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Le imprenditrici terziarie resistono alla crisi

15 dicembre 2009

Sono una delle poche note positive contenute nel rapporto Censis 2009, che descrive una società italiana in apnea e testardamente replicante. Ma le capacità innovative delle donne nelle imprese sono una risorsa per costruire il futuro.

 

 

 

 

 

Se il 2008 era l’anno della crescita femminile nella società e nell’economia italiana, il quadro offerto dal 2009 è quello di una società testardamente replicante in cui la crisi riduce gli spazi per il cambiamento in tutti i campi, compreso quello dei rapporti tra i generi.
Il Rapporto Censis, che affronta ogni anno l'analisi e l'interpretazione dei più significativi fenomeni socioeconomici del Paese, è giunto alla sua quarantatreesima edizione, quella dell’anno più difficile almeno sotto il profilo economico. E descrive una società in apnea, che resiste ma ripropone il tradizionale modello adattativo-reattivo. Quel non saremo più come prima che all’inizio della crisi dominava la psicologia collettiva si è mutato in un siamo sempre gli stessi.
Si legge nel rapporto che non abbiamo esasperato il primato della finanza sull’economia reale, le banche hanno mantenuto un forte aggancio al territorio, il sistema economico è caratterizzato da una diffusissima e molecolare presenza di piccole aziende, il mercato del lavoro è elastico (si pensi al sommerso) e protetto (si pensi al lavoro fisso e agli ammortizzatori sociali). Ma le disparità sociali e territoriali si accentuano; sempre più gli italiani si concentrano sulle soluzioni di breve respiro, piuttosto che sulla programmazione a lungo termine, e questo vale per le famiglie, per le imprese e anche per il governo della cosa pubblica.
Nella psicologia collettiva “c’è nel profondo un dolente mix di stanchezza e vergogna per i tanti fenomeni di degrado valoriale, o almeno comportamentale, che caratterizzano la vita del Paese” e c’è di conseguenza la speranza di uscirne, con una propensione a pensare al dopo, a una società capace di migliorarsi, ma senza fiducia nell’immediato: si guarda alle culture del passato o a un indefinito futuro.
Il Censis evidenzia tuttavia alcuni processi di trasformazione che preparano il dopo: la dura ristrutturazione del settore terziario, giunto al termine di una fase espansiva probabilmente sovradimensionata rispetto ai bisogni e alle disponibilità del paese, e il “silenzioso sfarinamento del lungo ciclo dell’individualismo”, ideologia dominante dell’ultimo quarto di secolo e oggi sempre meno capace di risolvere i problemi della complessità e l’esigenza di coesione sociale e valori condivisi.

In questo affresco, come sempre articolato e minuzioso, si può comunque trovare qualche nota positiva. Secondo il rapporto, le donne imprenditrici del settore terziario costituiscono il vero elemento innovativo nel contesto dell’occupazione femminile degli ultimi decenni.
Due imprenditrici su tre in Italia appartengono a questo macrosettore, e sempre più sono proiettate su settori un tempo monopolizzati dagli uomini, come la logistica (il 17% delle donne imprenditrici), i servizi professionali intellettuali (12,1%) o il turismo (12%). Dal secondo trimestre del 2004 allo stesso periodo del 2009 gli imprenditori nel complesso sono diminuiti del 4,1% e quelli del terziario del 3,2%, mentre le imprenditrici terziarie sono scese solo dell’1,3%, mostrando una più alta capacità di contrasto alla crisi.
La tendenza delle imprenditrici terziarie, inoltre, è quella di abbandonare rispetto al passato la forma giuridica della ditta individuale per scegliere forme societarie più complesse, come la società di persone: un maggior grado di organizzazione e di capacità imprenditoriali che è frutto anche del contestuale aumento medio del tasso di scolarizzazione. Al giorno d’oggi, infatti, non è difficile imbattersi in imprenditrici con un curriculum personale che include una laurea, magari con il massimo dei voti, ed un master con indirizzo compatibile con l’impresa di cui è a capo. E anche fra gli adulti occupati si osserva una maggiore propensione delle donne a partecipare a iniziative formative (il 7,9% contro il 5,5% degli uomini).

Una sezione del rapporto analizza la situazione demografica, sottolineando il dato ben noto del tasso di fecondità tra i più bassi d’Europa: il numero di nati per 1.000 donne in età fertile nel 2007 è pari a 40,3 contro 41,9 per 1.000 in Grecia, 43,1 in Spagna e 54,8 in Francia. Dopo il primo figlio, mediamente partorito in età relativamente avanzata, molte madri italiane non ne hanno altri pur desiderandoli: il 20,6% per motivi economici, il 9,5% a causa del lavoro. Secondo l’analisi, il sistema di tutele della maternità appare complessivamente inadeguato e troppo legato al vincolo della condizione professionale. Dai dati disponibili (al 2005) emerge che il 55,2% delle madri che avevano avuto un figlio era costituito da donne occupate: a loro è spettato l’84% delle prestazioni economiche per la maternità, pari mediamente a poco meno di 5.000 euro. Ma alle disoccupate (il 5,2% delle madri) è spettato il 2,1% dell’importo e a quelle in condizione non professionale (il 39,6% delle madri) il 13,9% delle prestazioni, pari a circa 1.137 euro (assegni di maternità erogati per le donne disoccupate e in condizione non professionale).