Commissione Regionale di Pari Opportunitā

In quest'area del sito trovi informazioni sull'istituzione attiva in Piemonte dal 1986 per la promozione delle pari opportunità tra uomini e donne e la diffusione di una cultura di genere. È inoltre disponibile un archivio di notizie e contenuti relativi all'attività della CRPO


Consigliera di Paritā Regionale

Area dedicata alla Consigliera di Parità, una figura importante a tutela dei diritti di lavoratrici e lavoratori. Opera in Piemonte attraverso una rete di Consigliere a livello regionale e provinciale. È disponibile un'archivio di notizie e contenuti relativi all'attività della Consigliera.






La condizione femminile in Piemonte tra pari opportunitā e crisi

04 giugno 2009


ImageNonostante l’aumento degli investimenti in istruzione e servizi per le famiglie, sembre più lontano in Piemonte l’obiettivo del 60% dell’occupazione femminile entro il 2010, stabilito dall’Unione europea. Lo rileva il Secondo Rapporto sulla Condizione femminile in Piemonte.





I lenti, ma costanti cambiamenti che caratterizzano da anni i comportamenti delle donne piemontesi continuano a definire traiettorie sempre più vicine a quelle europee. Le donne stanno perseguendo sempre più modelli definibili come “maschili”: investono di più nell’istruzione, finiscono prima gli studi per anticipare l’ingresso nel mondo del lavoro, ritardano la scelta di avere figli. Tuttavia, forti stereotipi di genere, la segregazione all’inizio della carriera, le difficoltà di conciliazione tra tempi di vista e di lavoro restano, e le criticità sono acuite dalla crisi economica, che rallenta la crescita dell’occupazione femminile rendendo più difficile il raggiungimento dell’obiettivo di Lisbona.
Questa, a grandi linee, la fotografia scattata dal Secondo Rapporto sulla condizione femminile in Piemonte, pubblicato dall’IRES – Istituto Ricerche Economico-Sociali a inizio maggio, che offre una rappresentazione quantitativa e qualitativa su come le donne vivono, studiano, lavorano, affrontano le responsabilità di conciliazione e l’ancora scarsa condivisione fra impegni di lavoro e famiglia sul territorio regionale.
Per quanto riguarda il lavoro, infatti, nel 2008 si sono accentuate le tendenze negative riscontrate nel 2007, con una riduzione dell’occupazione nell’industria e nell’agricoltura, compensata dall’aumento degli addetti nei servizi, a eccezione del commercio. Le donne risultano essere particolarmente colpite, con quasi il 60% dei posti di lavoro persi nell’industria, mentre coprono i 3/4 dell’aumento nei servizi.
La conseguenza è che il tasso di occupazione femminile sembra crescere nel 2008 di soli 0,3 punti percentuali, passando dal 56,3% del 2007 al 56,6%, con accanto l’aumento del tasso di disoccupazione: dal 4% nel 2006 al 4,2% nel 2007, e nel 2008 dovrebbe essersi attestato intorno al 5% (3,7% per gli uomini e 6,1% per le donne), portando il gap di genere a circa 2,4 punti percentuali contro l’1,7% del 2007. Il numero delle persone in cerca di occupazione è salito nei primi nove mesi del 2008 da 78.000 a 94.000, di cui 53.000 donne.
Lo studio si concentra anche su altri punti, come popolazione, istruzione, presenza nelle amministrazioni, percorsi di carriera e conciliazione.
Negli ultimi anni la natalità piemontese ha ripreso a crescere soprattutto grazie all’apporto delle donne straniere, ma anche tra le italiane vi è una ripresa (+0,14 rispetto al 2006). Preoccupante rimane però la soglia del tasso di fertilità piemontese, fermo all’1,3, al limite della lowest-low-fertility (bassissima fertilità) e tra i più bassi d’Europa. Questo per una “sindrome del ritardo” in tutti i passi di ingresso nel mondo adulto: ingresso nel mondo del lavoro, autonomia economica, uscita dalla famiglia di origine, posticipazione delle nozze, innalzamento dell’età della prima natalità, rarefazione di nascite di secondogeniti o terzogeniti.
Nell’istruzione, i numeri sono consolanti rispetto ad altre realtà, e nel 2007 è avvenuto il sorpasso delle donne nel conseguimento della laurea. Ma tutto questo si riflette in misura insufficiente e distorta sulla condizione lavorativa. Infatti, in Piemonte solo poco più del 56% delle donne in età lavorativa ha un’occupazione, a fronte del 73% di occupati. Il divario occupazionale già alto nella classe 15-24 arriva fino circa al 20-22% nelle fasce centrali, quando diventano pesanti per le donne i carichi familiari. Anche se studiano e si laureano più dei colleghi maschi, le donne spesso sono occupate in proporzione minore, lavorano meno ore e con contratti più fragili.
Senza contare la segregazione che parte già all’inizio della carriera. Ad un anno dal conseguimento del titolo, i laureati occupano posizioni di più alto livello rispetto alle loro colleghe: sono infatti più rappresentati tra i liberi professionisti, i lavoratori in proprio e tra i dirigenti. Le donne sono, invece, più numerose tra i collaboratori, gli insegnanti, gli impiegati esecutivi e i lavoratori senza contratto. E la forbice si allarga al salire di grado nel lavoro dipendente: tra gli impiegati, le donne sono più del 40%, mentre meno dell’1% tra imprenditori e manager. Stesso discorso per quanto riguarda la rappresentanza: poche elette, ma anche poche candidate e poche donne che partecipano attivamente alla vita politica.
Su tutti questi elementi pesa il nodo della conciliazione. Gli uomini hanno fatto pochi passi per perseguire modelli “femminili” in cui, oltre al lavoro retribuito, c’è spazio per la cura dei figli e dei familiari e l’organizzazione domestica. I dati sul Piemonte come sul resto d’Italia evidenziano come anche nelle famiglie più giovani il contributo maschile sia ancora modesto.
Con l’aggravarsi della recessione è probabile che il numero di famiglie in cui il principale procacciatore di reddito è una donna sia destinato a salire.
Questo fenomeno rende ancora più visibile lo squilibrio di genere: l’occupazione femminile, specie delle donne con figli, è infatti spesso in lavori part-time, meno stabili, i cui guadagni sono inferiori a quelli maschili anche a parità di orario e, senza condivisione del lavoro di cura, le difficoltà di conciliazione diventano più pesanti e complicate.
 
