L’ultimo libro di Daniela Del Boca e Alessandro Rosina ha un titolo eloquente: Famiglie sole analizza i primati negativi dell’Italia sul fronte sociale e il modo in cui le carenze di un welfare inefficiente rendono la vita difficile alle famiglie.
Solitudine. Frutto del fallimento di un sistema di welfare obsoleto per uno dei Paesi avanzati, le cui “pecche” ricadono sulle famiglie.
“Le grandi democrazie europee da tempo aiutano le famiglie a crescere i giovani, assistere gli anziani e a creare ricchezza sostenendo il lavoro delle madri e di tutte le donne. Una tradizione che non esiste in Italia dove le famiglie sono sempre più sole, prive di quel sostegno che migliorerebbe la qualità della vita e favorirebbe lo sviluppo”. Di questo si occupa il libro Famiglie sole – Sopravvivere con un welfare inefficiente, scritto da Daniela Del Boca, professoressa di Economia all’Università di Torino, e Alessandro Rosina, professore di Demografia all’Università Cattolica di Milano, recentemente uscito per le edizioni Il Mulino.
Il saggio, agile quanto ricco, presenta un mix di riflessioni condivise dai due autori e di dati tratti da ricerche internazionali che dimostrano come le carenze dello Stato sociale in Italia abbiano portato le famiglie ad abituarsi a fare da sé, a tal punto da“aver consolidato quasi una resistenza mentale nel pensarsi come destinatarie da parte pubblica di aiuti e servizi”.
Il problema risiede in tre squilibri, definiti “tre G”: di genere, generazionale, e geografico. “Rispetto agli altri paesi europei, qui sono maggiori le disuguaglianze tra uomini e donne, e più rilevanti le ingiustizie nei rapporti tra le generazioni. Anche le disparità territoriali si sono recentemente acuite”.
Dal libro emerge che l’Italia è uno dei Paesi caratterizzati dal maggior invecchiamento, a cui si aggiungono bassa occupazione di giovani e donne e bassa fecondità: il risultato è che il rapporto tra anziani produttivi e occupati è di uno su due. Una situazione destinata a mandare in crisi le famiglie, dato che per anni si sono arrangiate con le cosiddette reti informali, basate per lo più sul mutuo soccorso tra familiari.
L’invecchiamento porta a un aumento della domanda di cura e assistenza degli anziani, senza contare che la spesa per la protezione sociale è destinata a essere ancora più sbilanciata verso pensioni e sanità, rendendo difficile un maggiore investimento su asili nido, congedi parentali, orari flessibili, concreti aiuti economici per le coppie con i figli. Il che, in un vero e proprio circolo vizioso, condiziona a sua volta l’occupazione femminile, perché spesso sono proprio le donne ad aver maggiori problemi di conciliazione tra lavoro e famiglia.
Il terzo elemento, quello geografico, riguarda il Sud, una delle aree europee “con il peggior rapporto tra anziani inattivi e persone occupate” e un calo demografico che perdura da anni.
Parlare di assistenza agli anziani “fai da te”, oggigiorno, evoca immediatamente la figura della badante. Anche di questo aspetto parlano Del Boca e Rosina parlano, partendo dall’indagine Galca – Gender Analyses and Long Term Care Assistance (PDF, 206 KB), realizzata nell’ambito di un progetto promosso dalla Commissione europea e coordinato dalla Commissione europea e coordinato dalla Fondazione Giacomo Brodolini, che ha confrontato Italia, Danimarca e Irlanda, analizzando costi, strutture e responsabilità familiari. “Nei primi due paesi – scrivono – più del 90 per cento degli anziani viene assistito a domicilio o in appartamenti attrezzati, mentre l’Irlanda registra una quota di assistiti in ‘istituti’ – case di riposo o residenze sanitarie – superiore al 20 per cento. Quando l’assistenza è a domicilio, però, in Italia è quasi esclusivamente un familiare, prevalentemente donna, che si fa carico degli anziani, mentre in Danimarca è il servizio pubblico”.
Il fatto che l’assistenza sia a carico delle famiglie spinge molte di loro ad avvalersi di badanti, per lo più immigrate. “In Italia troviamo infatti il maggior numero di lavoratori stranieri impegnati in quelli che statisticamente vengono chiamati ‘servizi alle famiglie’: il 10,8 per cento del totale, contro l’1,2 per cento del Regno Unito e l’1,9 per cento degli Stati Uniti”. Secondo una stima prudente, la badanti, da sole, “sono complessivamente 700mila, delle quali almeno 300mila senza permesso di soggiorno. Va detto che larga parte degli stranieri che lavorano nel nostro Paese, a causa dei vincoli della legge vigente, entra comunque in Italia in modo irregolare. La successiva regolarizzazione per chi trova un impiego presso una famiglia non è però né semplice e né scontata. Una condizione che rimane quindi problematica e instabile, a svantaggio di tutti”.
Quindi, per molte famiglie, risolvere il problema dell’assistenza in questo modo ne produce un altro, legato alla “lunga e complicata procedura per sanare la situazione di irregolarità della colf o badante attraverso la lotteria del decreto flussi che fissa quote limitate”. E la legge non aiuta: “Ora, il ddl sicurezza rende le cose, se possibile, ancora più dolorose e complicate con la norma che punisce a titolo di reato l’ingresso e il soggiorno illegale degli stranieri”.
Famiglie sole non si basa però solo su dati economici e sociali, ma parla anche della necessità di un nuovo modello culturale: “Occorre adottare politiche lungimiranti, che non si limitino a mettere semplici toppe alle falle più evidenti, ma piuttosto precorrano le esigenze dei cittadini, promuovendo l’autonomia dei giovani, aiutando le scelte delle coppie, favorendo l’integrazione degli immigrati e delle seconde generazioni. È solo con un’azione chiara e incisiva su questi fronti che si riuscirà a trasformare quelli che oggi vengono visti come potenziali ostacoli alla crescita in risorse da valorizzare e in opportunità di sviluppo”.