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La pace ha bisogno delle donne

04 giugno 2009

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Troppo poche donne nelle missioni di pace: ancora inattuate le risoluzioni delle Nazioni Unite sull’apporto femminile al superamento dei conflitti e sulla condanna degli stupri di guerra. Una giornata mondiale per ricordare che senza la partecipazione femminile i processi di pace non decollano.








La Giornata internazionale delle Nazioni Unite degli operatori di pace, celebrata il 29 maggio, ha rivolto un'attenzione particolare al ruolo delle donne nelle operazioni di mantenimento della pace.
L’Assemblea Generale dell’ONU ha istituito nel 2002 questa Giornata per rendere omaggio a tutti gli uomini e le donne che hanno servito le Nazioni Unite in operazioni di peacekeeping, strumento creato dall’Organizzazione con lo scopo di aiutare i paesi colpiti dai conflitti a creare le condizioni per una pace duratura. Nato all’epoca della guerra fredda con obiettivi inizialmente limitati al mantenimento del cessate il fuoco e alla stabilizzazione delle situazioni di conflitto, oggi il peacekeeping svolge una vasta gamma di compiti complessi che vanno dall’assistenza nella costruzione delle istituzioni di governo e nell’indizione di libere elezioni, al monitoraggio dei diritti umani, alla riforma delle forze locali di sicurezza, al disarmo, fino alla smobilitazione e reintegrazione degli ex combattenti. Il dispiegamento ha raggiunto livelli record, con un numero di unità che, fra civili e polizia, supera le 113mila, e con un forte prezzo di vite umane: solo nel 2008 si contano 132 operatori morti in missione, tra cui 10 donne.
Il Segretario generale dell'ONU, Ban Ki-moon, ha dedicato il suo messaggio in occasione della giornata, soprattutto al tema dell’apporto femminile alle missioni di pace.
"La morte di dieci donne ci ricorda che il personale femminile sta svolgendo un ruolo sempre più importante nei processi di pace e che da ora in poi dovranno anch’esse sopportare il peso di gravi rischi" – ha dichiarato Ban, ricordando inoltre che "le donne sono le maggiori vittime dei conflitti, in quanto subiscono orribili atti di violenza sessuale e di genere" e che "includendo le donne nel corpo di polizia intendiamo aiutare le vittime a sentirsi abbastanza sicure da non temere di farsi aventi e denunciare i colpevoli, intendiamo combattere la cultura dell'impunità che è prevalsa per troppo tempo".
Le Nazioni Unite - ha proseguito - hanno compiuto sforzi significativi non solo per consentire la partecipazione delle donne locali nei processi di mantenimento e costruzione della pace, ma anche per promuovere il reclutamento di un maggior numero donne nelle operazioni di pace. L’obiettivo non è quello di raggiungere la parità di genere fine a se stessa, ma quello di fare in modo che le donne possano dare il loro fondamentale e unico contributo. I caschi blu femminili, gli osservatori dei diritti umani e il personale delle missioni offrono nuove risorse e nuovi metodi nel settore in costante evoluzione del peacekeeping. Inoltre, i caschi blu femminili riescono a interagire meglio con le donne locali, dando loro una sensazione di maggiore sicurezza e fornendo al tempo stesso un ottimo esempio di empowerment”.
Il sociologo Fabrizio Battistelli, segretario generale dell’istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo (www.archiviodisarmo.it) , sottolinea il valore di una forte presenza femminile nelle missioni di pace, che apre la strada alla partecipazione delle donne nei processi post-bellici, senza le quali non ci possono essere pace e sicurezza durevoli. Da un lato esse, infatti, secondo il sociologo, sostengono la missione attraverso la comunicazione con la comunità ospitante, soprattutto nei casi in cui l’appartenenza di genere è critica, come nel caso di violenze. Dall’altro, le donne del luogo, trovandosi di fronte a personale femminile, possono trovare meno difficoltà nel denunciare episodi di discriminazione e di abusi sessuali.
