
La Cassazione ha stabilito che i maltrattamenti all’interno di una coppia sono maltrattamenti in famiglia anche se i due non convivono, ma ha anche deciso che non risponde di maltrattamenti chi aggredisce il partner dal carattere forte.
Nel giro di pochissimi giorni, in tema di maltrattamenti in famiglia, la Corte di Cassazione ha compiuto due passi in direzione opposta.
Prima infatti, con la sentenza n. 24668 del 30 giugno 2010, la quinta sezione penale ha stabilito che i maltrattamenti all’interno di una coppia devono essere considerati maltrattamenti in famiglia anche se i due non convivono.
Poi, con la sentenza n. 25138 del 2 luglio 2010, la sesta sezione penale ha stabilito che non risponde di maltrattamenti chi aggredisce il partner dal carattere forte e che non risulta intimorito psicologicamente dalle ingiurie, minacce e percosse.
Nel primo caso, la Suprema Corte ha accolto il ricorso di una donna di Bologna, che ha impugnato la sentenza con cui la Corte d’Appello del capoluogo emiliano escludeva la sussistenza del reato di maltrattamenti in famiglia non avendo ravvisato uno stabile rapporto di comunità familiare tra l’imputato e la parte offesa, nonostante i due avessero una relazione sentimentale e la donna frequentasse assiduamente la casa del compagno.
Per la quinta sezione penale, non è necessaria la convivenza della coppia affinché possa configurarsi il reato di maltrattamenti in famiglia. Tra i due vi era una relazione, sia lui che lei frequentavano con regolarità le reciproche abitazioni, anche trattenendosi a dormire, e questo bastava a definire le botte subite dalla ragazza non come semplici lesioni, ma come maltrattamenti in famiglia. I giudici di legittimità hanno quindi concluso che “ai fini della configurabilità del reato di maltrattamenti in famiglia non è necessaria la convivenza o coabitazione, essendo sufficiente che intercorrano relazioni abituali tra il soggetto passivo e quello attivo, dal momento che oggetto di tutela dell’art. 572 del codice penale sono le persone della famiglia, ove per famiglia non si intende soltanto un consorzio di persone avvinte da vincoli di parentela naturale o civile, ma anche una unione di persone tra le quali, per intime relazioni e consuetudini di vita, siano sorti legami di reciproca assistenza e protezione e di solidarietà”.
A un passo avanti, ne segue subito dopo uno indietro. Una decisione in base alla quale le mogli vittime di maltrattamenti, che però hanno un carattere forte e non si lasciano intimorire dall’atteggiamento violento del marito, potrebbero denunciare il marito per niente.
Nel caso in esame, la Cassazione si è espressa su un ricorso presentato da un uomo condannato in primo grado dal tribunale di Sondrio alla pena condizionalmente sospesa di 8 mesi di reclusione, sentenza confermata dalla Corte di appello di Milano, per avere con continue ingiurie, minacce e percosse, maltrattato la moglie dal 2001 al 2003, a Livigno.
Partendo dal presupposto che, “Perché sussista il reato di maltrattamenti in famiglia occorre che sia accertata una condotta (consistente in aggressioni fisiche o vessazioni o manifestazioni di disprezzo) abitualmente lesiva dell’integrità fisica e del matrimonio morale della persona offesa, che, a causa di ciò, versa in una condizione di sofferenza”, nel caso in esame la Cassazione ha accolto il ricorso del marito, annullando la pena alla reclusione.
Per la Suprema Corte, infatti, lo “stato di tensione” tra i coniugi e lo “stato di sofferenza” della moglie sono stati ritenuti, dai giudici di merito significativi di una condotta abituale di sopraffazione da parte del marito, mentre i fatti incriminati “appaiono risolversi in alcuni limitati episodi di ingiurie, minacce e percosse nell’arco di circa tre anni”, che non rendono la condotta di sopraffazione abituale.
A maggior ragione considerando che, “come puntualizzato dalla Corte di appello”, la “condizione psicologica” della moglie, “per nulla ‘intimorita’ dal comportamento del marito, era solo quella di una persona ‘scossa… esasperata… molto carica emotivamente”.
Detto in altri termini, se la donna maltrattata dal marito è scossa, ma non intimorita e dimostra di avere un carattere forte, gli episodi di maltrattamento hanno minor peso, e non rientrano tra i maltrattamenti in famiglia se la condotta non ha i caratteri dell’abitualità.
Ma è davvero possibile valutare un maltrattamento sulla base del carattere della donna maltrattata? Valutare in questo modo una forma di violenza in famiglia non rischia di spianare la strada al violento?