La crisi economica attuale rende questi problemi molto più acuti. I recenti dati mostrano come la parte più significativa delle perdite di posti di lavoro abbia riguardato gli uomini, prevalentemente occupati in settori più colpiti, mentre le donne sono impiegate prevalentemente nei servizi e quindi meno sensibili a boom e recessioni.
Secondo il rapporto, la priorità deve essere dunque rafforzare la posizione delle donne sul mercato del lavoro. Da un lato bisogna continuare a incrementare l’offerta dei servizi per le famiglie: in questo ambito il Piemonte ha investito molto più che altre regioni. Il successo di queste politiche già si vede dalla recente ripresa dalla fertilità e dalla sua correlazione positiva con la partecipazione al lavoro.
D’altro lato, è rilevante sostenere e incentivare le scelte femminili verso il lavoro indipendente. L’imprenditorialità femminile emerge come crescente risposta alle difficoltà di inserimento e permanenza sul mercato del lavoro e di conciliazione tra lavoro e famiglia. Dai dati del rapporto appare che le imprese femminili sono una realtà estremamente dinamica dell’economia piemontese (come di quella italiana), ma forme di discriminazione emergono anche qui e si evidenziano nelle difficoltà di accesso al credito.
 
Infine è cruciale l’incentivo alla formazione di capitale umano femminile, contribuendo anche a indirizzare le scelte formative. Non a caso, fra gli obiettivi strategici dell’Unione Europea c’è la crescita delle donne nei settori di formazione e lavoro tecnico-scientifici, anche per ampliare la capacità complessiva di ricerca e innovazione.
Secondo gli obiettivi dalla strategia di Lisbona, per avviarsi a diventare un’economia “basata sulle conoscenze” competitiva e dinamica è necessario superare l’attuale “gender science imbalance” che caratterizza i mercati del lavoro italiano ed europeo. Solo così potenziali problemi possono diventare risorse e opportunità di sviluppo.
Perché il lavoro delle donne è una risorsa essenziale per la crescita economica e come tale va visto.