L’Osservatorio di Confartigianato conferma la propensione delle donne italiane al lavoro autonomo, più che in altri paesi europei. Ma conciliare lavoro e famiglia spaventa più della crisi, per la carenza di servizi e le rigidità del mercato del lavoro. Un aiuto può venire dal credito, anche grazie a un nuovo protocollo di intesa con le casse artigiane.
Subito dopo i dati di Unioncamere, arriva un’altra conferma: la crisi non ha sconfitto la voglia delle donne di fare impresa. E un dato confortante: l’Italia ha il maggior numero di imprenditrici e di lavoratrici autonome tra tutti i paesi europei, anche se è notoriamente il fanalino di coda per tassi di occupazione femminile. A giugno 2009 il nostro Paese registra più di un milione e mezzo di lavoratrici indipendenti, contro 1.278.000 della Germania, 1.078.900 nel Regno Unito, 952.400 in Spagna e 767.100 in Francia. In particolare, tra il 2007 e il 2008, le donne a capo di imprese artigiane sono aumentate dello 0,8%, raggiungendo il numero di 365.913, oltre il 15% del totale.
Questa la fotografia delle imprese guidate da donne scattata dall’Osservatorio di Confartigianato sull’imprenditoria femminile, presentato durante la XI Convention di Confartigianato Donne Impresa, movimento che rappresenta le esigenze e tutela gli interessi delle imprenditrici artigiane e vanta circa 80.000 aderenti. La manifestazione si è tenuta il 28 e 29 ottobre a Roma con il titolo Donne e impresa. Volàno per la ripresa economica. L'evento ha cercato di mettere a fuoco se e come i processi di cambiamento operati dalla crisi economica possano favorire l'instaurarsi di reazioni positive nelle aziende, aprendo spazi all'innovazione e alla conciliazione, oltre a indagare le dinamiche congiunturali e tendenziali dell'imprenditoria femminile artigiana.
E la tendenza almeno di lungo periodo appare positiva. Dal 2000 al 2007 le cariche occupate da donne sono aumentate del 7,2%, contro il 4,4% di quelle maschili. Tale crescita appare decisamente più rapida al Centro e nel Mezzogiorno, con tassi (1,3%) quasi doppi rispetto a quelli del Nord Italia (0,7%) e punte superiori al 2% in Lazio, Calabria e Puglia. In valori assoluti, però, le imprese artigiane al femminile si concentrano prevalentemente nel Nord, soprattutto in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Il Piemonte è al quarto posto, con 33.870 donne titolari di cariche in imprese artigiane, poco meno del 15% del totale, con un incremento di poco superiore all’1% nell’ultimo anno. Ma dalle stime della Confartigianato, le imprese artigiane di cui una donna è capo o unico titolare sono all'incirca un quarto del totale.
Il 47,7% delle artigiane è impegnato nel settore dei servizi alle persone, il 34,7% in quello manifatturiero con una spiccata prevalenza nei comparti del tessile-abbigliamento e dell’alimentare, l’11,3% nei servizi alle imprese.
Dall’indagine qualitativa, appare un punto di vista delle imprenditrici artigiane più cauto e problematico. Ad esempio, il 70% di loro ritiene che l’uscita dalla crisi avverrà non prima di 1 o 2 anni. E’ un quadro di determinazione e tenacia: pur con un calo del fatturato in quasi due terzi delle imprese, l’84% ha mantenuto stabile il livello di occupazione.
Più che la crisi, il grande problema che preoccupa le imprenditrici è sempre più la conciliazione tra l’impegno lavorativo e la cura della famiglia: lo dichiara l’82% delle intervistate.
Un problema talmente grave che l’88% ritiene impossibile assentarsi dal lavoro per dedicarsi ai figli o delegare ad altri le proprie mansioni nel periodo della maternità. Il 63% del campione è drastico: la passione per il lavoro costringe a rinunciare alla famiglia.
Le imprenditrici italiane hanno le idee chiare su cosa servirebbe per mettere d’accordo tempi di lavoro e cura della famiglia. Il 91% chiede di aumentare i servizi alla famiglia, come gli asili nido. L’85% è convinta che, se si risolvesse il problema della conciliazione, lavorerebbero più donne e circolerebbe più ricchezza per tutti.
Nelle richieste alla politica e alle istituzioni per favorire il lavoro imprenditoriale femminile spicca al primo posto la necessità di investimenti in servizi, indicata come prioritaria dal 25% delle imprenditrici, seguita dalle politiche di sostegno al reddito (17%). Tra le altre richieste un maggiore sostegno anche interno all’azienda, tramite la diffusione di forme contrattuali temporaneamente flessibili (indicata dal 23% delle imprenditrici), e la detassazione del lavoro femminile (14% delle risposte).
Nell'ambito dell'impresa artigiana, questo tema si arricchisce di alcune peculiarità: ad esempio, la mancanza di condivisione del lavoro di cura ha un riflesso su un problema molto delicato in questo settore, la cosiddetta successione generazionale, da cui dipende in larga misura la continuità del tessuto delle piccole imprese: “E’ un problema soprattutto culturale - spiega Alessia Zaninello, vicepresidente nazionale di CNA Impresa Donna - “spesso proprio in questo passaggio così delicato per una attività, il padre titolare dell’azienda, se non ha figli maschi, preferisce lasciare l’attività al marito della figlia e non direttamente a lei”.
Allargando il campo visuale, anche l'Osservatorio di Confartigianato evidenzia le contraddizioni del nostro paese, che se è il primo per diffusione della piccola impresa femminile, appare invece in grave ritardo rispetto alla media dell'Unione Europea rispetto a molti altri indicatori, come la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Il tasso di attività delle donne con più di 15 anni di età è del 38,7%, rispetto al 53,1% della media europea, e il lavoro femminile, sia autonomo che dipendente, è ostacolato dalle carenze dei servizi pubblici per sostenere le donne nella cura dei figli e dei familiari anziani.
Durante la convenzione è stato presentato anche un protocollo d'intesa sottoscritto da Confartigianato Donne Impresa e Artigiancassa, la banca di riferimento degli artigiani, finalizzato a individuare e sviluppare nuovi strumenti finanziari specificatamente dedicati all’impresa femminile e al sostegno di progetti di azioni positive a favore delle donne nelle piccole imprese.
La Presidente di Confartigianato Donne Impresa, Rosa Gentile, ha sottolineato la valenza innovativa del protocollo: “In questa fase di crisi per le piccole imprenditrici è estremamente utile poter contare su strumenti di accesso al credito mirati sulle loro specifiche esigenze, ad esempio per sostenere l’impresa nei periodi di sospensione dell’attività per maternità o per favorire l’autoimprenditorialità di donne espulse dal mercato del lavoro” e ha aggiunto: “Le imprenditrici che vogliono investire sono molte ma non è facile, sono ancora troppe le difficoltà che incontrano allo sportello, e questo crea disagio e paura.”
Gentile ricorda l'esperienza della legge 215, che “funzionava, pur con lentezza, ma non è stata rifinanziata” al termine del sesto bando tre anni fa, mentre lo stesso Patto di Lisbona si prefigge un obiettivo di occupazione femminile senza però dare spazio al lavoro autonomo, e conclude:“Basta con gli interventi spot, le misure a pioggia aiutano ma non risolvono. Ci vuole un modello nuovo, l'imprenditoria femminile va considerata come un investimento, non solo come una questione di pari opportunità”.