Commissione Regionale di Pari Opportunità

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Consigliera di Parità Regionale

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L’impatto di genere della manovra economica

19 luglio 2010

I tagli previsti dalla manovra economica, sia nel pubblico impiego, sia agli enti locali, hanno inevitabilmente un impatto di genere. In campo previdenziale, il decreto contiene l’innalzamento dell’età della pensione per le dipendenti pubbliche a partire dal 2012. Solo svantaggi, dunque?

 

 

 

 

Donne del pubblico impiego in pensione a 65 anni a partire dal 2012. È questa una delle misure previste dalla manovra economica da 24,9 miliardi (decreto legge 78/2010) che, dopo il voto di fiducia incassato al Senato, si appresta al vaglio della Camera per essere convertito in legge entro la fine del mese.
Il decreto, che da settimane suscita non poche polemiche da parte di più categorie, si pone l’obiettivo di ridurre il disavanzo corrente attraverso un mix di tagli di spesa e aumento delle entrate. Inevitabilmente, quindi, presenta un impatto di genere, sia a livello occupazionale, sia di potenziale qualità di servizi, anche in relazione ad altre misure adottate.
Prima di tutto, i tagli al pubblico impiego colpiscono un settore tradizionalmente femminile, colpendone direttamente l’occupazione. Basti pensare al blocco degli stipendi nel pubblico impiego, alle limitazioni alle assunzioni di personale, al blocco degli scatti di anzianità e del turnover in ambito universitario.

Come documenta un articolo pubblicato su inGenere, il blocco del turnover e i limiti alle assunzioni riducono le possibilità di trovare lavoro stabile per le donne, che costituiscono più del 63% del personale a tempo determinato nella pubblica amministrazione. Inoltre, essendo donne in media il 52% dei dipendenti pubblici (arrivando al 78% e al 62% in scuola e sanità), è evidente che su di loro peserà di più il blocco delle retribuzioni.
Si potranno riscontrare effetti anche dai tagli decisi per le Regioni (4 miliardi per il 2011 e 4,5 per il 2012) e le Province. Il che potrebbe portare a una riduzione dei servizi sostitutivi del lavoro di cura e a conseguenze negative sulla qualità dei servizi.

La manovra stabilisce, inoltre, che a partire dal 2012 le donne del pubblico impiego andranno in pensione a 65 anni. Uno scalone solo per le lavoratrici. Effetti negativi anche sotto questo aspetto? Non è detto, almeno stando all’analisi di Marcella Corsi e Carlo D’Ippoliti su Lavoce.info. L’aumento dell’età per fruire della pensione produce infatti un aumento della rata, aspetto non secondario per le donne, più esposte al rischio povertà in età anziana.
I benefici potrebbero però essere principalmente culturali e potrebbero portare a un maggior equilibrio nella divisione del lavoro non retribuito.

In Italia, infatti, la previdenza sociale è fortemente basata sul sistema pubblico, in cui le pensioni sono strettamente legate al mercato del lavoro formale. Le differenze di genere nelle prestazioni previdenziali si ravvisano in quattro, aspetti:
- differenze nell’aspettativa di vita: in un sistema basato sull’equità attuariale, per cui si vuole restituire nell’arco del pensionamento lo stesso valore versato nell’arco della vita lavorativa, è chiaro che se le donne vivono in media più a lungo, riceveranno la pensione per più tempo, e quindi riceveranno lo stesso valore degli uomini solo se le singole rate saranno più basse;
- ruoli di genere, in particolare per quanto riguarda il lavoro non retribuito e quindi una diversa partecipazione al mercato del lavoro;
- fenomeni di segregazione e discriminazione, che differenziano le dinamiche di carriera e incidono sui differenziali retributivi rispetto agli uomini.
Perché anche scelte formalmente neutrali hanno in realtà ricadute negative sulle donne: basti pensare al riconoscimento di crediti figurativi per il lavoro di cura solo in caso di maternità e non per la cura degli anziani, o all’aliquota di finanziamento e di computo più bassa per i lavoratori para-subordinati, tra cui figurano tante donne, che quindi avranno pensioni più basse.

In un contesto del genere, l’innalzamento dell’età di pensionamento da 61 a 65 anni per le lavoratrici pubbliche ha una serie di effetti, e non tutti negativi. Se, infatti, dal punto di vista della sostenibilità, il provvedimento avrà un impatto modesto, il discorso cambia se si guarda ad adeguatezza e modernizzazione del sistema. Certo, in questo modo si riduce il margine di libertà nella scelta del momento di pensionamento per le donne.
Andando in pensione più tardi, però, le donne riceveranno una rata più alta. Si profilano inoltre le condizioni per un mutamento culturale. Anche il trattamento diverso per le donne, in fatto di pensioni, ha infatti un impatto sulla cultura e sulle aspettative. Lo dimostrano le riforme degli anni ’90 che, pur con i loro difetti ed effetti negativi, puntavano sull’uniformità di trattamento, annullando di fatto la discrepanza tra uomini e donne nell’età attesa di pensionamento.

Secondo questa ottica, l’ideale sarebbe proseguire su questa strada, favorendo al contempo maggiore flessibilità nella scelta per tutti. Dimostrando che la politica non deve favorire le donne che si sono fatte carico di gran parte del lavoro non retribuito, ma operare per riequilibrare tra uomini e donne i carichi domestici e di cura.