorsa”. E quando la legge lo vieta e prevede sanzioni, il costo umano e sociale è molto alto, perché gli interventi vengono fatti da personale non qualificato, con procedure rischiose, in ambienti clandestini e insicuri.

 

Nel 1995, secondo le stime dell’autorevole Guttmacher Institute , riportate in un articolo di Susheela Singh sulla rivista medica Lancet, vi furono 45,5 milioni di aborti al mondo, a fronte di 134 milioni di nati, col rapporto di un aborto ogni 2,9 nascite. Nel 2003, data della più recente stima, il numero degli aborti era sceso a 41,6 milioni ed il numero delle nascite era rimasto approssimativamente invariato, con un rapporto aborti/nascite salito a 3,2.
Tuttavia, per una migliore analisi del fenomeno, si usa ricorrere a tassi di abortività (aborti per 1000 donne in età tra 15 e 45 anni).
Il numero degli aborti - e i tassi di abortività corrispondenti - sono scomposti in “sicuri” e “insicuri”. Gli aborti insicuri sono definiti dalla OMS (Organizzazione Mondiale della Salute) come quelli eseguiti da persone sprovviste delle necessarie qualifiche o eseguiti in ambienti che non si conformano ai minimi standard sanitari. La gran parte degli aborti “sicuri” avvengono in paesi dove l’interruzione di gravidanza può avvenire legalmente.
Tra il 1995 e il 2003, il tasso di abortività è sceso, nel mondo, dal 35 a 29 per mille: la diminuzione è dovuta, soprattutto, all’abortività “sicura” (da 20 a 15 per mille), mentre quasi invariata è rimasta quella “insicura” (da 15 a 14 per mille). Il tasso globale è sceso maggiormente nei paesi più sviluppati (da 39 a 26 per mille) che non in quelli meno sviluppati (da 34 a 29 per mille).

In Europa la situazione è assai variegata. Nella media del continente il tasso è diminuito di 20 punti (da 48 a 28 per mille), un calo dovuto soprattutto all’Europa Orientale, dove l’aborto a metà degli anni ’90 aveva assunto livelli epidemici, un vero e proprio sostituto della contraccezione. La riduzione è stata sensibile anche nell’Europa Meridionale (da 24 a 18 per mille), mentre il fenomeno è rimasto sostanzialmente stabile nei quadranti occidentale e settentrionale.
L’Italia si pone ai livelli più bassi, sotto la media dei paesi dell’Europa Occidentale. Nel lungo periodo, la diffusione delle conoscenze e l’accessibilità dei metodi di regolazione delle nascite determina una compressione del ricorso all’aborto. E’ ciò che è avvenuto nel nostro paese nel trentennio di vigenza della legge 194, con un declino del tasso di abortività dal 17 al 9 per mille.

 

La diminuzione degli aborti e l’aumento del ricorso a metodi contraccettivi sono ovviamente due fenomeni tra loro correlati e unanimemente giudicati positivi. Le indagini approfondite indicano che quasi ovunque sono in diminuzione le gravidanze “non pianificate”, cioè quelle che più facilmente provocano il ricorso ad una interruzione volontaria.
Ma ci sono altri aspetti assai meno incoraggianti nella recente evoluzione del fenomeno: come si è visto, la riduzione degli aborti riguarda quasi esclusivamente le interruzioni considerate “sicure”, che avvengono per lo più in paesi con una legislazione che non criminalizza il fenomeno, mentre quelle cosiddette “insicure” sono diminuite di pochissimo. In due interi continenti, Africa e America Latina, quasi tutti gli aborti sono insicuri. Le conseguenze di questa crescente disparità, che in buona parte coincide con quella tra paesi ricchi e poveri, sono drammatiche: l’OMS stima che ogni anno 70.000 donne muoiono per aborto e come conseguenza 220.000 bambini restano orfani di madre, in massima parte nei paesi in via di sviluppo; 8 milioni di donne soffrono complicanze e solo 5 milioni tra queste ricevono cure mediche adeguate. Molti dati confermano il legame tra questi numeri tragici e le condizioni di clandestinità in cui avvengono le interruzioni. Il monitoraggio effettuato in Sud Africa, dove nel 1996 l’aborto è stato legalizzato, indica una diminuzione della mortalità di oltre il 50% in dieci anni, nonostante le disuguaglianze sociali presenti in quel paese.


Si può quindi ribadire, alla luce dei dati scientifici, che diffusione della contraccezione, maggiore informazione e legislazioni non punitive sono i mezzi più efficaci per ridurre la diffusione dell’aborto, mentre le legislazioni restrittive non incidono sul numero delle interruzioni di gravidanza e provocano danni alla salute delle donne. Tuttavia, come sottolinea a conclusione del suo articolo il prof. Livi Bacci, per ridurre la mortalità e i danni permanenti alle donne anche nei paesi dove l’aborto è proibito, sarebbe necessario almeno rendere non perseguibili le donne che hanno bisogno di cure per complicanze postabortive e che adesso vengono private di un soccorso competente.

 

Il testo dell’articolo, dal sito Neodemos

Lo studio di Susheela Singh sugli aborti nel mondo (in inglese) (PDF, 1 MB)

Le legislazioni sull’aborto nel mondo, da Wikipedia