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Alla Conferenza sulla Famiglia, l’Istat misura l’asimmetria nella divisione del lavoro riproduttivo: per tre quarti a carico delle donne, sempre più spesso costrette a scegliere tra figli e carriera. Orientare le politiche sociali e familiari alla conciliazione condivisa è una necessità per garantire il futuro del nostro paese.
La realtà concreta e quotidiana della disparità di genere ha fatto irruzione nella Conferenza nazionale della Famiglia, obbligando i partecipanti a fare i conti con la semplicità di un dato ben noto a tutte le donne. Il lavoro di cura, ovvero il ruolo di ammortizzatore sociale svolto fino ad oggi dalle famiglie, è per tre quarti a carico delle donne, senza apprezzabili cambiamenti nell’ultimo decennio. E questa asimmetria, che differenzia l’Italia rispetto agli altri paesi europei, è un ostacolo all’occupazione femminile, alla natalità, allo sviluppo della società italiana.
La divisione dei ruoli nelle coppie è il titolo del rapporto Istat diffuso il 10 novembre, tratto dalla terza edizione dell’Indagine multiscopo sull’uso del tempo, realizzata dal 1° febbraio 2008 al 31 gennaio 2009 tramite interviste a un campione di 18.250 famiglie e 40.944 individui, che hanno descritto in un diario le attività quotidiane. Le precedenti indagini erano state svolte rispettivamente nel 1988899 e nel 2002-03. Le stime rese note dall’Istat riguardano coppie in cui la donna ha tra 25 e 44 anni, la fase di vita caratterizzata, in genere, dalla partecipazione al mercato del lavoro e dalla presenza di figli conviventi.
Il valore chiave è definito come indice di asimmetria del lavoro familiare, e misura percentualmente la distribuzione tra i partner dell’insieme delle attività domestiche, di cura e di acquisto di beni e servizi.
Nel 2008-2009, il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è a carico delle donne, valore di poco più basso di quello registrato sei anni prima (77,6%). In particolare, l’asimmetria rimane stabile nelle coppie in cui la donna non lavora (83,2%) mentre scende in quelle con donna occupata, passando dal 73,4% al 71,4%; il calo riguarda sostanzialmente le coppie con almeno due figli (dal 75% al 72,2%).
L’asimmetria è trasversale a tutto il Paese, con differenze territoriali correlate all’occupazione e al grado di istruzione: l’indice è sotto al 70% solo nelle coppie settentrionali in cui lei lavora e non ci sono figli, e nelle coppie in cui la donna è una lavoratrice laureata (67,6%).
Alcuni dei cambiamenti che hanno caratterizzato i 14 anni intercorsi tra le precedenti due rilevazioni continuano negli anni più recenti, ma in una platea più circoscritta. Tra il 1988-1989 e il 2002- 2003, ad esempio, si era registrata una significativa riduzione del tempo di lavoro familiare delle donne, soprattutto occupate, e una sua redistribuzione interna, caratterizzata da un calo del tempo dedicato al lavoro domestico e da un incremento del tempo di cura dei figli. Negli ultimi sei anni, la tendenza al contenimento del lavoro familiare prosegue ma solo per le madri lavoratrici, che scendono in media di quasi un quarto d’ora al giorno, da 5h23’ a 5h09’, mentre altri 14 minuti di attività si spostano dalla casa ai bambini. Nello stesso periodo è stabile il tempo dedicato dagli uomini al lavoro familiare (1h43’), mentre diminuisce il numero di quanti, in un giorno medio, svolgono almeno un’attività (dal 77,2% al 75,9%). Solo in presenza di figli e di una partner occupata si evidenzia un incremento di 9’ (da 1h55’ a 2h04’), che riguarda il lavoro di cura dei bambini fino a 13 anni e a cui corrisponde un aumento di circa due punti percentuali anche nella frequenza di partecipazione.
Negli ultimi sei anni i cambiamenti nei tempi del lavoro familiare si sono dunque concentrati nelle coppie con donna occupata e con figli, ovvero nelle situazioni in cui l’onerosità del carico di lavoro complessivo che ricade sulle donne impone a queste una riorganizzazione dei tempi di vita. Anche in queste situazioni più gravose i mutamenti dei comportamenti maschili restano però lenti e limitati.
Nel 2008-2009, in un giorno medio settimanale, cioè un giorno teorico che tiene conto sia dei feriali sia dei festivi, la quasi totalità delle donne si occupa del lavoro familiare (98,9%), mentre circa il 24,1% degli uomini non vi dedica nemmeno 10 minuti, percentuale che sale al 31% se la partner non è occupata.