Ma Luisa Del Turco curatrice del volume Donne, conflitti e processi di pace, in un’intervista del 2007 notava come le donne sono sempre più impegnate in pratiche di pace che nascono in ambiti informali, data la tradizionale esclusione delle donne dalle sedi decisionali e dai tavoli della pace dove siede in genere chi ha fatto la guerra, quindi tendenzialmente uomini e non donne. L’azione delle donne per la pace si caratterizza per l’approccio alla trasformazione costruttiva dei conflitti: ascolto, empatia, sensibilizzazione (come portare le donne del fronte opposto a visitare le vittime delle azioni violente condotte dai loro mariti e figli), lavoro comune (praticato tra donne che la dinamica del conflitto collocherebbe su fronti opposti), uso dei simboli (come per le Donne in Nero), azioni che rompono la barriera tra pubblico e privato, strumenti fortemente innovativi rispetto a quelli classici della diplomazia e dei negoziati.
Di fatto le donne costituiscono solo l'8 per cento delle forze di polizia delle Nazioni Unite e il 2 per cento del suo personale militare. Anche se nel 2007 è stato inviato in Liberia il primo contingente di pace formato da sole donne: un’unità addestrata di polizia proveniente dall’India.
Una donna che fa parte dell’esercito italiano, Marina Catena, ha partecipato a missioni di pace in Kosovo, Irak e Libano, e ha raccontato quest’ultima esperienza nel diario Una donna per soldato. Diario di una tenente italiana in Libano. Un compito difficile, fatto di continue pattuglie, incontri con i leader locali, confronto con la popolazione, attentati sventati, assistenza ai profughi e a vittime innocenti come i bambini dell’orfanotrofio di Tibnin, ai quali Catena ha destinato i proventi del proprio libro. “Nel corso di questi anni ho capito come le donne, siano esse soldatesse, funzionari ONU, attiviste locali o più semplicemente vittime del conflitto, costituiscono un elemento fondamentale per il successo di una missione, perché se le donne sono la metà di ogni comunità sono anche la metà di ogni processo di pace. Sarebbe interessante tornare in Libano tra una decina d’anni e vedere se la presenza di noi donne di Unifil è riuscita a influenzare e agevolare l’emancipazione delle bambine che fino a ieri ci chiedevano ridendo di poter provare il basco blu”.
Nel 2000 con la storica risoluzione n. 1325 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha riconosciuto per la prima volta le differenze dell’impatto che i conflitti violenti hanno sulle donne e sugli uomini, e il ruolo chiave femminile nella costruzione della pace e nella risoluzione dei conflitti; il testo impone al Segretario generale di agire per ampliare il ruolo e il contributo delle donne nelle operazioni delle Nazioni Unite sul terreno, e specialmente tra gli osservatori militari, la polizia civile e il personale addetto ai diritti umani e ai compiti umanitari. Per chiedere la competa attuazione di questo provvedimento, nello scorso settembre in occasione della 63ma sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, quaranta donne di fama e impegno internazionale, tra cui l’italiana Emma Bonino, hanno inviato a Ban Ki-Moon una lettera che pone l’accento sulla necessità di un’azione coordinata da parte delle organizzazioni internazionali per il maggior coinvolgimento delle rappresentanti femminili nella promozione della pace.
La risoluzione n. 1820 del giugno 2008, che ha condannato la violenza sessuale durante i conflitti come crimine contro l’umanità, ha di nuovo messo in rilievo la necessità di una piena ed eguale partecipazione delle donne nella prevenzione dei conflitti, nella loro risoluzione e nella costruzione della pace e ha impegnato le Nazioni Unite e le loro agenzie ad assicurare la partecipazione delle donne e delle loro organizzazioni allo sviluppo di meccanismi idonei a proteggere le donne e le bambine dalla violenza sessuale. Il Segretario generale ha avuto il mandato di produrre, entro il 30 giugno 2009, un rapporto sulle modalità più efficaci per ridurre la violenza sessuale contro le donne e le bambine, anche con il contributo delle Organizzazioni non governative.
“Ci sono ancora troppe poche donne nelle operazioni di peacekeeping – ha concluso il suo messaggio per il 29 maggio Ban Ki-Moon - Con la celebrazione della giornata internazionale, dobbiamo sfruttare la potenzialità delle donne per rafforzare le missioni di pace ONU e allo stesso modo aiutare le donne e le ragazze a cambiare il proprio destino e le società in meglio”.
 
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