Commissione Regionale di Pari Opportunitā

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Consigliera di Paritā Regionale

Area dedicata alla Consigliera di Parità, una figura importante a tutela dei diritti di lavoratrici e lavoratori. Opera in Piemonte attraverso una rete di Consigliere a livello regionale e provinciale. È disponibile un'archivio di notizie e contenuti relativi all'attività della Consigliera.






La disparitā cresce, in Italia e nel mondo

17 febbraio 2010

Il rapporto di Social Watch mostra un quadro mondiale preoccupante, sia per la parità tra i sessi che per le condizioni generali della popolazione. Aumentano i divari sociali e di genere in metà dei paesi, l’Europa tiene ma l’Italia arretra ancora.

 

 

 

 

 

 

Le differenze tra uomo e donna non si riducono in Italia, anzi nel 2009 siamo scesi di due posizioni, dal 70esimo al 72esimo posto su 157 paesi, perdendo terreno rispetto a quelli più virtuosi. Lo rivela l’Indice sulla Parità di Genere, calcolato dal network internazionale Social Watch nel suo rapporto annuale intitolato People First.

Il Social Watch è una rete della società civile creata nel 1995 come “luogo di incontro per organizzazioni non governative operanti nel campo dello sviluppo sociale e della lotta alla discriminazione di genere”, ed è presente in più di 60 paesi. Nel decennio in cui fu fondato il Social Watch, una serie di conferenze delle Nazioni Unite, dal Children’s Summit del 1990 al Vertice del Millennio del 2000, ridefinirono l’agenda internazionale in materia di politiche sociali, e fissarono per la prima volta come obiettivi universali lo sradicamento della povertà e la parità di genere, stabilendo obiettivi e tempi concreti per realizzarli (il 2015). Per spingere i decisori politici a trasformare in realtà le loro promesse e fornire un efficace strumento di analisi, Social Watch da 14 anni pubblica un rapporto su progressi e ritardi dei vari paesi. Alla coalizione italiana del Social Watch aderiscono otto organizzazioni della società civile: ACLI, ARCI, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Lunaria, Mani Tese, Ucodep, WWF.

L’Indice di Parità di Genere (GEI) è composto da una serie di indicatori che coprono tre dimensioni: l'istruzione, la partecipazione all'attività economica e l'empowerment ovvero l’accesso delle donne ai pieni poteri. Per misurare le condizioni generali della popolazione, viene invece utilizzato l’Indice delle Capacità di Base (BCI), che definisce la povertà non in termini di reddito, ma in base alla possibilità di godere di alcuni diritti fondamentali relativi soprattutto alla salute e all’istruzione.
Il quadro complessivo è preoccupante: nel 2009, quasi la metà dei paesi analizzati (42,1%) ha un valore dell'Indice BCI basso, molto basso o critico. La maggioranza della popolazione mondiale vive in paesi in cui i principali indicatori sociali sono immobili o progrediscono troppo lentamente per raggiungere un livello di vita accettabile nel prossimo decennio, e nel 18% dei paesi è in atto una regressione in alcuni casi accelerata. A questo ritmo, l'obiettivo di sradicare la fame e la povertà entro il 2015 rischia di rimanere un miraggio per la maggior parte dei paesi nel mondo.

Per quanto riguarda l’Indice GEI, calcolato su una scala da 0 a 100, al primo posto c’è la Svezia (88), seguita da Finlandia e Ruanda entrambi con 84 punti nonostante l'enorme differenza in termini di ricchezza tra i due paesi. Poco al di sotto si classificano Norvegia, Bahamas, Danimarca e Germania. L’indice dimostra quindi che un alto reddito non è sinonimo di maggiore uguaglianza e che anche i paesi poveri possono raggiungere livelli di parità molto elevati, sebbene uomini e donne vivano in condizioni non facili. Nelle prime 50 posizioni sono compresi i due terzi dei paesi dell’Unione Europea, con poche eccezioni: Irlanda, Slovacchia, Repubblica Ceca, Grecia e Italia. Tra i primi 50, c’è inoltre una significativa rappresentanza di Paesi in via di sviluppo, come Filippine, Colombia, Tanzania e Thailandia.
L’Italia, con un valore di 64 punti, scende rispetto al 2008 dal 70° al 72° posto, in evidente ritardo rispetto alla media europea che è 72. La valutazione di Social Watch tra l’alto concide esattamente con quella proposta nello scorso ottobre dal World Economic Forum nel suo ultimo
Global Gender Gap Report.
Oltre alle difficoltà nel progredire verso la parità di genere e alle carenze della legislazione contro la discriminazione e la violenza, l’Italia riporta giudizi negativi anche per quanto riguarda le politiche sull’immigrazione e per una situazione generale di impoverimento dovuta soprattutto alla crisi finanziaria, ma anche a “politiche miopi, deboli e in molti casi discriminatorie”. Una critica ulteriore riguarda la diminuzione degli aiuti allo sviluppo, in cui nonostante gli impegni assunti dal governo, “l’Italia ha toccato il minimo storico proprio nell’anno in cui ha presieduto il G8”.

In generale, il divario tende a ridursi nella sfera dell'istruzione, per quanto concerne i tassi di alfabetizzazione e di iscrizione a scuola. Nel campo politico ed economico, la disuguaglianza è più evidente. Non c'è un solo paese dove le donne abbiano le stesse opportunità degli uomini di partecipare ai processi decisionali. I progressi nella partecipazione all'attività economica registrati nel 2008, infine, sono stati completamente azzerati nel 2009.

L’indice della parità di genere rivela se una società sta evolvendo verso una maggiore equità di genere o rimane ferma. La mancata riduzione del divario nei diritti tra uomo e donna conferma la miopia dei governi. La distinzione tra paesi del cosiddetto Sud del mondo e quelli del Nord sviluppato è sempre più sfumata”, afferma Jason Nardi, portavoce del Social Watch Italia. “La promozione della parità tra i sessi è uno degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio: i nostri dati dimostrano che quell’obiettivo invece di avvicinarsi si sta allontanando”.
Il fenomeno che si verifica una crescente polarizzazione: mentre nei paesi dove l'uguaglianza è maggiore si registra una tendenza verso il miglioramento, gli Stati con livelli di discriminazione più elevati evolvono in modo negativo. É il caso dell'America Latina e dei Caraibi, da una parte, e dell'Asia Orientale e del Pacifico, dall'altra.
La situazione di disuguaglianza è stata aggravata dall'attuale crisi economica. Le donne, infatti, sono più esposte alla recessione globale perché hanno minore controllo della proprietà e delle risorse, sono più numerose nei lavori precari o a cottimo, percepiscono minori salari e godono di livelli di tutela sociale più bassi. Ciononostante, il Social Watch ricorda che la crisi presenta anche l’opportunità di cambiare l'architettura finanziaria globale e definire politiche innovative, basate sull’equità e sul rispetto dei diritti.