La distribuzione del tempo quotidiano nelle coppie in cui entrambi lavorano è fortemente asimmetrica. Per le donne, il 44,4% del tempo è dedicato ad attività fisiologiche, il 19,4% al lavoro familiare, il 18,8% al lavoro extradomestico, il 10,8% al tempo libero e il 6,1% agli spostamenti sul territorio. Per i partner delle donne occupate, solo il 7,9% del tempo quotidiano è dedicato al lavoro familiare, il 26,1% è dedicato al lavoro, il 14,8% al tempo libero, il 6,5% agli spostamenti e il 44,2% alle attività fisiologiche. In termini reali, la durata del tempo di lavoro retribuito in un giorno medio è 6h41’ (per i partner 8h18’), il tempo dedicato al lavoro familiare è di 4h45’ (per i partner 2h21’) e il tempo libero a 2h44’ (contro 3h39’). I modestissimi cambiamenti registrati negli ultimi anni riguardano un incremento del lavoro retribuito rispetto a quello domestico, senza variazioni del tempo libero.
Per quanto riguarda gli uomini, è generalizzata la tendenza ad una diminuzione del tempo libero a fronte di un maggiore investimento nel lavoro esterno, senza aumenti significativi di quello domestico, e quindi senza incidere sull'ineguale distribuzione di genere del carico familiare.
Considerando il tempo di lavoro totale, cioè la somma di quello retribuito e di quello familiare, il gap di genere è di un’ora al giorno: 9 ore e 10 minuti per lei contro le 8 ore e 10 minuti per lui, e cresce di altri dieci minuti in presenza di figli (9h27’ contro 8h17’). Inoltre, gli uomini sono più selettivi nel tipo di contributo che forniscono: in un giorno medio della settimana tra i partner di donne occupate il 41,7% cucina , il 31,4% partecipa alle pulizie, il 29,9% fa la spesa, il 26,6% apparecchia e riordina la cucina, mentre quasi nessuno lava e stira i panni. Se la partner non lavora, tutte le frequenze maschili si dimezzano, ad eccezione degli acquisti (27,2%).
Il lavoro domestico in senso stretto è quello che ricade quasi totalmente sulle spalle della donna, dal bucato alla pulizia della casa, fino alla preparazione dei pasti, mentre gli acquisti sono il campo maggiormente condiviso (“solo” il 58,4% in carico alle donne).
Sono, al contrario, monopolio degli uomini la manutenzione della casa e dei veicoli, la cura delle piante e degli animali, che però incidono in misura assai limitata, fra il 5% e il 10%, sul carico totale.
Nelle coppie con donna occupata, l’asimmetria nelle diverse attività del lavoro familiare, anche se con ritmi molto lenti, è diminuita, tranne che nel lavare e stirare, attività da cui gli uomini si astengono totalmente.
Minore disparità si rileva invece nella cura dei bambini fino a 13 anni, che è a carico della madre per il 65,8% se è occupata, per il 75,6% se non lo è. Le differenze riemergono però nella tipologia delle attività svolte. Infatti le mamme rispondono alle più diverse esigenze dei figli, soprattutto quelle fisiche e di custodia, e per i più grandi l’aiuto nei compiti scolastici; nel caso dei padri il tempo è soprattutto dedicato ad attività ludiche, che sono anche le sole equamente divise tra entrambi i genitori.
L’analisi dell’Istat è in parte contestata da Federica Rossi Gasparrini, presidente di Federcasalinghe, che osserva come “nelle coppie giovani, l’atteggiamento dei papà è di grande attività, di aiuto nei lavori domestici e disponibilità nei confronti della moglie, con grande attenzione nei confronti delle necessità della consorte”. Mentre il quadro negativo del Sud si ridimensionerebbe alla luce del contesto familiare più ampio, caratterizzato dal mutuo aiuto di diverse figure, peraltro sempre femminili.
Le differenze generazionali e di livello culturale sono sottolineate anche dal sociologo Marzio Barbagli, secondo cui le donne giovani, laureate e con un’attività esterna intensa hanno cominciato da tempo a imporre al partner una rinegoziazione dei carichi familiari: ma resta il fatto che l’Italia, al pari della Spagna, mostra una forte arretratezza rispetto al resto dell’Europa, che non a caso coincide con una perdurante crisi di natalità, dato che alle donne viene di fatto imposto di scegliere tra lavoro e maternità.
Il fatto è che, come rileva Marina Piazza in un intervento dal titolo significativo Conciliare stanca. Cambiamo strategia, ben poco è stato fatto in Italia per sostenere la cultura della condivisione, ad eccezione delle iniziative delle Consigliere di Parità; ben poco, a partire dalle scuole, “per contrastare gli stereotipi di genere, per educare alle differenze, per educare alla cura di sè, dell’altro, del mondo” e per diffondere realmente, con incentivi efficaci, i congedi per i papà di cui solo adesso si inizia a parlare grazie alle proposte di legge di Barbara Saltamartini e Alessia Mosca.
Il rimedio non può quindi essere un maggiore sostegno tout court alla famiglia così come funziona oggi.
Piazza propone di rovesciare l’ottica delle politiche di conciliazione finora (poco e male) realizzate: partire dall’identità e dalla complessità della vita delle donne di oggi, che desiderano realizzarsi nel lavoro e avere figli, per ripensare il welfare, rendere più flessibile del lavoro e rimodulare le politiche familiari, attorno alla centralità e all’universalità della cura, per arrivare a quella che si potrebbe chiamare una conciliazione condivisa.
L’indagine Istat La divisione dei ruoli nelle coppie