
Il dossier Il Sud e la condizione delle donne di Svimez – Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno fotografa una situazione grave: nel 2009, infatti, il tasso di occupazione femminile nel Sud è sceso al 30,6%, appena sopra la metà dell’obiettivo di Lisbona.
Nel Mezzogiorno, meno di una donna su tre lavora ufficialmente. La crisi ha ulteriormente colpito la già modesta quota di donne meridionali con un’occupazione, senza contare l’accesso al lavoro ormai sbarrato per le giovani. Nel 2009, infatti, 49mila donne hanno perso il posto di lavoro e il tasso di occupazione femminile è sceso al 30,6%: un dato preoccupante, che stacca di 25 punti il resto del Paese (55,1%) e ancora di più l’Unione europea a 27 (58,6%). Anche perché qui siamo a poco più della metà rispetto all’obiettivo di Lisbona, fissato al 60%.
Numeri che riflettono una situazione grave, ma al tempo stesso una peculiarità in negativo dell’Italia, che emerge dal dossier Svimez – Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno Il Sud e la condizione delle donne, di Luca Bianchi e Giuseppe Provengano, presentato il 28 luglio in occasione dell’inaugurazione a Foggia di FestAmbiente Sud, kermesse di Legambiente dedicata al Mezzogiorno.
La fotografia scattata dal documento è quella di donne poco inserite nel mondo del lavoro; se giovani, spesso precarie, sottoccupate e migranti, oppure relegate a un ruolo casalingo secondo un modello sociale tradizionale che persiste anche tra le giovani generazioni.
Eppure, sono state protagoniste di una grande rivoluzione culturale. In rapporto alla popolazione, infatti, al Sud le diplomate sono passate dall’85,1% del 2000 al 94% del 2009, circa un punto percentuale in più rispetto al Centro-Nord. Per quanto riguarda poi l’iscrizione all’Università, dal 2004 al 2009 la quota è passata dal 45,6% al 51,3%, superando sia gli uomini (35,5%), sia le ragazze del Centro-Nord (41%).
Purtroppo, però, studiare non serve: in base agli ultimi dati disponibili, del 2005, le giovani laureate, in oltre la metà dei casi, erano sottoinquadrate, ossia svolgevano una professione che richiedeva una qualifica più bassa rispetto a quella che possedevano.
Nel 2009, le donne tra i 15 e i 29 anni che non studiavano né lavoravano sono state in Italia 1,1 milioni, di cui 646mila al Sud. Vale a dire, in rapporto alla popolazione, che circa una ragazza su tre è fuori dal mercato del lavoro e dal sistema formativo. Un indice di vulnerabilità non da poco. Il rischio di povertà riguarda infatti oltre 3 milioni e 600 mila donne meridionali, il 34% contro il 12,6% delle settentrionali.
Tutto ciò senza contare il già citato modello sociale tradizionale, in cui il sistema di welfare familiare e informale si regge ancora molto sulla donna, non lavoratrice, relegata a un ruolo casalingo, che si occupa di allevare i bambini e accudire gli anziani.
Basti pensare che nel 2006 appena 4 bambini da 0 a 3 anni su 100 hanno potuto usufruire degli asili nido, contro i 16 del Centro-Nord, circa quattro volte in meno. Sul fronte anziani, invece, nel 2008 la percentuale di over 65 trattati con assistenza domiciliare integrata è stata al Sud la metà del Centro-Nord.
Le donne che vogliono lavorare, allora, sono costrette ad emigrare.
Rispetto ai fenomeni migratori degli anni ’60, oggi la componente femminile costituisce ormai stabilmente quasi la metà dei migranti, se non la maggioranza, in alcune realtà territoriali.
Tali condizioni socio-economiche non possono che incidere sulla maternità e modificare comportamenti sociali e propensioni culturali ben radicate. Un mercato del lavoro che non offre opportunità occupazionali, un sistema di welfare che sfavorisce la conciliazione lavoro-famiglia, di fatto preclude, o comunque ritarda, la scelta di fare figli. Nel 2008 il numero medio di figli per donna è stato 1,34 nel Mezzogiorno e 1,42 nel Centro-Nord (anche se il sorpasso è dovuto principalmente alle donne straniere). Tra le regioni a più bassa fertilità, la Sardegna, il Molise e la Basilicata. Campania e Sicilia hanno mantenuto natalità elevate, intorno al 10 per mille, come Valle d’Aosta, Lombardia e Trentino Alto Adige.
Inoltre, l’età media della maternità è stata nel 2008 di 32 anni al Centro-Nord, contro i 30,7 del Sud, dove la tendenza a sposarsi più giovani resta, anche se, a partire dagli anni ’80, l’andamento decrescente dei matrimoni è stato regolare e intenso.
Una sintesi di dati che evidenziano come il Mezzogiorno sia una società doppiamente ingiusta: qui, infatti, la la crescente disuguaglianza sociale si combina, accentuata, con una sempre più marcata disuguaglianza territoriale. A farne le spese sono i giovani e le donne, soggetti deboli e risorse sottoutilizzate. A tale proposito, il dossier parla di un “curioso e terribile paradosso”: donne e giovani sono le “le punte più avanzate della “modernizzazione” del Sud (persino sul piano civile), perché hanno investito in un percorso di formazione e di conoscenza che li rende depositari di quel “capitale umano” che serve per competere nel mondo di oggi, e insieme le vittime designate di una società più immobile che altrove, e dunque più ingiusta, che finisce per sottoutilizzare o “espellere” le sue energie migliori”.
Un paradosso che colpisce per i numeri particolarmente negativi al Sud. Ma che, per un valore o per l’altro, rappresenta una peculiarità negativa tutta italiana.