26 febbraio 2010

In Italia, la conciliazione tra tempi di lavoro e di vita è ancora una questione annosa, soprattutto per le donne. Una ricerca di Manageritalia ricorda come siano ancora tante le lavoratrici che abbandonano il loro posto dopo la maternità. Troppe. Responsabilità anche di servizi e politiche inadeguati?
Lavoro e maternità. Binomio che ancora non funziona, in Italia. A dirlo è l’ennesima ricerca, questa volta di Manageritalia, che ha elaborato dati diffusi da Istat e Isfol. Numeri che parlano chiaro: oltre un quarto (per la precisione, il 27%) delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la maternità. Se infatti prima della nascita dei figli lavorano 59 donne su 100, dopo continuano solo 43.
Un dato desolante, soprattutto se confrontato col resto d’Europa, dove il percorso lavorativo femminile è a “U”, cioè in discesa nei primi tre anni di vita del bambino, ma in risalita in seguito, mentre in Italia il tasso di occupazione continua a calare anche al crescere dell’età dei figli.
Nel 90% dei casi di uscita, spiega lo studio di Manageritalia, la motivazione principale dell’abbandono dell’impiego è legata alle esigenze di cura dei figli, anche perché molto spesso il rientro dopo la maternità costituisce un momento particolarmente critico del rapporto tra lavoratrice e impresa, con il rischio di mobbing se non addirittura di un’induzione a lasciare l’attività.
Perché, se l’occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni è di oltre 12 punti inferiore a quella europea (46,1% contro 58,7% nel terzo trimestre 2009), significativa è soprattutto la tendenza a lasciare l’impiego da parte delle neomamme. Tra i 25 e i 54 anni, secondo dati Eurostat 2008, le donne senza figli in Italia lavorano in due casi su tre (65% contro 76,7% dell’Unione europea a 27), mentre se ne hanno tre o più la percentuale scende al 42,6%. Con un figlio, le lavoratrici sono il 60,6%, mentre con due scendono al 54,8% (-15,7% a fronte del -9,8% dell’Ue a 27).
Le famiglie dove lavora solo l’uomo sono oltre un terzo (37,2%), contro una media europea del 24,9%:in termini di partecipazione al lavoro, un gap ancora più profondo rispetto ai Paesi più evoluti a livello socioeconomico.
Scendendo più nel dettaglio, la probabilità di lasciare il lavoro è più alta tra le madri sotto i 24 anni (ben il 72%), tre le meno istruite (68% di quelle che hanno la licenzia media contro il 24,5% delle laureate) e tra le precarie, ma l’abbandono del posto è legato anche alla difficoltà nel trovare servizi adeguati all’infanzia e all’assenza di nonni disponibili a fare da baby sitter. Non a caso, la probabilità di lasciare si dimezza nelle Regioni in cui c’è maggiore disponibilità di asili nido pubblici.
Nel settore pubblico il “rischio-abbandono” scende al 25%, mentre nel privato riguarda soprattutto le operaie (37,6%) e poi via via a scendere per chi ha un ruolo manageriale (12,9%). Tuttavia, dicono i dati di Manageritalia, se anche le donne manager tendono a rimanere al loro posto, quando diventano mamme sono quasi sempre costrette ad abbandonare la aspirazioni di carriera, soprattutto per perdita di influenza a ruolo.
I soliti problemi di conciliazione, quindi, che possono incidere sul basso tasso di natalità, ulteriormente sceso dall’1,42 del 2008 all’1,41 nel 2009, senza considerare che a sostenerlo sono soprattutto le donne immigrate.
Un problema ancora figlio della diversa qualità e quantità di servizi. Lo esemplificano bene Daniela Del Boca e Alessandro Rosina su Lavoce.info, studiando i due casi estremi della Campania e dell’Emilia Romagna, con un tasso di occupazione femminile rispettivamente del 27,3 e 62,1%. Se, in 15 anni, la Campania è passata un numero medio di 1,51 figli per donna a 1,42, l’Emilia Romagna ha invertito la rotta in positivo, salendo da 0,97 a 1,48. Una correlazione non di poco conto: la fecondità cala nella regione in cui l’occupazione femminile è più bassa e viceversa. E, se si aggiunge che l’Emilia Romagna offre un numero di asili nido tale da raggiungere quasi gli obiettivi europei, mentre la Campania è tra le regioni con il più basso numero di posti offerti, evidenzia ancora una volta come politiche adeguate, complessive, strutturali e non “una tantum”, possano aiutare partecipazione delle donne al mercato del lavoro e maternità a crescere insieme, anche in anni difficili come questi.
Ancora ritardi per il sostegno alle famiglie, pubblicato su Lavoce.info il 26 gennaio 2010
La solitudine delle famiglie italiane, pubblicato su Lavoce.info il 10 luglio 2009